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  • Writer's pictureKoinè Journal

Koinè Reportage: Leopoli (pt.1)

Updated: Sep 19, 2023


di Giacomo Maroni.


Raccontare una guerra non è mai facile, ma raccontare una vita in guerra è impossibile. Ci abbiamo provato lo stesso, cercando di cogliere le piccole quotidianità della gente comune, che vede la propria vita scontrarsi con il grande moto della storia, un moto che non si può controllare o eterodirigere, ma si può solo subire. Abbiamo perciò deciso di raccontare tramite piccole parole, immagini, scampoli di discussione la cruda realtà di un popolo che ogni giorno vive la guerra, e lo faremo in tre puntate, ognuna con una storia e una città diversa. L'unica cosa che ognuna di queste foto dovrebbe ricordare, istantanee che raccolgono umanità e sofferenza confuse in un abbraccio mortale, sono le lapidarie parole di Rosa Luxembourg: "Guerra alla guerra."



CRACOVIA-LEOPOLI

11-14 LUGLIO


PARTE PRIMA


Volo Ancona-Cracovia. Qualche ora di attesa all'aeroporto, poi arriva il bus che mi deve portare a Lviv, facendomi entrare in Ucraina dalla Polonia.

Perché sono partito? C'è sempre il momento in cui bisogna superare la voglia di non partire più e abbracciare le abitudini del giorno dopo giorno. Non c'è una risposta al bisogno di andare o al bisogno di restare. Le risposte sono le domande in sé. Ho solo un contatto telefonico, di una ragazza italiana che nemmeno conosco e che vive e lavora a Kiev per il WFP. Per viaggiare diceva il mio professore in due si è troppi e uno è poco... Spero di non essere poco.


Riporto qui alcuni appunti presi a bordo del bus Cracovia-Lviv, scritti di getto: “Partito alle 1,40 da Cracovia. Sul bus solo donne, un autobus di due piani. Uomini: io, l'autista, l'uomo dei bagagli, un anziano e un paio di bambini. La guerra la si vede da questo. Non ci sono famiglie al completo, c'è aria mutilata, gioia castrata. Sosta al confine 7:20, in attesa di un controllo... Anche al confine solo donne, nelle auto solo donne. Gli unici due uomini guidavano dei pickup che avevano targa britannica, sicuramente cooperanti di qualche agenzia .

Sono più di tre ore che siamo fermi alla frontiera. Ora è passata una donna in divisa a ritirare i passaporti. Le passeggere sono tutte ucraine. Sono l'unico straniero. Tutti passaporti blu, tranne il mio. Se non fosse stato per l'autista che mi ha offerto un caffè lungo, molto lungo, sarei morto di sonno. In realtà gliel'ho chiesto, ma me lo ha offerto in maniera serena. Niente acqua da ore. La lentezza è estenuante e non so se ne uscirà presto. L'arrivo previsto per Leopoli era alle 10:30, ma sono già le 10,42 e siamo fermi in dogana. Il proprietario dell'appartamento che ho prenotato mi ha mandato un video sulla casa, su come si accede, nel caso arrivassi dopo le 13.00

Ore 12:10 passata la dogana ucraina. La ragazza in mimetica che controlla i passaporti mi ha chiesto se sono un volontario. Le ho spiegato che sono un turista... mi ha guardato titubante. Le ho detto, inventandolo, che vado prima a Lviv e poi a trovare due amici a Kiev che lavorano nella cooperazione internazionale. Le donne svolgono i ruoli di controllo. Tutti gli uomini sono impegnati in guerra, o perlomeno a svolgere mansioni utili alla guerra.

Fa molto caldo, ho bevuto acqua nel bagno della dogana che sapeva di ferro, ma non si sa dove poter prendere qualcosa da bere. Due carri armati sistemati su un camion, coperti da un telo. Sono entrato, sono dentro al paese. Questo bus di sole donne mi ha accompagnato con la sua mano gelida in questo paese.”


L'autobus ha accumulato cinque ore di ritardo e mi ha lasciato nei pressi della stazione. Viavai di militari, pronti per partire. In gruppo o da soli. Qualcuno riposa sotto gli alberi. Io devo trovare la casa, ho il caricatore del telefono rotto e mi oriento chiedendo. L'inglese non lo parlano in molti, insegne in cirillico. Trovo la casa e riesco a buttarmi sul letto. Ora si tratta di iniziare a fare quello per cui sono arrivato fin qui. Raccontare la quotidianità, la normalità, la ricerca dei piccoli gesti di uomini e donne che vogliono costruire in un paese votato alla guerra, alla retorica nazionalista. Voglio cogliere quello che non si racconta della guerra: il bisogno della pace.


La guerra per strada viene pubblicizzata attraverso eventi e cartelloni. Si propone il nazionalismo così come si propongono i cosmetici. Difficile sfuggire a tanta retorica e ovunque ci sono immagini di eroi. Ci si abitua ai sacchi di sabbia davanti alle finestre, ai cavalli di frisia, ai militari per necessità. Nei giorni passati a Lviv non sono arrivati attacchi via cielo e le giornate sono trascorse senza sussulti. Per sentire le sirene e le notifiche sul cellulare di attacchi imminenti dovrò aspettare Kiev. Qui familiarizzo con la militarizzazione. A poche decine di metri di distanza trovi i segni della guerra e la voglia di giocare dei bambini; le mamme sedute sulle panchine a parlare e tanta musica di strada. Musicisti suonano nei luoghi affollati e in circolo persone immobili e attente godono il tempo che sperano porti alla fine di tutto questo.


Nei locali i gestori mi guardano con una specie di sollievo. Lviv è patrimonio dell'UNESCO e ha vissuto di turismo; oggi gente da fuori non ve ne è più, c'è solo movimento interno, di ucraini che si spostano da un luogo all'altro, spesso per necessità e a volte come succedaneo di una vacanza altrimenti desiderata. Tutto può sembrare normale camminando lungo le strade, ma più andrò a fondo in questo viaggio e dentro questo paese, e più l'attrito diverrà doloroso.




Galleria Immagini

Scarpe troppo grandi, che aspettano il loro futuro, in un paese dove con la guerra i più deboli sono ancora più deboli.



Tutto intorno continua a muoversi come se nulla fosse.



La domenica fa caldo e i giochi d'acqua cercano portare via per poco tempo altri pensieri.



Lei vende cose da nulla seduta accanto ad un cartello dove c'è scritto "Investite a Lviv. E' un luogo sicuro".






Foto e testi a cura di Giacomo Maroni



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