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  • Writer's pictureKoinè Journal

L'Arabia è ormai capitale del calcio mondiale?


di Davide Cocetti.


Appena un paio di settimane fa, il presidente della Lega calcio Serie A Lorenzo Casini ha reso pubblico l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita per l’organizzazione di quattro delle prossime sei finali di Supercoppa Italiana. Sicuramente non un annuncio a sorpresa, dal momento che ben tre delle ultime cinque edizioni della competizione si sono disputate proprio in Arabia Saudita, tra Gedda e Riyadh. E infatti praticamente nessuno ha avuto da obiettare sulla scelta del Paese ospitante; del resto, qui in Italia, si sono levate ben poche voci di protesta persino per il Mondiale più controverso di sempre, quello disputatosi pochi mesi fa in Qatar – di cui noi di Koinè, invece, abbiamo parlato ampiamente sul nostro profilo Facebook.


Ben più discusso, paradossalmente, è stato il lato “sportivo” dell’accordo siglato tra la Lega Serie A e l’Arabia Saudita. Quest’ultima, infatti, ha preteso una riforma radicale della formula della competizione. Da sempre, la Supercoppa Italiana si è disputata come finale secca tra la vincitrice del campionato di Serie A e i campioni della Coppa Italia. Al massimo, in caso di vittoria di una medesima squadra in entrambi i tornei, il ruolo di sfidante è passato alla finalista perdente della Coppa. L’Arabia Saudita, però, ha ottenuto l’allargamento della Supercoppa a quattro squadre, includendo dunque le seconde classificate in pianta stabile.

La medesima riforma aveva interessato, nel 2019, anche la Supercoppa di Spagna – non a caso, proprio in concomitanza con lo spostamento della competizione a Gedda. Paradossalmente, nelle quattro edizioni spagnole disputate dopo la riforma, non ha più trionfato neppure una squadra vincitrice di un trofeo nell’anno precedente. Insomma, l’idea alla base di Supercoppa – vale a dire uno scontro tra squadre campioni – ne è risultata totalmente snaturata. A ciò va sommato l’inserimento di altre partite in un calendario già saturo, soprattutto per le squadre impegnate su più fronti.


In estrema sintesi, possiamo concludere che l’Arabia Saudita abbia dimostrato un potere decisionale praticamente illimitato sull’organizzazione delle due Supercoppe, al punto da rivoluzionare completamente il format senza che le federazioni nazionali o le singole squadre abbiano avuto granché da obiettare. Neppure gli spalti semivuoti a gennaio, nonostante un derby di Milano che vedeva in palio un trofeo, hanno sollevato qualche punto interrogativo sulla bontà di assegnare l’evento a Riyadh. Del resto, il movimento calcistico italiano avrà 23 milioni di buoni motivi per ignorare tali criticità.


L’organizzazione delle Supercoppe di Italia e Spagna rappresenta solo la punta dell’iceberg dell’imponente ruolo che l’Arabia Saudita ha acquisito – mai termine fu più azzeccato – nel mondo del calcio. Ancor più eclatante è stato l’approdo di Cristiano Ronaldo all’Al Nassr, squadra di vertice del campionato locale. Il fuoriclasse portoghese, ormai ai margini del calcio di primissima fascia, ha accettato in inverno le lusinghe da capogiro dei sauditi: 100 milioni di bonus alla firma e un compenso di 200 milioni a stagione, fino al 2025.


È bene ricordare che CR7 non è solo uno dei calciatori più forti della storia, ma è anche uno dei personaggi pubblici più in vista del pianeta – basti pensare ai 532 milioni di followers su Instagram, che lo rendono di gran lunga il VIP più seguito di questo social. E proprio in quest’ottica si spiega la clausola che, secondo diversi media internazionali, sarebbe stata inserita nel faraonico contratto di Ronaldo: un ruolo da ambasciatore dell’Arabia Saudita nella futura campagna per aggiudicarsi l’organizzazione del Mondiale 2030.

L’Al Nassr è infatti legato a doppio filo al ministero dello Sport saudita, esattamente come ogni altra squadra del movimento calcistico locale. E non potrebbe essere altrimenti, in un Paese retto da una monarchia assoluta di stampo fondamentalista. Per ironia della sorte, proprio il trasferimento di CR7 ha reso necessarie alcune deroghe alla rigida interpretazione della sharia islamica – per esempio, sul diritto del fuoriclasse portoghese di convivere con la compagna Georgina Rodriguez, pur non essendo legati da matrimonio.

Di Musalli al-Muammar, proprietario dell’Al Nassr e firmatario del contratto da quasi un miliardo di euro di CR7, si sa pochissimo. Non è facile stimare il suo patrimonio, né il suo contributo reale ai bilanci societari. Tuttavia, sono noti i suoi legami con Mohammad bin Salman Al Sa’ud, l’uomo alla guida del Paese. E si sa anche che la sua gestione del club abbia più i connotati di un’amministrazione fiduciaria, che non di una proprietà come siamo abituati a intenderla (1).


Se si vuole un esempio ancora più eclatante dell’ingerenza diretta della monarchia saudita nel mondo del calcio, si può parlare dell’acquisizione delle quote di maggioranza del club inglese Newcastle FC da parte del fondo sovrano Public Investment Fund (PIF), completata nell’ottobre 2021. Il club militante in Premier League è così divenuto l’ennesimo tassello nel mosaico di investimenti pubblici sempre più diversificati dell’Arabia Saudita, intenzionata a svincolare il suo patrimonio dalla dipendenza dal mercato petrolifero.

