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Koinè intervista: dialogo con il Sen. Francesco Verducci

Updated: Jan 8




di Luca Simone.


31 agosto, Koinè intervista il senatore Francesco Verducci (PD), vicepresidente della commissione contro i crimini d’odio, presieduta dalla senatrice Liliana Segre, a proposito della delicata situazione in Afghanistan e del ruolo che aspetta l’Italia e l’Occidente. La presa del potere da parte del regime talebano alla metà di agosto in seguito alla totale disgregazione del governo e dell’esercito, apre a scenari geopolitici di particolare complessità, nel quadro di un possibile arretramento degli Stati Uniti nella regione, a favore della potenza cinese. Il tutto accompagnato da una crisi umanitaria che colpisce il già martoriato popolo afghano, che deve confrontarsi con le persecuzioni e le violazioni dei diritti da parte del nuovo regime di Kabul, un interlocutore scomodo per un Occidente che deve rimediare necessariamente ai propri errori. Per il senatore si tratta “non solo di una sconfitta, ma di un fallimento epocale. Emblema del disastro della politica occidentale che si è rivelata totalmente inadeguata”.


Senatore Verducci, la situazione in Afghanistan si è deteriorata in tempo record. In poche settimane i Talebani sono riusciti a conquistare un paese che si riteneva messo al sicuro. Lei valuta questi avvenimenti come una sconfitta della coalizione internazionale e della politica che ha cercato di portare avanti?


Si tratta non solo di una sconfitta, ma di un fallimento epocale. Emblema del fallimento della politica occidentale che si è rivelata inadeguata, cieca rispetto ad un grande tema, quello che si è posto drammaticamente nel 2001 con gli attentati dell’11 settembre. Il tema del contrasto al terrorismo va coniugato sempre con la capacità di costruire multilateralismo. Questa vicenda rappresenta anche il fallimento di una concezione del multilateralismo come unicamente politica di potenza, perché l’invasione dell’Afghanistan accompagnata alla decisione di intervenire anche in Iraq, crea problemi di coerenza. Se l’intervento in Afghanistan è comunque collegato al problema del terrorismo, e si può parlare di necessaria risposta al dramma delle Torri Gemelle, l’attacco all’Iraq è stato un intervento “costruito” attorno ad una forzatura di Bush e di Blair, e poi ha condotto a risvolti tragici per tutto l’Occidente.


Cosa pensa sia andato storto nella politica americana e della coalizione in generale, da un punto di vista prettamente materiale?


Questo lo possono dire soltanto gli analisti che conoscono in maniera approfondita una situazione molto delicata. Tutti noi però dobbiamo prendere atto del fatto che la realtà come ci era stata raccontata, cioè di una società afghana che si andava ricostruendo in opposizione al vecchio regime dei Talebani, in realtà non è mai esistita, o non è esistita nella maniera in cui l’Occidente si aspettava. Quando l’anno scorso è stata annunciata da parte dell’amministrazione Trump la decisione di lasciare l’Afghanistan, con il conseguente accordo siglato nel febbraio 2020, il governo afghano si è andato sgretolando, al punto che ai primi di luglio del 2021, quando Biden ha deciso di dare seguito alla decisione già presa dal suo predecessore, nel giro di un mese l’esercito governativo afghano è letteralmente scomparso. Il governo si è dissolto, e addirittura il presidente Ghani è scappato. Ci siamo trovati di fronte perciò a quella che Alberto Negri ha definito una “grande bolla”.


Secondo lei Biden aveva le mani legate o avrebbe potuto fare di più? E l’Italia avrebbe potuto fare altrettanto, dato che ha deciso di terminare il ponte aereo con Kabul il 29 agosto, due giorni prima della scadenza naturale secondo gli accordi presi con i Talebani, e data anche la tragica vicenda che stiamo vivendo delle 81 studentesse della Sapienza ancora bloccate in Afghanistan?


Il primo elemento posto, è di tipo più strategico. Biden sicuramente avrebbe potuto agire in maniera differente. Una volta eletto avrebbe potuto decidere di cambiare atteggiamento nei confronti dell’Afghanistan, e ha deciso di non farlo per ragioni di politica interna. Sappiamo quanto sia il costo al bilancio statunitense della presenza militare in Afghanistan, e ha perciò decretato l’insostenibilità di tali spese per concentrarsi sulle politiche interne. Di fronte alla scelta degli USA di lasciare l’Afghanistan non credo che le altre nazioni alleate avessero molta scelta, tantomeno l’Italia. Dall’interno di questa cornice si possono però comunque analizzare gli eventi drammatici a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, ovvero le immagini della fuga da Kabul di tutti quegli afghani che si sono battuti per avere un governo laico e democratico. L’Italia ha il dovere di fare di tutto per accogliere tutti coloro che fuggono dalla persecuzione del regime talebano, perché è di persecuzione che stiamo parlando. Quello dei Talebani è un regime feroce; in queste ore sono innumerevoli i casi di omicidi, sequestri e violenze verso le categorie che in questi anni hanno collaborato attivamente per la costruzione di un Afghanistan democratico e laico, si può dire con categorie occidentali. Oltre a loro però, è particolarmente a rischio la categoria delle donne. Noi abbiamo perciò il dovere politico e morale di accogliere tutti coloro che decideranno di abbandonare l’Afghanistan con tutti i mezzi che saranno necessari. Per quanto riguarda invece il ponte aereo chiuso anticipatamente, io credo che l’Italia abbia fatto il massimo possibile, ma mancano indubbiamente ancora molte cose da portare a termine. Non è perciò un’operazione che può considerarsi conclusa il 29, ma si tratta di un lavoro che deve continuare anche oltre il 31, non solo nei confronti delle studentesse della Sapienza che vanno naturalmente messe in salvo il prima possibile, ma anche nei confronti di tutti coloro che cercheranno di uscire dall’Afghanistan. Noi abbiamo il dovere di aiutarli anche aprendo all’interlocuzione con il regime, non certo però per legittimarlo.


