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REGIONALI MARCHE: cosa c'è da sapere?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • Sep 24, 2025
  • 8 min read

Updated: Sep 25, 2025

di Luca Simone.


Il 28 e 29 settembre le urne marchigiane saranno aperte per consentire a centinaia di migliaia di elettori ed elettrici di scegliere il prossimo presidente della Regione Marche. La lotta per lo scranno di Palazzo Raffaello, senza ombra di dubbio, sarà uno scontro a due tra il candidato del campo largo Matteo Ricci e il governatore uscente di Fratelli d’Italia Francesco Acquaroli, ma nella sfida c’è posto anche per altri quattro outsider. Si tratta di Lidia Mangani candidata del PCI, Claudio Bolletta candidato per i rossobruni di Democrazia Sovrana e Popolare (la formazione veterocomunista di Marco Rizzo che però strizza l’occhio all’estrema destra di ispirazione “vannacciana”), di Francesco Gerardi candidato per il partito No Vax e No Euro Forza del Popolo e di Beatrice Marinelli candidata per Evoluzione della Rivoluzione.

 

I candidati e le coalizioni

Andiamo a vedere la situazione dei due candidati favoriti, e partiamo dal governatore uscente. Acquaroli, uomo vicinissimo alla premier Meloni, guida una coalizione di governo che rispecchia quella nazionale al potere dal 2022.  Può vantare di essere il primo presidente di Regione di Fratelli d’Italia, nonché il primo a riuscire da uomo di estrema destra a strappare quella che fino al 2020 era considerata una “regione rossa. Nei cinque anni di governo ha sperimentato varie problematiche, dalla ricostruzione post-sisma, all’alluvione al Covid, passando per la difficile congiuntura internazionale che ha raggiunto l’apice con le sanzioni alla Russia che hanno fatto a pezzi il già martoriato tessuto industriale marchigiano che aveva in quello russo uno dei principali mercati di esportazione.

 

Il principale punto critico e criticato della sua amministrazione è stato quello della sanità, duramente sanzionata dai rapporti della fondazione GIMBE e dalle rilevazioni dell’ISS e del Ministero, che denotano un sistema sanitario regionale svuotato di personale e servizi, con liste di attesa infinite e dati come quello della rinuncia alle cure (+9,7%) e della mobilità passiva in costante aumento. Acquaroli si è difeso accusando i decenni di amministrazione precedente che, a suo dire, avrebbero “lasciato in eredità una situazione già di per sé disastrosa. Una giustificazione che, dopo cinque interi anni di governo, non basta a mascherare le pesanti bocciature pervenute anche dai rapporti del Ministero della Salute, come evidenzia l’ultimo disponibile pubblicato lo scorso maggio. (Trovi qui)

 

A livello puramente politico pesano sulla sua amministrazione diversi scandali che hanno occupato le prime pagine dei quotidiani anche nazionali, da quello di ATIMpassando per SVEMLINK Academy e per alcune questioni interne al partito relative ad alcuni candidati “problematici” dal punto di vista giuridico, come Marcozzi e Putzu nella sola provincia di Fermo. Assieme a questo si somma una situazione interna alla coalizione molto complessa, con rapporti ai minimi termini tra FDI e gli altri due “soci” di minoranza Lega e FI. Negli ultimi anni, infatti, non sono mancati attacchi e accuse reciproche dettate dall’insofferenza verso quella che alti esponenti regionali di Forza Italia hanno chiamato “volontà cannibalizzatrice” del partito di Meloni. Un esempio lampante è la polemica innescata dalle dichiarazioni dell’ex sottosegretario leghista Siri che in tempi non sospetti ha tuonato: “Acquaroli? E chi lo conosce”, ironizzando sulla scarsa presenza scenica del presidente. Ultima, ma solo in ordine di tempo, la fuoriuscita fermana Vitturini, che ha abbandonato il partito della fiamma per accasarsi alla Lega, lanciando pesanti accuse ai suoi ex colleghi di partito locali, evidenziando ancora una volta come i rapporti siano tesissimi tra i vari ras locali.

