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  • Koinè Journal

Chi arriva ultimo paga. Una corsa contro l'imperfezione e la fragilità


di Cecilia Pugliese.


Il mito di Prometeo si presta ad essere interpretato come una rappresentazione dell’apparato psichico dell’odierno soggetto di prestazione, il quale usa violenza a sé stesso, fa guerra a sé stesso”. È questa la premessa del libro “La società della stanchezza” di Byung-Chul Han, filosofo contemporaneo, in cui tratta il disagio e la difficoltà dell’uomo moderno, spesso sopraffatto dalla società neoliberale della performance. Ed è così che l’individuo diviene un Prometeo stanco, incatenato per sua stessa volontà e dilaniato nelle viscere da un’aquila, il suo alter ego con cui è costretto a lottare quotidianamente. Il dolore è quello della stanchezza ed è un dolore che Prometeo dovrà sopportare in eterno.

Nel quotidiano chiunque di noi possiede tra le note di un cellulare, sopra una scrivania o semplicemente nella propria memoria, una lista di cose da fare prima che la giornata finisca; un infinito elenco di impegni che devono essere portati a termine. Eppure, una volta che tutte le caselle sono state spuntate, non ci si sente sempre appagati, quanto piuttosto si è pervasi spesso dalla sensazione di non aver fatto abbastanza o dalla necessità di spingersi oltre, di aggiungere altre voci alla lista. Il risultato di questa spasmodica ricerca di cose da fare è una profonda stanchezza, un senso di inerme sopraffazione.


La società della stanchezza è dunque una chiara conseguenza della società della performance. Per poter comprendere il disagio psichico che ne deriva è necessario intrecciare il pensiero psicologico con quello sociale e politico. Byung Chul Han nel suo scritto critica la società neoliberale per aver sostituito il paradigma della regolamentazione, caratteristico di una società disciplinare, con quello della prestazione. È così che il dover fare si è trasformato nel poter fare. Viviamo nella società dello “YES WE CAN”, una società in cui tutti gli individui diventano capitalisti di sé stessi, detentori della propria libertà e della propria schiavitù. È infatti l’individuo che gestisce, in apparente libertà, le sue risorse e competenze, diventando a pieno titolo un homo faber.

Ciò che viene criticato è dunque il processo di soggettivazione del lavoro, l’approccio motivazionale del poter fare di più, la necessità di essere instancabili. All’individuo non resta che cavalcare questa logica e diventare detentore del proprio capitale umano, adempiere alle richieste di una società che pretende sempre il massimo, senza concepire possibilità d’errore. L’uomo, in una libertà paradossale, ha iniziato a correre e ad oggi si sente incapace di smettere. Non ci si stupisce dunque se il lavoro rimane sempre come sottofondo alle nostre vite frenetiche, come un fastidioso brusio. “Viviamo in un mondo povero di interruzioni, povero di spazi intermedi, di Zwischen, e di intervalli. La frenesia elimina ogni intervallo” ( Byung-Chun-Han (2010): 49).

La società della performance è anche la società della valutazione. Ed ecco che l’individuo assume un valore ed è spinto a sentirsi costantemente sotto esame. Qualunque prestazione viene poi misurata in numeri, indici e scale. La competizione è dunque una conseguenza inevitabile, così come la paura del giudizio altrui. L’altro diviene qualcuno con cui confrontarsi e scontrarsi, alimentando dunque false aspettative e disfunzionali credenze su sé stessi e su chi lo circonda. L’individuo si isola, potenziando il proprio ego nel confronto, forse poco consapevole delle conseguenze che dovrà pagare.


Molto spesso, in psicologia e non solo, la mente umana è paragonata ad un software per la sua capacità di immagazzinare informazioni, mantenerle e connetterle le une alle altre. Molto spesso però questo paragone è portato all’estremo, enfatizzando le capacità cognitive del nostro cervello e tralasciando gli aspetti più emotivi e intimi. La società della performance genera dunque individui stanchi e depressi. L’imperativo di essere produttivi, di tagliare nuovi traguardi genera una frustrazione, che l’individuo non riesce a fronteggiare, privo di mezzi per poter uscire da questa condizione. In questa corsa a chi arriva primo, la società fornisce palliativi al dolore, ma non sembra prendere in considerazione la possibilità di rallentare.