Lei perciò è favorevole ad aprire un canale di dialogo con i Talebani?


Non sono affatto favorevole alla legittimazione di quel regime, penso che però l’interlocuzione sia un percorso in qualche modo obbligato, e questo non implica affatto una legittimazione. Non è un caso che Macron abbia parlato in prima persona a favore dell’apertura di questo canale, con lo scopo pratico di facilitare le operazioni di salvataggio di tutti coloro che intendono abbandonare l’Afghanistan.


Il 30 agosto è stata resa ufficiale l’accettazione da parte di Draghi della conferenza convocata dal Ministro degli Esteri Russo Lavrov, che assieme alla Cina ha deciso di invitare l’Occidente al dialogo sulla questione. Draghi facendo questo si è in qualche modo reso capofila di un Occidente che intende coinvolgere materialmente nella questione due paesi che sono spesso ignorati o lasciati ai margini, e mi riferisco a Russia e Cina. Quest’ultima ha poi già da tempo accolto a Pechino in visita ufficiale la delegazione Talebana, e la portavoce del Ministro degli Esteri cinese ha aggiunto che “Pechino è disposta a svolgere un ruolo costruttivo nella ricostruzione pacifica dell’Afghanistan”. (16 agosto).


La politica estera della Cina è una politica completamente diversa dalla nostra. Pechino è il principale alleato del Pakistan, un paese in cui i Talebani godono da sempre del supporto materiale e politico del governo. Islamabad è da un certo punto di vista un punto di riferimento per i Talebani, un approdo sicuro. La Cina ha storicamente una politica di vicinanza con il Pakistan, e in un contesto geopolitico di rivalità tendenzialmente accesa tra Pechino e Washington, dato il ritiro statunitense, l’Afghanistan può entrare in un’orbita vicina agli interessi cinesi, e pertanto il coinvolgimento di Pechino in un summit che apre ad una discussione sulla questione è fondamentale. Vista poi la vicinanza tra Xi Jinping e Putin, il coinvolgimento della Russia in tali negoziati è logica conseguenza, anche a causa di una storia molto particolare tra questi due paesi, che sono confinanti. Vorrei infatti ricordare che appena nel 1989 si concludeva un conflitto decennale che aveva visto l’Unione Sovietica invadere l’Afghanistan in quella che sarebbe stata l’ultima guerra combattuta dall’URSS prima della sua caduta nel 1991. Una guerra in cui gli Stati Uniti si erano schierati dalla parte dei Talebani in funzione antisovietica, finanziando quelli che all’epoca erano chiamati con ammirazione “mujaheddin”.


Questa conferenza a cui Draghi ha accettato di partecipare, che rappresenta in qualche modo un “piccolo G20”, ha come tema principale quello degli investimenti possibili da effettuare in Afghanistan. Le chiedo perciò se varare una politica di investimenti sarebbe una sorta di legittimazione indiretta nonché un aiuto materiale al regime di Kabul?


È chiaro che rispetto al rapido corso degli eventi, sia necessaria una guida, una regia politica a livello di grandi potenze, e mi riferisco al G20. Un G20 in cui siedono permanentemente anche la Cina e la Russia, ed è perciò il luogo che può fungere da gabinetto di compensazione anche rispetto alle stesse Nazioni Unite. È perciò secondo me giusto che ci sia un tavolo di discussione. Siamo però ovviamente ancora agli inizi, e non abbiamo ancora un quadro completo della situazione che si sta sviluppando dopo il ritiro delle truppe della coalizione. Abbiamo notizie che parlano della costruzione di un regime basato sulla violazione di diritti umani fondamentali. Bisogna però fare chiarezza su questo tema, e non è certo un tema che riguarda solo l’Afghanistan, parlavamo prima del Pakistan e potremmo citare anche l’Arabia Saudita, altro paese con cui i Talebani hanno conclamati rapporti, e che è a tutti gli effetti governato da un regime profondamente illiberale. Io credo che in questa fase non possiamo affatto parlare di legittimazione del regime Talebano, però è ovvio che sia necessario aprire canali di interlocuzione, e il luogo deputato per farlo è sicuramente il G20. La riflessione che però dobbiamo per forza di cose fare è che, se i Talebani in poco più di venti giorni sono riusciti a conquistare un intero paese, fatta eccezione per il Panjshir, dove Massoud sembra in grado di portare avanti la resistenza, se questo è avvenuto è evidentemente perché in tutte le aree rurali del paese i Talebani godono di un consenso molto forte. All’Occidente non piace dover fare i conti con questa realtà dei fatti, perché bisognerebbe accettare la presenza di un consenso popolare nei confronti di un regime di quella fattura, che non riconosce diritti per noi ormai consolidati. È però necessario fare i conti con la realtà.


