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Cancel Culture: cancellare è meglio che insegnare?

Updated: Oct 6, 2021


di Luca Simone.


Il fenomeno della cancel culture appartiene da anni al mondo anglosassone, specialmente a quella americana, ma è sicuramente dopo i tragici fatti del 25 maggio 2020 a Minneapolis, che hanno condotto alla morte di George Floyd, che è iniziato un vero e proprio bombardamento mediatico anche nel Vecchio continente. Spesso strumentalizzata dall’una e dall’altra parte politica a seconda delle necessità, si parla infatti di questo fenomeno come una nuova ondata di iconoclastia, come di una nuova e santissima rivoluzione o come di un attentato alla “sacra” libertà di espressione. Lo stesso termine cancel culture vuole avere un’accezione negativa, come di un qualcosa che intenda cancellare, pulire, purificare, scatenando le semplicistiche reazioni della titillabile opinione pubblica. Poco importa poi che l’Italia in realtà sia secondo le recenti indagini al 41° posto per la libertà di stampa, al di sotto di Taiwan, ma fortunatamente ben al di sopra del Botswana e del Regno del Tonga. Ma c’è da spaventarsi di questa cancel culture? Quali sono i suoi limiti e i suoi rischi?

Il collegamento più immediato che viene fatto dai critici del movimento è quello con il cosiddetto “politicamente corretto”, ovvero la «nuova e più infelice religione del mondo» secondo Nick Cave. Per i più arrugginiti, il politicamente corretto, nasce negli anni ’80 nel circuito di università del Michigan, dove in nome del multiculturalismo si proponeva la sostituzione di termini divenuti chiaramente dispregiativi con parole che invece aiutassero l’inclusione sociale. Ad esempio si propose di utilizzare “gay” piuttosto che “fr**o” e “nero” piuttosto che “ne*ro”. Il movimento ha iniziato a diffondersi a macchia d’olio specialmente nel linguaggio pubblico e politico, trasformando lentamente il modo che aveva l’utente di interagire con un qualsiasi tipo di prodotto, fosse esso un discorso pubblico, un comizio politico, un film o una canzone. Nessuno voleva correre il rischio, in un mondo che andava socializzandosi e polarizzandosi grazie ad internet, di vedersi accusato di essere intollerante o razzista, trovandosi poi messo in tempo record alla gogna. Ovviamente la pancia conservatrice ha iniziato a poco a poco a storcere il naso. Cosa e chi poteva impedire il sacrosanto utilizzo della libertà di parola? Chi aveva il diritto di decidere cosa fosse giusto e cosa no? Ovviamente rispondere “il buonsenso” non bastava, e in poco tempo si è passati grazie al massiccio utilizzo di fake news, ad una vera e propria crociata in difesa della libertà di parola. Dal pezzo bianco degli scacchi che muoveva prima del nero perché razzista al celeberrimo bacio di Biancaneve, sono bastati una manciata di account Twitter per innescare una corrente di «boomerismo» come al solito caratterizzata da scarsa informazione e inesistente ricerca sulle fonti. Le critiche al politically correct e alla cancel culture non sono però arrivate soltanto dall’ala “illetterata” dei movimenti conservatori legati alla destra, ma anche da consistenti gruppi di artisti e pensatori ideologicamente schierati all’opposto. Già il 7 luglio 2020 veniva pubblicata una lettera firmata da 150 artisti su Harper’s Magazine che criticava fortemente questa nuove “religione della censura”. Tra i più importanti a porre in calce la loro firma ci furono J.K Rowling, Salman Rushdie e Noam Chomsky. Mentre è di pochi giorni fa la polemica innescata dal direttore del Tg La7 Enrico Mentana che ha paragonato la cancel culture ai roghi nazisti dei libri.

