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  • Writer's pictureKoinè Journal

Koinè Reportage: Kharkiv (pt.3)


di Giacomo Maroni.


Raccontare una guerra non è mai facile, ma raccontare una vita in guerra è impossibile. Ci abbiamo provato lo stesso, cercando di cogliere le piccole quotidianità della gente comune, che vede la propria vita scontrarsi con il grande moto della storia, un moto che non si può controllare o eterodirigere, ma si può solo subire. Abbiamo perciò deciso di raccontare tramite piccole parole, immagini, scampoli di discussione la cruda realtà di un popolo che ogni giorno vive la guerra, e lo faremo in tre puntate, ognuna con una storia e una città diversa. L'unica cosa che ognuna di queste foto dovrebbe ricordare, istantanee che raccolgono umanità e sofferenza confuse in un abbraccio mortale, sono le lapidarie parole di Rosa Luxembourg: "Guerra alla guerra."



KHARKIV

22-24 LUGLIO


PARTE TERZA

E' stata davvero dura trovare la vita che si reinventa, trovarla qui; e quando la trovavo mi si inceppava il cuore perché dinanzi all'assurdo si spengono le luci e il ritmo lascia spazio al silenzio.


Un palazzo a Kharkiv


Prendo il treno Kiev-Kharkiv, alla stazione verrà a prendermi Elena, che non conosco. Mi scrive mentre il treno sta arrivando in città che è vestita con un abito verde militare e si trova al parcheggio. E' elegante e si muove in modo raffinato. Fa l'insegnante e parla un inglese fluente, merce rara da queste parti. Mi dice che ha già in mente il giro da farmi fare e che i posti dove andremo li ha già visti tutti, perché ha voluto vedere con i propri occhi. Non credo sia un caso che Elena decida di farmi vedere per prima cosa una scuola distrutta. Penso che lo faccia non perché lei sia insegnante come me, ma perché la scuola è davvero un simbolo del futuro e a vederla così è come vedere crollata la speranza.


Interno di una scuola


A terra intorno alla scuola ci sono dei quaderni, ciò che si è potuto recuperare è stato portato via dalle aule per salvare il salvabile. Nel quartiere molti edifici hanno i segni del conflitto. A Kharkiv l'aria è diversa, più pesante. Non ci sono, come a Kiev o Leopoli, bambini che giocano o famiglie che cercano un pomeriggio normale. Kharkiv è stata colpita profondamente. La città è grandissima e non ce l'avrei fatta a vedere ciò che ho visto da solo.

Le chiedo se sarà possibile andare a conoscere Fuminori Tsuchiko, lei non sa chi sia, nemmeno io fino a pochi giorni prima, quando me ne hanno parlato a Kiev. Fuminori è un giapponese che ha vissuto sotto la metro per mesi e quando è uscito ha aperto un ristorante dove non si paga e chi ha bisogno riceve cibo gratis. In pochi mesi è diventato un volto conosciuto in Ucraina e un mese dopo la mia visita verrà ricevuto da Zelensky. In poco tempo ha fatto notizia e il suo sorriso positivo è bello mostrarlo a favor di telecamera.


La metro dove ha vissuto Fuminori


Elena ha due figli, vive con la madre perché questa non ha più la casa. Mi dice che ha tre matrimoni alle spalle e quando le chiedo perché ha continuato a sposarsi, mi risponde che la sua famiglia ci tiene molto. Ha origine russe, sua madre è russa e mi racconta del suo sbigottimento quando persone russe che conosceva non le hanno rivolto più parola, più una telefonata e li hanno iniziati a definire fascisti. Non si aspettava la guerra e si ricorda della telefonata di un amico la mattina del 24 febbraio che le diceva che i russi avevano attaccato. Si trovava in quel momento in un paesino a venti chilometri dal confine. Ha preso il treno ed è scappata verso la Polonia. E' andata a Radom. Ancora le si legge, nei suoi profondi occhi chiari, il punto interrogativo senza risposta di quei momenti.


