• Koinè Journal

Il 23 maggio tenetevi il cordoglio ipocrita, e tacete per dignità.

Updated: May 22


di Luca Simone.


Ci stiamo avvicinando al 23 maggio, e quest’anno in particolare verranno ricordati i trent’anni da quella strage che lasciò un paese a bocca aperta, uccidendo il magistrato più famoso d’Italia con un attentato degno dei narcotrafficanti Colombiani o dell’OLP. A tre decenni da quell’evento però la verità completa ancora ci sfugge, nessuno sembra davvero pienamente soddisfatto degli attuali (e incompleti) riscontri processuali. Sembra esserci qualcosa di più, perché nessuno è più così stupido da credere che a mettere 500 chili di tritolo al di sotto di un’autostrada, a premere al momento giusto il detonatore e soprattutto a sapere con esattezza quando il giudice Falcone sarebbe tornato da Roma, siano stati solo quattro “pecorai” come li definisce lo stesso Brusca, uno degli attori coinvolti. C’è di più. Sembra esserci un disegno ben più ampio che coinvolge livelli ben più alti e professionali, personalità che forse con una mano servivano lo Stato e con l’altra una strategia stragista come quella degli anni Settanta e Ottanta. Un livello che si intreccia con la particolare congiuntura internazionale di quegli anni, e che forse vede il coinvolgimento diretto anche di attori e di servizi segreti stranieri.


È sempre difficile analizzare fatti complessi come in questo caso le stragi di mafia o più in generale i grandi misteri italiani, perché sembrano esserci costantemente dietro l’angolo coincidenze che possono in un attimo trasformare un discorso di senso compiuto in un’ode al complottismo degna del più accanito No-vax. In certe situazioni, però, è particolarmente difficile credere al caso, e io credo che la strage di Capaci sia esattamente una di quelle situazioni.


È un caso che appena un giorno dopo l’attentato, il 24 maggio, non io, non il giudice Di Matteo e né tantomeno Paolo Borsellino, che peraltro verrà fatto a pezzi nemmeno due mesi dopo in un attentato con se possibile ancora più punti oscuri, ma il futuro Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro si chiese “Ma davvero è solo Mafia?”


È solo un caso che ai primi di marzo, un personaggio della destra eversiva detenuto per il coinvolgimento diretto nella strage di Bologna, tal Elio Ciolini, invierà una lettera ai PM felsinei parlando di una “nuova strategia della tensione” che vedrà aventi inattesi atti a destabilizzare l’ordine pubblico come attentati a personaggi politici e stragi.


È solo un caso che pochi giorni dopo le esternazioni di Ciolini, viene ammazzato per le strade di Palermo il Ras andreottiano Salvo Lima, atto che molto probabilmente costituisce il primo tassello dell’intera strategia, poiché la mafia intende mandare il primo messaggio ai palazzi romani, avete tradito e noi lo sappiamo, cambia tutto.


È un caso che pentiti di primo piano come Spatuzza, parlino di un cambio di programma fondamentale che segna una svolta negli eventi, cioè quando Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano vengono richiamati da Roma dove avrebbero dovuto uccidere Falcone che girava per la città senza scorta, semplicemente sparandogli. La strada scelta da Totò u’curtu sarà invece quella di sventrare un intero pezzo di autostrada attirando gli occhi del mondo sul Cosa Nostra e la Sicilia. Perché, anche per un contadino, come amava autodefinirsi il simpatico scannatore, questa appare una scelta strategicamente autolesionista?


È un caso che una persona seria come il PM Scarpinato parli di riunioni febbrili nel 1991 tra particolari personalità di Cosa Nostra che sono allo stesso tempo alti esponenti della Massoneria, che discutono di un grande progetto suggerito dall’esterno di destabilizzazione politico-sociale, di cui Cosa Nostra deve essere il braccio militare, in cambio di futuri favori, un braccio che avrà anche un nome, quello di Falange Armata.


È un caso che sempre nel 1991 poi, stranamente, compaia sulla scena siciliana un ex terrorista nero, Paolo Bellini, in rapporto diretto a quanto sembra con Nino Gioè, un altro che sembra “essere stato suicidato” perché sembrava sul punto di dire qualcosa di interessante sul livello superiore dell’intera questione. Le riserve di caffè alla stricnina non sono certo andate esaurite con Pisciotta e Sindona.