Ed è così che lo stesso individuo, pur stanco, continua a correre imperterrito, consapevole che chi si ferma è perduto. L’homo laborans postmoderno rifugge la noia, quasi impaurito e riempie l’agenda di cose da fare, alimentando dunque questo circolo vizioso e portando all’estremo la sua stanchezza. Allo stesso tempo però, in qualche modo, si sente “al sicuro” in questo meccanismo, perché socialmente condiviso e non riesce a spezzarlo, rifugiandosi dunque in impegni, relazioni poco appaganti o troppo spesso in una silenziosa solitudine.


Il disagio dietro la performance

La società capitalista deve dunque fare i conti con il sintomo, senza che questo venga ridotto ad un problema trattabile solo da un punto di vista farmacologico. La società attuale deve far fronte alle malattie come ansia e depressione, sempre più frequenti, sempre più taciute. L’individuo posto di fronte a obiettivi incrementali non concepisce il “non- essere-più-in grado di- poter-fare” e, privo di mezzi per affrontare sentimenti di angoscia o addirittura panico, non può far altro che autoaccusarsi per non essere stato performante.


Negli ultimi anni l’incidenza dei disturbi dell’umore è nettamente aumentata e ad oggi la depressione è tra le principali cause di invalidità, subito dopo alcuni disturbi cardiaci. Alain Ehrenberg colloca la depressione nel passaggio tra la società disciplinare e la società della prestazione ovvero il passaggio tra le regole e i divieti e la completa iniziativa individuale. Il DSM 5 (manuale diagnostico di riferimento per la psicologia clinica) considera, come sintomi caratterizzanti la depressione, l’anedonia e l’apatia. L’anedonia consiste nell’incapacità di provare piacere; mentre per apatia si intende la difficoltà nell’intraprendere nuovi progetti o iniziative. L’uomo, spinto fino al suo limite, cade così in una condizione antitetica alla vita frenetica della società della prestazione. “Nel definire il senso della parola tedesca (Schwermut) che include malinconia e tristezza, Romano Guardini dice che il suo nome significa pesantezza dell’animo: un peso grava sull’uomo, e lo spinge in giú fino a schiacciarlo. Una sensibilità come questa rende l’uomo fragile e vulnerabile a causa della durezza spietata dell’esistenza. L’anima è ferita da quello che la vita ha di irrevocabile: la sofferenza, che è dovunque, la sofferenza, in particolare, delle persone fragili e indifese, la sventura che rende talora l’esistenza cosí crudele e inesorabile.” (Eugenio Borgna (2014): 16)


Allo stesso tempo, questa corsa contro l’imperfezione, genera in qualcuno un sentimento di ansia. L’impossibilità di non sbagliare, la necessità di essere multitasking culmina molto spesso in un sentimento di angoscia, un senso di continua perdita di controllo. In psicologia cognitiva, in riferimento all’ansia, si parla di rimuginio. Di fronte all’intolleranza di qualcosa di incerto, di incontrollabile, l’uomo non può far altro che innescare una serie di situazioni mentali che tengano conto di tutte le variabili di questa vita frenetica. Il rimuginio è la soluzione che la nostra psiche adotta di fronte a qualcosa che ritiene minaccioso. Ed è così che il pensiero non sembra abbandonare l’individuo, lo accompagna anche nei momenti liberi e lo tormenta nel sonno, portandolo dunque ad essere stanco e frustato. “Come un suo rovescio la società dell’azione e della prestazione genera stanchezza eccessiva ed esaurimento” (Byung-Chun-Han (2010): 66). In molti, soprattutto giovani, si instaura la paura di non essere abbastanza, di perdere momenti di condivisione, del giudizio altrui, la paura delle proprie debolezze, così difficili da definire a sé stessi e agli altri.