 

Dall’altro lato della barricata c’è invece Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro per due mandati e attualmente eurodeputato del PD, a capitanare una coalizione altamente eterogenea che va a rappresentare invece tutto il mondo dell’opposizione al mondo a trazione meloniana. È proprio l’estrema eterogeneità della coalizione a rappresentare il primo possibile punto problematico, vista la necessità politica di far convivere forze antitetiche (e spesso contrapposte) come Movimento Cinque Stelle, Italia Viva e Azione (anche se questi ultimi due partiti formalmente non hanno presentato il simbolo, e Azione si presenta divisa con alcuni esponenti che invece parteggiano per Acquaroli).

 

Non è un mistero, infatti, che non scorra buon sangue tra Conte, Renzi e Calenda, con quest’ultimo che addirittura aveva invocato la “scomparsa dei Cinque Stelle”, identificati come il male assoluto della politica. A pesare, però, sulla testa dell’ex primo cittadino pesarese è soprattutto lo scandalo “affidopoli”, per il quale gli è stato notificato un avviso di garanzia. Secondo la procura di Pesaro, quando Ricci era primo cittadino avrebbe favorito, insieme ad altri, una serie di affidamenti pubblici diretti ad alcune associazioni in cambio di appoggio elettorale. La vicenda, a cui il candidato si è detto estraneo, non ha di fatto scalfito i ranghi già pronti a sostenerlo alle urne di fine settembre, e vista la religione giustizialista dei Cinque Stelle, non era affatto cosa scontata. Per i marchigiani, però, il caso potrebbe rappresentare un freno politico che, in una campagna elettorale come quella che stanno vivendo le Marche, potrebbe essere decisivo. 

 

Il nodo sanità

È evidente che il principale tema della campagna sia quello sanitario e non potrebbe essere altrimenti, dato che circa l’85% del bilancio regionale è destinato proprio alle spese sanitarieAndare a votare ad una elezione regionale significa, infatti, decidere quando, come e dove curarsi per i successivi cinque anni.

 

Lo scorso 17 settembre, dal palco di Ancona, la premier Giorgia Meloni ha tracciato il suo bilancio dei cinque anni di governo Acquaroli anche in tema sanitario. Tra i dati che ci ha tenuto a sottolineare c’è quello relativo ai LEA, ovvero i Livelli Essenziali di Assistenza (le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket, con le risorse pubbliche raccolte attraverso le tasse), dichiarando: “Oggi le Marche sono tra le cinque regioni più virtuose d’Italia per rispetto dei livelli essenziali di assistenza”. La dichiarazione, però, è altamente fuorviante e falsa, dato che stando all’ultimo report disponibile del Ministero della Salute, relativo all’anno 2023 e pubblicato lo scorso maggio, le Marche sono quinte in una sola delle aree monitorate e valutate

 

La valutazione delle regioni si basa su 88 indicatori, distribuiti in tre aree: prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera. Per ciascuna area, una regione può ottenere un punteggio da zero a cento, con la soglia di 60 come requisito minimo per risultare adempienti. Nel 2023 le Marche risultavano a metà classifica nell’area prevenzione, al sesto posto in quella distrettuale, e al quinto posto nell’area ospedaliera. Il punteggio complessivo delle Marche, sommando i punteggi delle tre aree, era l’ottavo. 

 

Nel documento del Ministero (che trovate integralmente qui) si legge inoltre che

Nell’area distrettuale, nell’anno 2023 si osserva la diminuzione del punteggio relativo all’indicatore D10Z “% di prestazioni, garantite entro i tempi, della classe di priorità B in rapporto al totale di prestazioni di priorità B (punteggio che passa da 100 del 2022 a 86,5 del 2023)”. Tradotto, dal 2022 al 2023 c’è stato un peggioramento significativo nella capacità di gestione e assorbimento delle liste di attesa

 

A questo si aggiunge che: 

il punteggio appena sufficiente dell’indicatore D02C, di nuova introduzione, “Proporzione di eventi maggiori cardiovascolari, cerebrovascolari o decessi (Major Adverse Cardiac and Cerebrovascular event- MACCE) entro 12 mesi da un episodio di ictus ischemico”.

Mentre, per quanto riguarda l’area ospedaliera: 

evidenzia un solo indicatore appena sopra la soglia di sufficienza, ossia quello relativo alla percentuale parti cesarei primari (nel 2023 il punteggio è pari a 60,3, era 58 nel 2022).”