Bisogna necessariamente fare chiarezza. In risposta alla lettera del 7 luglio 2020, appena tre giorni dopo è apparso un “contropapello” sul giornale The Objective dal titolo “A more specific Letter on Justice and Open debate” in cui si andava a smontare pezzo per pezzo ogni critica emersa nella precedente lettera. Si faceva giustamente riferimento al fatto che non si tratta di censura, ma di un legittimo riassestamento nello sviluppo di un discorso pubblico, dato che gli ultimi decenni avevano portato numerose categorie prima zittite, a poter finalmente esprimere la loro voce. Toccava direttamente a loro quindi poter dire se un qualcosa le offendeva oppure no, e non stava più certo allo stereotipo dell’uomo bianco, borghese e caucasico dover dettare legge su cosa fosse o no offensivo. «Il colono mantiene nel colonizzato una collera, che blocca quando emerge. Il colonizzato è preso nelle maglie strette del colonialismo» (Sferzi, 2018: 306), così Frantz Fanon, uno dei padri dei postcolonial studies descriveva il colonialismo, come un meccanismo prima di tutto mentale e linguistico, piuttosto che materiale. Una necessaria “decolonizzazione” del pensiero comune e una purga del portato ideologico suprematista è senza ombra di dubbio un obiettivo legittimo e giusto. La cancel culture però non è solo questo. Dietro alle critiche strumentali di pensatori, partiti e movimenti reazionari e destrorsi, si nasconde un fondo di verità. Il fenomeno sta sfuggendo di mano. Storicamente si stanno compiendo atti in nome del politicamente corretto e della riscoperta ideologica che non è pienamente possibile giustificare.

Secondo una visione totalmente storica e distaccata, il movimento può identificarsi con una rivoluzione a tutti gli effetti. Si tratta infatti del capovolgimento di una prospettiva che sembrava consolidata e radicata che sta venendo smontata giorno dopo giorno sui social e nelle piazze. Ma sempre secondo la stessa visione storica e analitica bisogna ammettere che ci si sta avviando verso una deriva di cui non si intravede una fine. Già a giugno 2020, pochi giorni dopo i fatti di Minneapolis, le statue di Cristoforo Colombo venivano imbrattate e abbattute al grido di “assassino” e “suprematista”. Ben presto la statua di Churchill di fronte a Westminster venne imbrattata con la scritta “razzista”, e addirittura in Italia abbiamo avuto il nostro personale assaggio di cancel culture con la vicenda della statua di Montanelli. Cosa c’è di sbagliato in questi atti? Perché storicamente non possono essere giustificabili? Si rischia così di perdere di vista la principale argomentazione che supporta una qualsiasi analisi critica, ovvero la comprensione del contesto storico. Questa comprensione non vuole in alcun modo giustificare gli avvenimenti inaccettabili in cui sono stati coinvolti questi personaggi, ma non si può nemmeno permettere che tali avvenimenti vengano letti con un metro di giudizio odierno, un periodo distante secoli e decenni da quello in cui tali personalità agivano. Non si tratta affatto di una giustificazione dell’operato di Churchill per quanto riguarda la vicenda della carestia indiana, e neppure di farla passare liscia a Montanelli che sposò un’abissina di dodici anni. Ma non si può pretendere che avvenimenti oggi inaccettabili siano definiti tali anche nel contesto in cui vennero commessi, perché lo studio che permette di arrivare ad una conoscenza storica adatta a poter muovere una critica non si svolge in questo modo. Allo stesso modo non può essere bandito Omero dalle scuole perché portava avanti l’ideale di una società schiavista, altrimenti si dovrebbe eliminare l’insegnamento di quanti altri artisti? L’idea che si sta facendo largo, che possiamo prendere dal passato ciò che vogliamo, rischia di rivelarsi un pericoloso errore. Così come pensare di poter appiattire avvenimenti e personalità complesse che necessitano di studi approfonditi per essere invece compresi, e non certo giustificati.

L’unico mezzo che si può avere per poter condurre una battaglia del genere, una battaglia epocale che si fonda su sacrosante rivendicazioni, è quella della Cultura. Dell’istruzione. Della conoscenza. Non è solo censurando che si giunge alla sconfitta di ideali coloniali, e non è demonizzando personaggi storici che agivano nel loro tempo che si possono comprendere i loro sbagli. La storia, il ragionamento storico, impongono coerenza nell’analisi. La cancel culture esiste ed è parte della storia contemporanea. Negarlo, ignorarlo, sottovalutarlo o denigrarlo sarebbe stupido. Sarebbe però altrettanto stupido non analizzare il fenomeno, e se necessario criticarlo quando perde di vista i suoi obiettivi, dimenticandosi che solo con l’insegnamento il più possibile olistico, si può sconfiggere l’ignoranza. Ignoranza che è nutrimento di ogni oppressione. Per quanto i presupposti siano legittimi, la cultura dell’istruzione rimane sempre superiore a quella della cancellazione. «Non sono lo schiavo della schiavitù che disumanizzava i miei antenati». (Sferzi, 2018; 307)



Bibliografia

Sferzi, S. (2018) Il libro della politica. Torino, Gribaudo.

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