Peter Handke nel suo “Saggio sulla stanchezza” parla di “stanchezza che divide” e scrive:” i due già precipitavano, inarrestabilmente, da parti opposte, ciascuno della sua personale stanchezza, non la nostra, ma la mia qui e la tua là”. L’individuo dunque si riscopre solo, incapace di gestire questa solitudine e incapace di accettare la propria fragilità. Questo sentimento di vulnerabilità è ancor più ferito e dilatato da emozioni fredde, da relazioni indifferenti e noncuranti.


L’accettazione della fragilità

Il dizionario Zanichelli definisce fragilità qualcosa che si spezza facilmente perché debole e fragile. Nella fragilità si nascondono però anche valori di sensibilità, di delicatezza, di empatia. Dunque, è fragile qualcosa che facilmente va in frantumi (come l’equilibrio psichico ed emotivo), ma è anche fragile qualcosa che non può essere altrimenti se non fragile (come la timidezza, la capacità empatica). Eugenio Borgna, psichiatra italiano, in molti dei suoi saggi parla di fragilità considerandola una condizione connaturata all’esistenza: “una spina nella carne” e “la premessa a considerare la nostra vita, e quella degli altri, nella loro precarietà e debolezza”. La fragilità dell’anima, rispetto a quella del corpo, si nasconde e allo stesso modo sono celati nell’individuo i mezzi per affrontarla. “La fragilità è il nostro destino, certo, ma essa nasce, si svolge e si articola in una stretta correlazione con l’ambiente in cui viviamo, e cioè con gli altri da noi. La coscienza della nostra fragilità, della nostra debolezza e della nostra vulnerabilità (sono definizioni, in fondo, interscambiabili) rende difficili e talora impossibili le relazioni umane: siamo condizionati dal timore di non essere accettati, e di non essere riconosciuti nelle nostre insicurezze e nel nostro bisogno di ascolto, e di aiuto. La nostra fragilità è radicalmente ferita” (Eugenio Borgna- “La fragilità che è in noi”)

Come è possibile, dunque, non considerare la fragilità nell’esistenza umana? Perché non prendere in considerazione la possibilità di prendersi cura della fragilità, di conoscerne le sue sfumature?


La cura della fragilità è un percorso complesso che richiede un esame profondo di sé e a volte necessita anche di un sostegno farmacologico. Le parole e il dialogo rivestono un ruolo particolare nell’accettazione della fragilità. Entrare in dialogo con sé stessi diviene essenziale, scavare nella profondità del proprio animo per comprendere le radici di questa vulnerabilità.

Allo stesso modo è necessario comprendere in sé e negli altri anche i silenzi, i valori degli sguardi, il linguaggio dei volti. La fragilità deve essere colta nella propria esistenza e in quella degli altri. Non è possibile però far ciò se non si esce dalle bolle di indifferenza su cui viaggia l’individuo moderno, immerso nell’io e incurante dell’altro: «il linguaggio porta necessariamente al dialogo, ed è perciò la piattaforma sulla quale si realizza l’incontro io-tu, che il solitario tenta di sfuggire come incompatibile col suo disegno». (Borgna (2017): 27)

Questo cammino deve quindi necessariamente cominciare da una profonda accettazione delle proprie fragilità o della propria stanchezza. È prioritario che si cambi il paradigma di un processo produttivo in cui è il mercato a scandire l’esistenza degli uomini e a dettarne le condizioni di vita, in uno in cui l’esistenza in quanto tale diventi il valore assoluto di riferimento.







Bibliografia

- Alain Ehrenberg (2010). La società del disagio. Il Mentale e il sociale. Torino. Einaudi

- Byung- Chul-Han (2010). La società della stanchezza. Milano. Nottetempo.

- Eugenio Borgna (2017). Le parole che ci salvano. Torino. Einaudi.

- Eugenio Borgna (2014). La fragilità che è in noi. Torino. Einaudi

- Federico Chicchi & Anna Simone (2017). La società della prestazione. Roma. Futura.

- Peter Handke (2000). Saggio sulla stanchezza. Milano. Garzanti.




Image Copyright:

Nigel Van Wieck "Q Train"

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