Elena


Intorno a Kharkiv molte zone boscose sono minate e non ci si può andare. Gli edifici in alcuni quartieri sono solo macerie annerite e i palazzi, anche quelli abitati portano i segni dei colpi e del fuoco. Passiamo accanto ad un'area immensa, che mi dice era un grande parcheggio dove ognuno aveva un box fatto in mattoni e lamiere. Non ne rimane niente. Le dico di accostare perché voglio entrare. La via si chiama Fratellanza tra i popoli. Trovo un pertugio da cui infilarmi ed entro. Intorno si sente la morte con la sua assenza. Tutto è distrutto, è uno spazio lunghissimo che si distende lungo la strada. Qualsiasi oggetto verticale è crivellato. Non si muove niente. Sono completamente solo. Alcuni box hanno delle scale che scendono sottoterra, cantine. Tutti gli ingressi sono anneriti dalle fiamme. Chi si è infilato lì sotto per combattere non ha avuto scampo. Lamiere contorte. Macchine carbonizzate. Ad un tratto vedo una figura claudicante che cammina solitaria in mezzo a quelle macerie. Raccoglie qualcosa e si allontana. Ritorno da Elena che mi dice se ho letto il suo messaggio. Le dico di no. Lo apro e leggo che mi ha scritto che ha paura che ci possano essere le mine. Mi si gela il sangue, la guardo e le dico “dove andiamo ora?”.


L'area distrutta


Nel quartiere di Pivnichna Saltivka non è facile alzare la testa senza incupire il pensiero. Lo sguardo incontra i segni del fumo e gli occhi neri sbarrati delle finestre senza riflessi. I volti dei palazzi portano i segni della distruzione, alcune facciate hanno parti crollate che crollando hanno schiantato a terra la vita. Il quartiere, con i suoi palazzoni, prima di essere bombardato doveva essere certamente abitato da una moltitudine di persone. Oggi le altalene si muovono un po' solo se si solleva il vento e pochi vecchi se ne stanno seduti immersi in quel silenzio che lascia qualcuno quando se ne va. Non vogliono essere fotografati. Camminando lungo i sentieri tra i palazzi vedo una donna che sta tirando qualcosa in un cespuglio e ha accanto a sé una gabbia con due pappagallini. Ci fermiamo e le chiediamo degli uccelli. Ci dice che li ha portati a prendere un po' d'aria. Sotto il cespuglio un gatto rossiccio mastica il cibo che gli sta tirando.


La cura nonostante tutto


Ci dirigiamo verso un palazzo pesantemente colpito, la facciata è venuta giù. Un uomo si avvicina con la bicicletta e ci dice che lui abita qui. Che sono morte molte persone in quel crollo. Di tutto quel monte di macerie mi colpisce un cuscino, molto in alto, aggrappato a dei ferri ed appeso nel vuoto. Era il sonno di qualcuno. Mentre mi allontano si accostano al palazzo sventrato due donne. Credo siano madre e figlia. La figlia si mette davanti all'edificio e fa mossette ammiccanti, da ragazzina in cerca di followers. La donna la fotografa con il cellulare e si impegna. Si abbassa in modo da prendere tutto il palazzo dietro la ragazza. Stanno facendo foto che posteranno su qualche social. Sono pennellate di nero su nero.


La mancanza di dolore


Camminiamo per le vie della città, i locali sono semivuoti, la popolazione è crollata drasticamente, i più sono fuggiti. Partono le sirene che avvertono di attacchi. Elena continua a camminare come se nulla fosse. Le chiedo “Sono attacchi?”, lei mi dice di si, che oramai ci sono abituati e preferisce continuare a camminare. Non so, credo che per lei sia come non dargliela vinta alla guerra.


Un mazzo di fiori


Quando torno a Kiev con il treno guardo le foto dallo schermo della macchina fotografica. Sono tutte diverse da quelle scattate prima di Kharkiv. Queste non hanno luce. Ripenso ad Elena che continuerà a stare lì, ad ignorare gli attacchi e ad andare avanti, testarda.

Mi fermerò ancora alcuni giorni a Kiev poi tornerò a Cracovia con il bus. Per questo ultimo tratto impiegherò ventotto ore; un viaggio interminabile, con otto ore di attesa alla dogana. A Cracovia salirò sull'aereo dove allegri vacanzieri ridono e fanno battute. Mi dico che si sta chiudendo questa parentesi, ma ora che scrivo so che mi sbagliavo, dentro di me non si è più richiusa.








Foto e testi a cura di Giacomo Maroni

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