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  • Writer's pictureKoinè Journal

Per la Palestina: "Occupiamola l'università!"


Di Sofia Lazzarini.


L’aspetto più ambivalente e fugace del ’68 è stato un’accezione di libertà diversa da quella classica, secondo cui la mia finisce nel punto in cui comincia la tua, quasi dovessero inevitabilmente competere e tollerarsi a vicenda. Allora le libertà sembravano camminare insieme, non libertà “di”, “da”, “fin dove”, ma libertà “con”, vissute in una sintonia in parte immaginaria, in parte reale.

Anna Bravo, A colpi di cuore


I cortili di Palazzo Bo a Padova, sede storica del Rettorato e della Scuola di Giurisprudenza dal 1493, sono diventati il cuore dell’occupazione dellə moltə studentə che da venerdì 10 a sabato 18 maggio si sono accampatə con le proprie tende in sostengo alla causa palestinese. Immettendosi nell’ondata di mobilitazioni che dalle università statunitensi, si pensi alla rinomata Columbia University (NY) o all’Università della California (UCLA), il movimento si è diffuso anche nel contesto europeo ed italiano, con molti atenei oggetto delle proteste studentesche. Queste, bloccando lezioni, lauree e sedi universitarie, hanno un duplice obiettivo: chiede a gran voce che le proprie università si espongano in modo fermo sulla necessità di un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e, a seconda del paese, che vengano resi noti, indagati o del tutto interrotti i rapporti con università israeliane, organizzazioni pro-Israele ed industrie belliche (es. Leonardo SpA). Proprio come durante le mobilitazioni del ‘68 contro la guerra del Vietnam, le proteste sono divampate in Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Italia e in molti altri paesi del mondo, dove al pubblico dissenso studentesco ed alle richieste di confronto le istituzioni hanno risposto talvolta dialogando pacificamente, talvolta schierando i reparti antisommossa. Esempi del primo modus operandi sono stati il Trinity Collage di Dublino o l’Università di Gand dove il Primo Ministro belga, De Croo, ha appoggiato le manifestazioni dichiarato: “Se fossi uno studente oggi, è probabile che anche io avrei fatto sentire la mia voce”.


In altri contesti, purtroppo, le università si sono invece blindate rifiutando sia il confronto che la possibilità di accogliere parte delle richieste della comunità studentesca. Si pensi al caso della Libera Università di Berlino o della facoltosa Sciences Po di Parigi dove, al pari della Sorbona, le istituzioni accademiche si sono rifiutate di creare commissione d’indagine sui rapporti università-Israele portando a nuove proteste, sgomberi violenti e alla chiusura temporanea delle stesse sedi. Altro caso mediaticamente seguito e contestato è stato quello dell’Università di Amsterdam dove gli scontri con la polizia sono stati ancor più violenti ed ingiustificati di fronte a studenti e studentesse pacificamente in contrasto con l’orientamento accademico.

Proteste degli studenti ad Amsterdam (Van Flymen/ANSA)


Anche in Italia la questione non è da meno. Se da una parte ci sono stati rari casi di dialogo e supporto, anche da parte di Rettorə, docenti e personale tecnico-amministrativo nel denunciare i critici rapporti tra le proprie università e quelle israeliane, dall’altra non sono mancati scontri, critiche violente ed intolleranze. Non sempre le richieste studentesche sono state infatti disattese, sintomo del fatto che una risposta differente è possibile. Alcuni gruppi di Palermo (Collettivo Scirocco e Giovani Palestinesi Palermo) hanno recentemente comunicato come il proprio Rettore abbia rilasciato una dichiarazione fondamentale. Oltre ad impegnarsi nel contrastare l’islamofobia e nell’erogare borse di studio per eventuali studentə palestinesi, Unipa non prenderà più accordi con le università israeliane finché la Palestina sarà oggetto di occupazione coloniale e procederà con la cancellazione dell’unico accordo con l’Università di Afeka. Altri esempi di apertura si sono verificati alla Scuola Normale di Pisa e all’Università di Torino, le quali hanno scelto di non partecipare al bando di cooperazione 2024 istituito dal Ministero israeliano dell’Innovazione, Scienza e Tecnologia (MOST) e dal Ministero italiano degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale (MAECI) volto a finanziare progetti di ricerca tra i due paesi in vari ambiti scientifici.