È un caso che il collaboratore infiltrato Luigi Ilardo venga fatto fuori in circostanze mai chiarite proprio quando stava per fare importanti dichiarazioni sugli intrecci tra Cosa Nostra e politica nazionale.


È un caso che sul luogo della strage sia stato rinvenuto un guanto che alcuni test di rilevazione biologica hanno dichiarato certamente appartenere ad una donna. Appare quantomai strano che Cosa Nostra, organizzazione di soli uomini, abbia deciso di portare sul luogo della sua più grande impresa criminale una qualche presenza femminile per allietare la tensione.


È un caso che sempre sul luogo della strage siano stati rinvenuti fogli sui quali erano trascritti numeri di utenze telefoniche che sono da ricollegarsi a quello che all’epoca era il servizio segreto civile, il SISDE, assieme ad altri riferimenti documentari che riconducono addirittura a servizi stranieri, in particolare la CIA. E non lo dichiaro io, ma il dott. Di Matteo.


È solo un caso che il telecomando viene fornito, e lo si può riscontrare in sentenze definitive, da un mafioso molto particolare, tal Pietro Rampullo, che aveva avuto un passato significativo nelle organizzazioni eversive di destra attive durante gli Anni di Piombo.


È un caso che nonostante l’esitazione di Brusca nel premere il comando del detonatore, dichiarata dallo stesso e accertata in ambito processuale, la detonazione avvenga comunque nel momento adeguato a compiere la strage. Lo stesso Brusca poi dichiarerà di non poter credere di essere stato lui ad aver compiuto materialmente la strage, assieme ad altri “quattro poveri ignoranti”, parole sue.


È un caso che sembra aleggiare su tutta questa situazione l’ombra di Gladio, organizzazione la cui esistenza era stata da poco confermata davanti al Parlamento da Giulio Andreotti, stranamente tirato in ballo in tutti i più grandi massacri e scandali della storia d’Italia.


È un caso che subito dopo la strage il computer nell’ufficio-bunker di Falcone venga manomesso e i dischetti rubati, proprio quando il giudice sembrava aver individuato una pista investigativa nuova su alcuni fatti importanti come gli omicidi Mattarella e Dalla Chiesa.


Come potete capire, è difficile districarsi in questo mare magnum di eventi, persone e documenti che si intrecciano tra loro, e non li ho nemmeno citati tutti, perché ho tralasciato il caso del fallito attentato all’Addaura e tutta la vicenda di Faccia da Mostro che ruota attorno all’omicidio di Emanuele Piazza. Non sono eventi semplici da analizzare, e forse la triste verità è che non arriveremo mai davvero ad una conclusione che possa darci pienezza. Perché se lo Stato davvero c’è dentro fino al collo in questi eventi, è impossibile portarlo alla sbarra, perché si sfalderebbe un paese che già così sembra continuamente sull’orlo del collasso.


Nonostante questo, politici di ogni risma e partito, che vi siete susseguiti per tre decenni sugli scranni parlamentari, e che non avete alzato un dito per fare chiarezza, per fare giustizia, e anzi, quando possibile, avete fatto di tutto per ostacolare chi cercava di far luce su questi eventi, (Giorgio Napolitano in particolare sembra essere andato a scuola dal Divo), per favore, non spellatevi le mani applaudendo chi è morto senza poter sperare di vedere in galera i suoi carnefici. Non scrivete post sui social che inneggiano al grande coraggio e senso dello Stato di Falcone e Borsellino. Non fatevi foto ad eventi di commemorazione solo per poter raccattare qualche voto o mettervi a posto con la coscienza. Voi potevate avere la loro stessa dignità, ma avete preso un’altra strada. Siate coerenti, e tacete, come state mettendo a tacere la verità da trent’anni. Lasciate a noi l’onore e l’onere di ricordare i nostri morti, pensate ai fatti vostri.


Va però detta una cosa. Io al caso non ci credo. E non credo nemmeno alla volontà di Dio. Io quello che devo sapere, credo di saperlo già. E forse lo sappiamo tutti da un pezzo. Da quando ai funerali di Borsellino la folla che per poco non linciava il Presidente della Repubblica aveva iniziato ad urlare “Fuori la Mafia dallo Stato”.




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