• Koinè Journal

Koinè intervista: il governo Meloni secondo Flavio Zanonato


di Valentina Ricci.


Valentina Ricci intervista Flavio Zanonato, ex membro del Pd, passato nel 2017 ad Articolo 1. Nella sua lunga carriera è stato due volte sindaco di Padova, Ministro dello sviluppo economico nel governo Letta dal 2013 al 2014 ed europarlamentare dal 2014 al 2019. Commenta con Koinè la partenza del governo Meloni e la crisi della Sinistra.


Iniziamo dal discorso di Giorgia Meloni alla Camera. Tra le tante cose dette in quei 70 minuti, Meloni indica in modo netto il posizionamento dell’Italia dalla parte del fronte atlantista per quanto riguarda la guerra in Ucraina e rinnega la sua simpatia verso i regimi, attuali e non, dell’Europa. La cosa che si nota è la lontananza che c’è tra queste posizioni e le nomine fatte dal governo, penso ai Presidenti di Camera e Senato, penso alla simpatia dimostrata da Pichetto Fratin nel 2016 verso i secessionisti del Donetsk, e penso anche alle parole di Berlusconi trapelate nei giorni prima dell’insediamento del nuovo governo. Secondo lei quanto peseranno queste incoerenze sulla tenuta del governo e a livello internazionale?


Ho ascoltato attentamente il discorso di Meloni sul suo programma e c’è una prima considerazione che vorrei fare: ci si aspettava un discorso – forse anche per colpa dell’attesa suscitata dai media – di grande spessore, abbiamo invece sentito un discorso non particolarmente rilevante, anche se ha detto tante cose giuste. Ha cercato di dare di sé un’immagine rassicurante, ma non ha avuto il coraggio di portare questa trasformazione fino in fondo, si pensi al riferimento alla lotta di liberazione come a una semplice lotta a colpi di chiavistello contro dei giovani neofascisti. La cosa che mi ha stupito di più, però, è stata l’enunciazione del programma: ha elencato una serie di misure incompatibili tra loro, vuole aumentare le uscite ma senza aumentare le tasse, quindi senza aumentare le entrate. Sugli argomenti è mancata quindi coerenza e precisione, perché non ha spiegato come vuole attuare le misure proposte.

Sulla questione del rapporto con l’Ucraina e la Russia la posizione è stata netta, ma il contrasto arriva con la presenza stessa di alcune persone nella compagine di governo: sappiamo che Berlusconi ha con Putin dei rapporti di affetto e d’affari, sappiamo che in un passato abbastanza recente alcuni importanti esponenti del governo, come Fontana o Meloni stessa, si sono espressi in modo filoputiniano. Lo stesso meccanismo si vede con l’argomento aborto: Meloni si è impegnata a convincere gli elettori di non essere contro l’aborto, ma ha nominato dei personaggi che hanno dimostrato che questa è un loro terreno di battaglia fondamentale. Nell’insieme è stato un discorso che ha cercato di tenere un atteggiamento in qualche modo rassicurante tra due parti con composizioni ideali e valoriali molto diverse e, nel caso della mia parte, non mi ha convinto.


Quindi, con queste premesse, si può dire che le fratture sono dietro l’angolo?


Le difficoltà di Meloni non sono sicuramente finite qui. Ci sono personaggi che non se la sono messa via. Prendiamo il caso di Salvini: perché insiste con il tema dell’immigrazione? Perché da una parte vuole mantenere un consenso che ha ancora anche se fortemente ridotto, dall’altra sfida Meloni sul suo terreno. Secondo me questo è un rapporto complesso, nel quale matureranno tutti gli elementi che faranno diventare Salvini un problema.

Con Berlusconi ci sarà una novità ancora diversa, perché ci sono forti dubbi sulla sua capacità di guidare Forza Italia nel lungo periodo. Allora ci si troverà davanti all’esplosione di Forza Italia e come verrà gestita questa esplosione è un mistero e sarà motivo di grandi frizioni interne.

Poi c’è il problema dell’enorme crisi che Meloni dovrà fronteggiare, una crisi che ha bisogno di risorse, si pensi alle bollette o all’incremento dei prezzi. Ho dei dubbi che Meloni abbia, non tanto le capacità, ma la credibilità per collocarsi su scala europea e nazionale come una persona in grado di risolvere questi problemi.


Alla luce del quadro che mi ha delineato, crede che questa situazione sarà più favorevole per un’opposizione già fortemente in crisi? O che Meloni si approfitterà delle divisioni dell’opposizione? Penso all’uso strumentale delle battaglie linguistiche per distogliere l’opposizione da temi politici e sociali più rilevanti.


Per me la questione linguistica non è un problema per la grande massa della popolazione, soprattutto per le fasce a basso reddito, ma è indicatore di una confusione all’interno della sinistra. Parto da una premessa: se la sinistra si fosse presentata unita alle elezioni, adesso non saremmo in questa situazione. Con la legge elettorale che abbiamo, il fatto di presentarci da soli ci ha fatto perdere quasi tutti gli uninominali, mentre un accordo tecnico avrebbe giocato a nostro vantaggio. Dopo si sarebbe aperta una situazione complicata, ma soluzioni semplici non ce ne sono. Qui siamo in presenza di gruppi dirigenti del centrosinistra che hanno preferito, per non allearsi, lasciar vincere Meloni e credo sia una cosa vergognosa; ora Letta propone l’unità delle opposizioni, ma non poteva pensarci prima? Il risultato di questa situazione è che anche se Meloni si troverà in difficoltà, non c’è un’alternativa pronta, perché il centrosinistra è troppo diviso: Conte ha pensato a massimizzare i suoi voti, Renzi e Calenda danno segnali di apertura verso il governo nell’ottica di diventare un ago della bilancia, e il Pd è troppo concentrato sui salotti romani.