Moltə studentə, professorə e ricercatorə hanno evidenziato le problematicità del bando in questione, denunciando il rischio di finanziare tecnologie cosiddette “dual use. Queste, infatti, utilizzabili sia a scopo civile che militare, potrebbero, e di fatto sono, impiegate per esercitare forme di oppressione e sterminio del popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Le decisioni prese lo scorso marzo dal Senato Accademico della Normale, organo di rappresentanza sia del corpo docenti che di quello studentesco, hanno tuttavia sollevato non poche discussioni nel nostro Paese. Cosa possiamo aspettarci se è in primis Anna Maria Bernini, Ministra dell’Università e della Ricerca, a considerare: “Radicalmente sbagliata ogni forma di esclusione o boicottaggio, estranea alla tradizione e alla cultura dei nostri Atenei, da sempre ispirati all’apertura e all’inclusività”? “Apertura” ed “inclusività”, parole che di certo non combaciano con le preoccupanti risposte locali e nazionali a seguito delle pacifiche occupazioni studentesche degli ultimi mesi in quasi tutte le maggiori universitarie italiane ed europee. Similmente, durante le Conferenze dei Rettori delle Università Italiane (Crui) a Roma, ci si è appellati spesso al principio di “libertà” e “neutralità” della ricerca scientifica, come se la scienza non fosse anch’essa politica, per fornire allə partecipanti delle pratiche linee guida per un’azione comune e orientata a mantenere salda la linea della Ministra dell’Università e del governo Meloni stesso.


La Crui, oggetto anch’essa di scontri e manifestazioni, non ha perso tempo nel ribadire come  la violenza contraddica l’essenza stessa dell’università, sede naturale del pensiero critico, e nel sottolineare la propria ferma condanna verso: “Qualunque atto teso a silenziare con la prevaricazione l’opinione altrui”. Di fronte alle petizioni ignorate ed alle evidenti acrobazie retoriche e politiche, i collettivi della Sapienza hanno diffuso una lettera aperta ai rettori e alle rettrici degli atenei italiani, in cui si afferma come: “La mobilitazione di queste settimane è il tentativo di costruire uno scenario di pace. Le università, proprio in quanto spazi aperti di confronto e attivazione sociale, non possono essere isolate dai conflitti che attraversano le nostre società, lo riconoscete anche voi nel documento approvato dalla Crui. Ma l’implementazione di questi principi nella prassi deve confrontarsi con le richieste avanzate dalle mobilitazioni”. Un’ulteriore lettera aperta è stata inviata direttamente al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per invitarlo a dialogare con lə studentə accampatə. Mattarella, in visita all’Ateneo romano lo scorso giovedì, dopo aver espresso preoccupazione per la situazione in Medio Oriente ha sottolineato come, secondo la nostra Costituzione, tutte le violazioni dei diritti umani debbano essere denunciate e come la rivendicazione della libertà e la condanna della sopraffazione non dipendano dalle relazioni internazionali. Allə manifestanti ha proposto inoltre un consiglio: “Il potere, quello peggiore, desidera che le università del proprio paese siano isolate, senza rapporti né collaborazioni con gli atenei degli altri paesi perché questa condizione consente al peggiore dei poteri di controllarli. Ribadisco l’auspicio del dialogo nel reciproco rispetto”.

Proteste in Sapienza (ANSA)


Questi ed altri casi, si pensi alle contestazioni rivolte contro la Ministra della famiglia Eugenia Maria Roccella durante gli Stati Generali della natalità, mostrano come spesso e con troppa facilità le istituzioni agitino lo spauracchio della “censura” o della “prevaricazione”. Spesso descritte come poco democratici ed inclini al dialogo, le manifestazioni pubbliche di dissenso e critica vengono frequentemente presentate, soprattutto dai media, come violente minacce all'ordine costituito. È accaduto anche all’Università di Padova dove da mesi diversi collettivi studenteschi (Catai, CoRda, Pedro, Storia Attiva, Spina ecc.) insieme ai Giovani Palestinesi del Veneto, stanno organizzando incontri di auto-formazione, assemblee aperte, cortei ed occupazioni, la più importante culminata al Bo venerdì 10 maggio, per sensibilizzare la città e l’Università intorno al genocidio in corso a Gaza.