La carica di presidente del Consiglio di amministrazione del fondo PIF è ricoperta proprio dal monarca bin Salman, che però non figura nell’organigramma societario del Newcastle. A farne le veci troviamo il suo fedelissimo Yasir Al-Rumayyan, che cura anche gli affari della Saudi Aramco – la compagnia nazionale petrolifera saudita.


Dal momento in cui PIF è entrata in possesso del Newcastle, non sono mai mancate polemiche sulla nuova proprietà. Amnesty International ha denunciato a più riprese la scelta della Premier League di «consentire a chi è implicato in gravi violazioni dei diritti umani di farsi largo nel calcio inglese solo perché ha il portafoglio pieno di soldi» (2). È di poche settimane fa l’ultima segnalazione, rilanciata dal “The Guardian”, secondo cui il club sarebbe controllato direttamente da un ministro facente parte del governo saudita, in barba alle garanzie contrarie rilasciate alla Football Association al momento dell’acquisizione.


Gran parte delle controversie, però, è stata insabbiata dagli ottimi risultati sportivi raggiunti nell’immediato dal Newcastle. Da squadra in lotta per non retrocedere, in meno di due anni i Magpies si sono trasformati in una formazione da piani alti della classifica e hanno raggiunto persino una finale di coppa nazionale. Risultati impressionanti, soprattutto considerata l’agguerrita concorrenza inglese – tra cui spicca il Manchester City di proprietà emiratina.



Alcune riflessioni finali


Un elenco puntuale e preciso di tutti i legami tra le istituzioni saudite e il mondo del calcio risulterebbe assai arduo e piuttosto ripetitivo. Abbiamo proposto semplicemente una selezione dei casi più significativi, sia perché tutti molto recenti da un punto di vista cronologico, sia perché realmente incisivi sulle cronache – sportive e non – mondiali. Va tenuto ben presente che, a differenza dei vicini qatarioti, l’Arabia Saudita ha una tradizione calcistica discretamente consolidata. La Federcalcio locale esiste da quasi settant’anni; la nazionale saudita si è qualificata a ben sei degli ultimi otto Mondiali e il suo palmares comprende anche tre Coppe d’Asia.


Alla luce di questi fattori, l’eventuale assegnazione del Mondiale 2030 all’Arabia Saudita potrebbe non risultare neppure così paradossale, a maggior ragione dopo il liberi tutti dell’edizione conclusasi da pochi mesi in Qatar. Non dobbiamo però dimenticare la reale entità del potere saudita: una monarchia assoluta, retta da un principe ereditario che de facto risulta essere un dittatore.

Le organizzazioni non governative di tutto il mondo denunciano da tempo l’autorità senza controllo di bin Salman. Non esiste una vera e propria Costituzione, ma solo una legge fondamentale subordinata alla sharia – di cui tra l’altro lo stesso bin Salman, in quanto massima autorità religiosa del Paese, rimane l’interprete più autorevole.


Se ci spostiamo sul versante dei diritti umani, la situazione è ancor più allarmante. Secondo un recente rapporto dell’ONG European Saudi Organization for Human Rights (ESOHR), negli ultimi sette anni le autorità saudite avrebbero condannato a morte almeno un migliaio di persone, in seguito a processi a dir poco controversi e di cui risulterebbe impossibile anche solo recuperare gli atti. Inoltre, lo stesso documento denuncia un utilizzo endemico della tortura, anche sui minori, come strumento di repressione del dissenso. (3).

A tutto ciò si devono aggiungere le politiche fortemente discriminatorie a danno dei lavoratori migranti, in gran parte appartenenti alla nutrita comunità yemenita locale (4). Con buona pace di chi, in visita – lautamente retribuita – dal nostro Paese, in Arabia Saudita ha visto un nuovo Risorgimento…


Ora, a fronte di queste criticità, indignarsi proprio per le macchinazioni sportive del regime di Riyadh può sembrare del tutto inutile e secondario. Tuttavia, il mondo del calcio mette a disposizione straordinarie possibilità comunicative e offre un linguaggio unico, comprensibile a tutti, attraverso cui veicolare messaggi. Lo sanno molto bene le autocrazie – e infatti investono milioni e miliardi in questo settore, a prescindere che si parli di Arabia Saudita, Qatar o Turchia. Dovremmo impararlo meglio anche noi, se davvero siamo interessati a una sensibilizzazione efficace su determinati temi. Il Mondiale qatariota ha rappresentato un’occasione persa in tal senso: diverse iniziative e spunti interessanti, ma poco coordinati, spesso tardivi e raramente incisivi. Non possiamo permetterci di perdere anche il treno per il Mondiale 2030.





Bibliografia

(1) Gabriele Vecchia, Chi è Musalli al Muammar? Il suo Patrimonio. L'uomo che si cela dietro le manovre sportive dell'Arabia Saudita, https://www.sportmagazine.it/calcio/2023/01/06/chi-e-musalli-al-muammar-patrimonio/?refresh_ce.

(2) Comunicato di Amnesty International del 7 ottobre 2021, Sportwashing: l’Arabia Saudita riprova ad acquistare la squadra di calcio del Newcastle, https://www.amnesty.it/sportwashing-larabia-saudita-riprova-ad-acquistare-la-squadra-di-calcio-del-newcastle/.

(4) Comunicato di Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain, La violazione dei diritti umani dei migranti yemeniti in Arabia Saudita, https://www.adhrb.org/it/2022/06/la-violazione-dei-diritti-umani-dei-migranti-yemeniti-in-arabia-saudita/.







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