• Koinè Journal

Il mare dà, il mare toglie.


di Luca Simone.


Sarebbe stato troppo facile parlare in questo editoriale della scenata fatta dalla Meloni al raduno di Vox, mi sono tremate le mani per qualche ora, fremevo di scrivere qualcosa, ma poi mi sono trattenuto. Perché? Beh perché semplicemente non c’è molto da dire. Ha urlato una lista della spesa, come si trovasse dal salumiere: mi dia un etto di Identità sessuale, mezzo chilo di opposizione alla lobby LGBTQ (mai capito cosa sia, l’unica lobby di cui mi sono occupato recentemente è la sua, quella dei fondi neri svelati dall’inchiesta di Fanpage, in merito alla quale non ha ancora risposto), ah e mi raccomando due etti di guerra all’islamismo, non se lo scordi. Quindi sinceramente non c’è molto da aggiungere a questa scenata abbastanza pecoreccia, si commenta da sé. La nuova (la Meloni è in Parlamento dal 2006, anche su "nuova" c'è da discutere) Destra avrà questo volto, e probabilmente andrà anche al governo. Ho deciso invece di concentrarmi sull’altro enfant prodige, ovvero Matteo Salvini, che in queste settimane, per chi se lo fosse scordato, avrebbe dovuto essere il volto di un referendum da lui ispirato e voluto (con la sempre amichevole partecipazione di Matteo Renzi) per cambiare la giustizia, e secondo lui risolverne i problemi. Cosa è andato storto? Tutto. Voi due parole sull’argomento le avete sentite? No. Perché non le ha dette.


Tra fantomatici viaggi a Mosca (che potrebbero pure costargli caro, perché è stata aperta un’interrogazione in Commissione Europea), attacchi al reddito di cittadinanza colpevole di privare gli imprenditori samaritani di carne da macello, e solidarietà alla casta dei balneari, il Capitano non ha trovato neppure uno spazietto in cui inserire un accenno ad un referendum costato 400milioni (vi risparmio il calcolo, il bonus psicologo è costato 20). Ora, non vorrei essere frainteso, la mia non è una critica al referendum in sé, né ai suoi costi, come qualcuno ha pensato bene di fare, secondo me sbagliando. Si chiama democrazia la nostra, e io sono in prima linea per difenderne gli strumenti, primo tra tutti il referendum, che per chi se lo fosse dimenticato, è il più grande esempio di democrazia diretta nelle mani del popolo. Non sono d’accordo infatti con chi ha invitato ad andare al mare, per me lo strumento per opporsi c’era, ed era quello di votare No. So benissimo che il referendum non è un’elezione, e il non recarsi a votare rappresenta una “terza via” per bocciarlo, ma io personalmente, sono dell’idea che se si è contro qualcosa, sia sempre meglio esprimerlo con il voto. Parere mio personale, sbaglierò? Amen. (supercit.) In questo caso però, il silenzio di Salvini, accompagnato dal richiamo balneare di una calda domenica di inizio giugno, a mio modo di vedere, ha salvato capra e cavoli. I suoi. Perché va bene la sconfitta, con un magro, anzi, magrissimo 21% di votanti, di cui addirittura qualcuno ha votato no (come il sottoscritto), ma si sarebbe rischiata la disfatta totale se addirittura si fosse fatta una seria campagna per portare gli italiani alle urne. Immaginate ora, cosa sarebbe potuto succedere se Salvini si fosse esposto in prima persona per un referendum che andava incontro ad una sconfitta molto più che annunciata. Sarebbe successo che la Lega avrebbe ora molto probabilmente un nuovo segretario. Gli italiani non solo non hanno capito nulla dei quesiti per cui andavano a votare, scritti in ostrogoto, ma quando hanno capito cosa riguardavano, se ne sono tenuti alla larga.


Siamo tutti d’accordo che la magistratura vada riformata perché così non è più possibile andare avanti, che ci siano processi troppo lunghi e macchinosi, e che il problema delle correnti sia reale e metta a rischio l’integrità stessa del terzo potere dello Stato. Io però devo ancora capire cosa c’entra questo con il colpo di mannaia che si è cercato di dare, e soprattutto cosa c’entra con l’abolizione della Severino o della custodia cautelare. Attendo delucidazioni in materia. Molto probabilmente, se la destra si fosse esposta in una campagna elettorale, costringendo gli oppositori del referendum a fare altrettanto, si sarebbe chiesto agli italiani in maniera molto più semplice: vuoi che i condannati tornino in Parlamento per farne terreno di bivacco? Mi piacerebbe davvero sapere chi avrebbe risposto di sì.


Concludendo dunque, questa volta, a mio avviso, il Gran Capitàn si è mosso bene. È stato zitto, ha capito l’aria da che parte tirava, e ha scelto il basso profilo, probabilmente salvandosi la poltrona di segretario. Per quanto ancora non mi è dato saperlo, ma se tutto continua ad andare in questa direzione, per poco, perché anche alle amministrative la Lega ha floppato clamorosamente, consegnando lo scettro di traino della coalizione a FDI. Il mare ha dunque tolto, nella calda estate del Papeete, segnando l’inizio della parabola discendente di Salvini, ma in questo caso ha anche dato. Ha dato tempo. Tempo che il segretario leghista sa di dover sfruttare bene se vuole rimanere in sella, attaccato com’è dai falchi di Giorgetti.


Non è che niente niente ti rimpiangeremo caro Matteo? Ci ritroveremo al bar a dire quanto erano belli i tempi in cui guidavi il Centrodestra? Quanto alla fine i decreti sicurezza non fossero male? Quanto ti stessero bene quelle polo della Polizia? Questo scenario è possibile perché ora a guidare la coalizione c’è qualcuno che mi spaventa più di te, e non credevo fosse possibile. C’è un nuovo sceriffo in città. Stiamo attenti a mamma-cattolica-donna Giorgia. Speriamo che il Copasir non apra un fascicolo pure su di me per quello che ho detto, è prematuro trovarmi professionalmente in compagnia di Orsini, in più sarebbe sgradevole dovermi confrontare con Adolfo Urso. Anche se ha davvero un bel nome, mi ricorda qualcuno, ah sì, Gustavo Adolfo re di Svezia.

Non se la prenda, si scherza.




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