Nonostante ognuna di queste iniziative si sia svolta senza violenza, a parte quella della polizia che talvolta le ha accompagnate, la Rettrice Daniela Mapelli ha rilasciato un ambiguo comunicato con il chiaro intento di criminalizzare, screditare e delegittimare il pacifico dissenso studentesco sotto forma di riappropriazione degli spazi fisici e ideologici dell’Università. Il comunicato appare già di per sé problematico in alcuni suoi punti: “L’occupazione studentesca iniziata nei giorni scorsi ha svelato, in maniera inequivocabile, la sua natura prevaricatrice. Voglio ringraziare docenti e personale tecnico-amministrativo per la loro enorme disponibilità che ha permesso di garantire, grazie alla modalità duale, la regolarità delle lezioni. Totale solidarietà a studentesse e studenti che hanno subito qualsiasi tipo di disagio dovuto alla violenza degli occupanti: li ringrazio per la pazienza e ricordo che l’Università è rappresentata solo ed esclusivamente da loro. Non lasceremo che la prevaricazione di un manipolo di studenti, accompagnati da persone che nulla c’entrano con l’accademia, possa impedire il diritto inviolabile alla formazione della nostra comunità studentesca. Domani, martedì 14 maggio, in Senato Accademico, sommo e unico luogo in cui si prendono le libere e democratiche decisioni d’ateneo, verrà presentata una delibera, prevista da settimane, che si occuperà della situazione di Gaza senza però cedere ad alcuna forma di boicottaggio dei rapporti con gli atenei israeliani. La storia dell’Università di Padova insegna e ci ricorda come l’ateneo abbia gli anticorpi per resistere a qualsiasi forma di violenza”. 


Oltre al descrivere lə moltissimə persone che hanno preso parte alle contestazioni come un manipolo di studentə violentə (ne abbiamo parlato in questo  editoriale), cosa smentita dall’assenza di atti effettivamente aggressivi e disorganizzati nonché dal supporto e dalla presenza trasversale di gruppi e realtà multiformi (es. dei Medici italiani per Gaza), le parole della Rettrice limitano pericolosamente la partecipazione alla vita universitaria al solo Senato Accademico. A quest’ultimo, “sommo e unico luogo dove si prendono le libere e democratiche decisioni”, hanno tuttavia accesso solo una risibile minoranza tra docenti e studentə. Ci sarebbe da chiedersi: dove sia finita quella patavina libertas di cui si è tanto parlato parlato? Ma soprattutto: sono già state dimenticate le lotte dellə sessantottinə? Putroppo parrebbe di sì. Eppure, l’Università di Padova dovrebbe ricordarsi delle contestazioni di quegli anni quando studenti e studentesse pretesero spazi più democratici ed ugualitari sottolineando l’importanza della creazione dal basso di alternativi organi decisionali; da qui l’iniziativa di creare anche negli scorsi giorni un contro-Senato Accademico studentesco tenutosi sabato 18 maggio al Bo (proposta intrapresa anche dallə studentə romanə della Sapienza nella stessa settimana).


Come già accennato, molte di queste pratiche e mobilitazioni hanno le proprie radici storico-ideologiche nelle mondiali contestazioni del Sessantotto che l’Università di Padova sembra ricordare solo in un’ottica auto-celebrativa. Dai siti di Unipd possiamo infatti leggere: “L’Università di Padova vive da protagonista il Sessantotto e gli anni della protesta fin dalle prime ore: il suo corpo studentesco, enormemente accresciuto, è in prima linea. E a Palazzo Bo le contestazioni mettono fine ai sei mandati da rettore di Guido Ferro, in carica dal 1949 al 1968 (…) Le organizzazioni studentesche alzano sempre più il livello delle richieste, chiedendo ad esempio la co-gestione “democratica” degli spazi e dei programmi, l’abolizione degli esami e il voto politico. Così alla fine del ’67 iniziano le occupazioni delle facoltà: in gioco c’è sempre più anche un conflitto generazionale che contrappone studenti a docenti, con crescenti venature politiche e sociali e risvolti estremistici di opposte tendenze” ed ancora: “(…) Soffiava impetuoso anche a Padova il vento del ’68, partito dai campus americani e dalla Sorbona di Parigi ed estesosi rapidamente in Italia con i movimenti studenteschi di Torino e di Trento”. Pur essendo esattamente quello che sta succedendo ai giorni nostri, la voce dellə studentə attraverso un megafono fa paura alle istituzioni, nel caso universitario ancora escludenti, falsamente “neutrali” e non dialoganti.