 

Dall’opposizione fanno poi notare che “la spesa sanitaria sul PIL stia scendendo”. La dichiarazione è vera solo parzialmente, nel senso che bisogna capire a quale fonte si faccia riferimento, come ci spiega Pagella Politica. Secondo quanto si legge nel Documento di Economia e Finanza approvato dal governo Meloni lo scorso aprile, tra il 2024 e il 2026 la spesa sanitaria in rapporto al PIL rimarrà al 6,4%. Secondo però l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (trovate qui il report), organismo stavolta indipendente dal governo e con il compito di vigilare sui conti pubblici, si assisterà ad un calo che va dal 6,3 al 6,2%. 

 

Il dato che, però, più preoccupa rispetto alla sanità riguarda quello relativo alla rinuncia alle cure, elaborato dalla Fondazione GIMBE. Secondo quanto emerge dallo studio, infatti, nelle Marche la percentuale di famiglie che nel 2023 (anno dell’ultima rilevazione disponibile) ha rinunciato a curarsi a causa sia delle liste di attesa che dei costi troppo elevati delle prestazioni a pagamento fornite dai provati, è pari al 9,7%. Un dato importante, sia perché di molto superiore alla media nazionale del 7,6%, sia perché le Marche figurano come la terza tra le venti regioni totali ad aver fatto registrare un aumento rispetto al 2022, con un +7% sul dato. 

 

L’aspetto economico

Come se già non bastasse, a questo si aggiunge anche il nodo economico, dato che le Marche mostrano trend negativi in vari settori, come ad esempio quello dell’occupazione. Stando all’ultimo rapporto ISTAT, infatti, nel secondo trimestre del 2025 i disoccupati sarebbero aumentati del +10% rispetto al 2024, con un aumento quasi del +33% se si vanno a considerare solo le donne. Fa poi discutere anche la ZES, che il CDX si è affrettato in lungo e in largo a sbandierare con un disegno di legge, ovvero carta straccia, dato che il disegno di legge dovrà essere approvato in Parlamento non si sa ancora quando né con quali coperture. A domande i candidati hanno risposto tutti allo stesso modo: “La Meloni ha detto che i soldi ci sono”. Non si sa quanti, non si sa dove, non si sa come.

 

A concludere la tempesta perfetta c’è poi la ciliegina sulla torta dei dazi di Trump, l’”alleato” atlantico di Meloni & Co, lo “zio Sam” che coi suoi dazi secondo le stime più benevole rischia di far perdere lo 0,5% del PIL all’Italia, quasi 9 miliardi in export e più di 100.000 posti di lavoro secondo le stime di Svimez, arrivando ad un costo che peserà sulle famiglie italiane (già martoriate da salari fermi, mancato salario minimo ecc.) per più di 4 miliardi di euro, 4,2 per la precisione. In tutto questo cataclisma, le Marche sono una regione molto più che esposta, visto che esporta negli USA prodotti di eccellenza del settore manifatturiero caratterizzato da aziende medio piccole, quindi più fragili alle oscillazioni di mercato. E tra le aree più a rischio, c’è la provincia di Fermo, che nel settore calzaturiero risulta essere la quarta provincia d’Italia più esposta, con migliaia di lavoratori del settore che rischiano il posto, per un juggernaut sociale che risulterebbe difficilmente controllabile.

 

 

Come si Vota?

Gli election days vedranno le urne aperte dalle 7 alle 23 di domenica 28 settembre e dalle 7 alle 15 di lunedì 29. Muniti di tessera elettorale e documento di identità valido, i cittadini e le cittadine marchigiane potranno esprimere la loro preferenza seguendo diverse opzioni. In primo luogo, potranno semplicemente votare per il candidato presidente barrando sulla scheda elettorale il rettangolo dove compare il suo nome. In alternativa, possono tracciare una “X” sia nel riquadro del nome sia sul simbolo di una delle liste che lo sostengono, non essendo ammesso il voto disgiunto. Sarà possibile anche votare solo per una lista, ma in questo caso il voto sarà automaticamente conteggiato anche in favore del candidato presidente a essa collegato. Per il ruolo di consiglieri regionali, l’elettore potrà indicare fino a due candidati della stessa lista, a patto che vi sia parità di genere. Tradotto: nel caso in cui il cittadino decida di esprimere entrambe le preferenze, queste devono riguardare due candidati di genere diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza.





Image Copyright: Il Resto del Carlino

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