Lei è a conoscenza di un piano politico per la gestione dei profughi afghani, e se è allo studio un qualche corridoio umanitario da negoziare con i Talebani stessi, i quali hanno ufficialmente dichiarato la loro disponibilità a lasciar partire chiunque lo desideri e sia in possesso dei documenti per farlo?


A livello nazionale si sta lavorando in maniera instancabile per la creazione e il mantenimento di corridoi umanitari, un tema che verrà ampiamente trattato nello stesso G20, il cui obiettivo è proprio quello di trovare una sistemazione ad una situazione di estremo caos e incertezza. Nelle prossime settimane verrà certamente approntato a livello europeo un piano per l’accoglienza, la distribuzione e l’accoglienza dei profughi. A livello nazionale, ovviamente verranno organizzati tavoli di discussione tra il governo centrale e le amministrazioni regionali e locali. Si tratta però di un contesto che è ancora in costruzione data la complessità della situazione.


Secondo lei era possibile avere un piano B che prevedesse corridoi umanitari, in previsione di un deterioramento della situazione, in modo da prevenire il caos attuale?


In tutta questa vicenda è mancato un piano di riserva, un piano B. Ci siamo sentiti ripetere da Biden in giù che il crollo del governo afghano era un’eventualità assolutamente non calcolata e non prevista. La mancanza di un piano alternativo, porta con sé la consapevolezza ormai fattuale della superficialità con cui è stata giudicata l’intera questione, al punto da tralasciare la creazione di corridoi umanitari utilizzabili in caso di problemi, quelli che poi si sono verificati. Questa “grande bolla” in cui tutti i grandi leader sembrano aver vissuto, in cui il governo e l’esercito afghani avrebbero sicuramente retto, è scoppiata tra le mani di Biden in primis, in maniera fulminea, rendendo manifeste le mancanze organizzative dell’operazione. Non credo affatto ad una premeditazione, ma sono fermamente convinto che questo fallimento epocale sia stato frutto di una mancanza totale di analisi della situazione da parte degli USA e della Coalizione occidentale in generale.


L’immobilismo statunitense, dettato da difficoltà di politica interna, ha avuto effetti anche sulla situazione afghana. Biden ha ereditato una situazione già ampiamente compromessa, e una politica estera portata avanti da Trump che è stata quella del disimpegno e del non intervento. Un ritorno prepotente sulla scena internazionale avrebbe potuto mettere forse in cattiva luce la nuova presidenza, che perciò non ha forse potuto intervenire in maniera diversa. Potrebbe forse essere l’Afghanistan il campanello di allarme di una regressione nella politica estera americana?


Vicende come quella afghana, di queste proporzioni, sono difficili da ripetersi. L’Afghanistan è stato nell’ultimo ventennio l’emblema di un certo tipo di impegno politico-militare, ma l’intera vicenda mette sul tavolo il dibattito che era vivo fin dall’inizio, ovvero quello dell’esportazione della democrazia. È chiaro che una situazione come quella attuale investe in maniera pesante l’intera politica estera occidentale. Il tema del multilateralismo è l’unica scelta possibile, e l’isolazionismo americano di Trump e forse di Biden rappresenta comunque un errore tanto quanto lo fu a suo tempo l’interventismo sfrenato di Bush. L’Afghanistan rappresenta forse il fallimento più emblematico di entrambe queste politiche, che nascono nel solco tracciato dall’11 settembre. Bisogna capire quale sia la strada che permetta di costruire un multilateralismo su cui basare la crescita e il consolidamento delle democrazie, a cui accompagnare un rafforzamento della governance mondiale e uno sviluppo sostenibile che non vada a vantaggio soltanto dei paesi più forti. Si tratta di temi enormi, ma impossibili da non affrontare per evitare di trovarci di fronte a crisi che rischiano di investirci con tutta la loro potenza. Ci troviamo di fronte a sfide importantissime, come quella che riguarda la gestione di un fenomeno migratorio epocale o quella che riguarda il cambiamento climatico, è necessario perciò sedersi attorno a un tavolo e discutere in maniera costruttiva di possibili soluzioni.



31 agosto 2021



Image Copyright: Wakil Kohsar/ Via Getty Images

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