Università di Padova occupata nel 1968


C’è dunque una colpevole dilagante ipocrisia da parte delle università “progressiste” che per decenni hanno promosso, e attirato dunque iscritti, la propria storia di attivismo politico e confronto democratico: le proteste pro-Palestina di oggi, proprio come quelle contro la Guerra del Vietnam di ieri, hanno forse mostrato ancora una volta il vero volto di molte delle nostre istituzioni? I molti colorati manifesti che si potevano trovare tra i cortili del Bo durante l’occupazione, tra cui: “Non ti dà fastidio un genocidio però una protesta studentesca sì?” o “Universities are alive again, thanks to Palestine”, esemplificano perfettamente questo e gli concetti sin ora espressi. Durante l'accampata padovana, infatti, parlando principalmente della libertà del popolo palestinese, è stato sottolineato come, con la sua resistenza, esso stia "liberando" indirettamente anche tuttə noi. In un’ottica di riflessione e comparazione storico-politica, è interessante notare come la retorica allarmista, criminalizzante e delegittimante utilizzata per screditare quella che alcuni media hanno riportato come intifada studentesca” sia, seppur in modo infinitamente minore, “simile” a quella impiegata da Israele e dall’Occidente per dipingere la resistenza palestinese esclusivamente come terrorista. 


In generale, come attestano anche le frequenti derive revisioniste nel dialogo storico, sembra sempre più comune la tendenza a screditare le molteplici forme della resistenza tutta, sia quella palestinese che quella studentesca in supporto ad essa. Le contestazioni, all’interno di un’università e di una società realmente democratiche, non dovrebbero essere mal tollerate o represse. Al contrario, dovrebbero essere riconosciute per il loro diritto e valore di stimolo, come espressione non violenta delle idee espresse ad alta voce in pubblico, affinché tuttə, studentə e cittadinə, possano essere informatə e sensibilizzatə. La protesta e la critica sono parte della formazione democratica dell’opinione pubblica, nonostante queste spesso vengano demonizzate per non affrontare forse la falsa retorica dell’Università e dello Stato riguardo alla pace, alla non-violenza ed ai valori democratici.

Manifesti pacifici affissi all'Università di Padova


Perché la creazione di spazi nuovi e trasversali, davvero aperti, liberi ed egualitari per tuttə all’interno in primis delle università (sempre più elitarie, meritocratiche, difficilmente accessibili ed in questi casi falsamente tollerante) spaventa così tanto le istituzioni? Le vecchie e nuove occupazioni studentesche hanno creato e creano ancor oggi luoghi non d’eccellenza e asettica conoscenza, ma di cura, di critica e di sapere pratico che unisce e genera. Questa è l’eredità del ’68 la quale: “Non è nelle risposte e nelle proposte che allora furono elaborate. È davvero nella ripresa di quel grido, profetico al di là di quel che allora si percepiva: questo non è che l’inizio. (…) Toccherà ancora ai giovani continuare la lotta” (Pombeni Paolo, 2018: 127).


Se da una parte si chiede alle giovani generazioni di agire, di partecipare e di far sentire le proprie voci, dall’altra, quando queste rispondono all’appello al di fuori dagli spazi normalizzanti della società, i risultati spesso sono questi. L’occupazione studentesca a Padova, pur rappresentando esattamente il problema citato, ha offerto molteplici momenti collettivi di confronto critico e democratico. Questa esperienza ha infatti favorito la collaborazione su più livelli, come dimostrato dalla presenza di diversi collettivi universitari e dalla partecipazione di studentə delle superiori, personale tecnico-amministrativo, professorə, dottorandə, lavoratorə e cittadinə, creando infine un contesto di lotta condivisa e di resistenza.






Bibliografia

-Bravo A. (2008), A colpi di cuore, Bari, Laterza

-Pombeni P. (2018), Che cosa resta del ’68, Bologna, Il Mulino





Image Copyright: Quotidiano Nazionale

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