Parlando di Pd, Letta ha annunciato che non si ricandiderà alla dirigenza durante il prossimo Congresso. Lei non crede che ritirandosi al momento della sconfitta avrebbe dato la possibilità a nuove forze di preparare un’alternativa alla guida del partito? Non pensa che rimanendo a capo del partito per tutti questi mesi possa soffocare un vero cambiamento interno?


Era possibile che la rivoluzione francese partisse da Luigi XVI e da Maria Antonietta? Un rinnovamento può partire solo da altre forze che a un certo punto devono imporsi con un cambiamento radicale. Io non penso che questo gruppo dirigente sia in grado di portare il Pd fuori da una secca, perché ha fallito e continua a riproporre lo stesso modello fallimentare. Si è già visto anche per il prossimo Congresso: c’è una candidatura, ma senza nessuna proposta, senza un gruppo, un programma di governo, un’analisi della situazione internazionale e interna. Zero. Questo dà l’idea del livello di decadenza del Pd.

Spero che al Congresso qualcuno emerga con una proposta che non deve riguardare solo la politica, ma come vive il Pd, come si organizza, come si decide democraticamente. Il fatto che abbiamo perso preferenze alle elezioni dei parlamentari nazionali è dovuto al drammatico scollamento che c’è stato tra loro e il proprio elettorato, perché i parlamentari devono rendere conto a chi li nomina e li posiziona e non a chi li vota. Con le preferenze avrebbero dovuto spendersi e interessarsi alle questioni che riguardano l’elettorato, avrebbero dovuto girare e farsi conoscere; tutte cose che sono sparite, perché ora quello che conta è essere benvisti nei punti dove c’è il comando.


Per ora mi auguro che le forze della sinistra adesso si mettano insieme ed elaborino una proposta, anche se sarà perdente. E questa proposta deve essere rappresentativa di una parte del Paese, non di tutti. Bisogna rappresentare una parte che per me deve essere quella dei lavoratori, dei giovani e degli intellettuali, il perno del consenso della sinistra nel passato. Con le altre parti, come i ceti medi, si devono fare discussioni e accordi, ma non si può voler rappresentare tutti, perché così si spegne e distrugge il dibattito democratico e si finisce per non rappresentare nessuno. Infatti il Pd è sceso sotto al 20%.


Torniamo alla compagine di governo. Si è parlato tanto ultimamente dei conflitti di interesse che riguardano Santanché e Crosetto: data la centralità europea dei loro ruoli, pensa basteranno le rassicurazioni fatte a parole per mantenere credibilità davanti all’Europa, o pensa che questa situazione creerà diffidenza a livello internazionale?


Teniamo presente che con Berlusconi abbiamo già dimostrato di essere un Paese di manica larga con il conflitto d’interessi, e questi due attuali impallidiscono rispetto al caso del passato. Per quanto riguarda quello che hanno detto non lo reputo importante; avranno a breve l’occasione di dimostrare con i fatti se difenderanno i propri interessi o no. Ma visto come sono andate fino ad ora le cose, penso che tuteleranno i propri interessi.


Veniamo ai diritti. Pensa che ci sia il rischio di “tornare indietro” sui pochi passi avanti fatti negli ultimi anni o su diritti che si danno per consolidati – come l’aborto? E soprattutto, quanta differenza ci sarà rispetto al governo precedente, che, nelle parole di Cappato, si è rifiutato di rendere pubblici i dati sugli obiettori di coscienza?


Partirei dall’ultimo punto. Io sono per la massima trasparenza, ma ci sono reali problemi di privacy nella diffusione di alcuni dati, ci sono persone che sono obiettori per convinzioni morali e religiose, quindi non so quanto sia possibile rendere pubblici alcuni dati.

Sul rischio che si torni indietro, Meloni e il governo dovranno fare i conti con una grande parte della popolazione “iperconvinta”, prima di toccare delle leggi o di metterci seri ostacoli; anche il reddito di cittadinanza sarà difficile da eliminare, perché esiste una compagine ampia della popolazione che grazie a questa misura è sopravvissuta.


Possiamo interpretarle come battaglie di bandiera per mantenere saldo il consenso dell’elettorato che sarà scontentato da posizioni più moderate, ma necessarie, sulle politiche economiche o a livello internazionale?


Esatto, sarà soltanto una questione propagandistica, secondo me non ci sarà nulla di concreto. Magari cambieranno il nome al reddito di cittadinanza, ma non lo modificheranno nella sostanza…


Ultima considerazione: i fatti della Sapienza sono destinati a ripetersi più frequentemente, anche a causa di una maggiore polarizzazione della manifestazione di piazza?


Io da sempre non sono contrario alle forze dell’ordine, però bisogna considerare che loro si muovono sulla base di ordini, di un clima che si instaura e che può cambiare insieme alle svolte politiche, e quindi quello che è successo a Roma risente della vittoria di Meloni. È un fatto molto grave che dimostra quanto questo ambiente sia influenzato da ciò che accade in politica; spero che questa cosa non vada avanti e non degeneri.





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