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  • Writer's pictureKoinè Journal

Studiare è roba da ricchi


di Luca Simone e Mattia Santarelli.


Lo scorso mercoledì è esplosa in varie città italiane la protesta degli studenti universitari contro la vergognosa situazione abitativa che ormai da decenni mette seriamente a rischio il diritto allo studio. La pandemia aveva raffreddato gli animi, anche grazie all’utilizzo della tanto vituperata DAD, che aveva concesso a moltissimi studenti di rinviare la drammatica ricerca di una casa. Questo giornale, questa esperienza che è Koinè, è nata e si è sviluppata grazie al lavoro di tanti universitari e universitarie di tutta Italia, la maggior parte fuorisede, che sanno bene cosa comporti il dover cercare un alloggio negli inferni di Bologna, Roma, Padova e Milano. Prezzi fuori mercato per camere singole, o addirittura doppie, magari in nero e situate a km di distanza dalle proprie facoltà. Per Nicola Porro però, dall’alto del suo nulla, questi sono sacrifici necessari. Ci si spieghi se l’Università sia diventata un bellum omnium contra omnes, oppure sia ancora quell’opportunità di accrescimento culturale da cui ricavare un futuro dignitoso. Perchè ad oggi questo non è chiaro. Ed è un eufemismo.


Tutto è iniziato con una tenda, piazzata in silenzio, a Milano. Un gesto così spontaneo quanto forte quello di Ilaria (n.d.r. così si chiama la ragazza che ha iniziato la protesta) che non è stato capito da tutti probabilmente, o non subito. Perché spesso, se una cosa non fa notizia, non è degna di nota. Una piccolissima tenda, a dar voce a tutta la precarietà di interi mondi di persone, quello degli studenti fuorisede, quello dei lavoratori precari, dei giovani neolaureati in cerca, delle famiglie che faticano a guardare con speranza alla fine del mese. Un vero e proprio simbolo di una condizione sociale.


La scorsa Domenica Ilaria toglie la tenda.


È sera, e quel gesto, quella tenda silenziosa, non ha ancora avuto il giusto risalto mediatico e politico. Qualcuno ne parla, pochi se ne rendono conto. Per persone abituate ad una misera singola da 500€ e rotti al mese a Piazza Bologna, il cuore pulsante della vita fuorisede a Roma, la storia di Ilaria non poteva finire lì. Quella tenda silenziosa doveva rimanere aperta, e mettere i picchetti anche altrove, ovunque quel simbolo di precarietà avesse senso di esistere e parlare.


Con gli altri compagni e compagne di sinistra universitaria sapienza decidiamo di raccogliere il testimone politico di Ilaria: lunedì sera avremmo aperto le prime tende in Sapienza, proprio sotto gli occhi della Minerva, il simbolo del Rettorato, il cuore dell’università più grande d’Europa. Qualche tenda silenziosa dunque, sotto ad una vecchia statua e qualche ufficio. Nulla di più.


A quelle tende silenziose, però, se ne aggiungono molte altre. In ognuna una storia diversa, una precarietà differente, ma una identica e comune condizione di vita. Iniziano ad arrivarne altre, sono più di 20 ormai, si uniscono altre persone, qualcuno passa e si ferma, qualcuno ci ignora. Passa la prima notte, e poi, le prime domande, i primi giornalisti e i primi microfoni.

Qualcuna di quelle tende silenziose inizia a parlare, ad avere una voce, una storia, una condizione sociale da denunciare. Escono i primi articoli, Repubblica, il Messaggero, Domani, Il Manifesto, arrivano i primi servizi TV, La7, Rai3, Rete 4, se ne inizia a parlare anche sui social, da Generazione a Skoula.net, passando per l’ironia tagliante di AQTR e Mauro Biani. Persino la Zanzara (si, Cruciani, ti abbiamo ascoltato nei momenti di sconforto e ci hai ricordato perché quelle tende dovevano stare lì). L’opinione pubblica, in maniera diversa, ne rimane colpita, ne parla.


Nel frattempo, da casa, la notizia ha un suo impatto. Ne parlano i talkshow.

E ne parla Controcorrente, sulla quarta rete, dove ospite c’era Mattia Santarelli, membro ormai storico della stessa Koinè e rappresentante degli studenti alla Sapienza (coautore di questo pezzo) che, assieme a molti suoi colleghi e colleghe, era in presidio davanti all’università più grande d’Europa per rivendicare un trattamento umano. Il minimo indispensabile. In studio erano presenti alcuni “autorevoli” esponenti della destra di governo e di informazione, mi riferisco a Senaldi e Donzelli. Lo spettacolo a cui si è assistito è stato francamente pietoso. Il primo ha fatto di tutto per far dichiarare agli studenti di essere stati mandati dal PD o da qualche altro partito di sinistra, di modo da etichettare subito la protesta non come politica, ma partitica. Uno stratagemma francamente stucchevole, portato avanti solo per non concentrarsi nel merito della questione, e additare la battaglia come un divertissement ideologico. Chiedo a Senaldi se per lui pagare migliaia di euro di tasse, di affitti, di libri e di costo della vita, possa definirsi un divertissement per tutte quelle famiglie che, specialmente ora, fanno sacrifici per far studiare i figli. Avesse almeno il coraggio di ammetterlo, se ne potrebbe apprezzare la coerenza.


L’ex direttore di Libero ha poi concluso il suo “discorso”, chiedendo agli studenti perché non fossero andati a protestare anche quando c’era il PD al governo. A dimostrazione, ancora una volta, dell’interesse più che nullo mostrato dalla destra per qualsiasi forma di dissenso. Le proteste ci furono, ci sono e ci saranno, perché questo problema va avanti ormai da decenni, e nessuno ha mai mosso un dito per tentare di risolverlo. Ad oggi però l’urgenza è, se possibile, ancora maggiore dato che arriveranno miliardi di fondi europei dal PNRR, da poter spendere anche per tentare di tamponare questa emergenza. Dopo i disastri degli ultimi mesi (ne abbiamo parlato qui), appare legittimo chiedersi se questo governo sia in grado di spendere in maniera decente i fondi. Lei non crede dott. Senaldi?


Donzelli invece, il falco della Premier, famoso per aver rivelato informazioni sensibili a proposito di detenuti in carcere duro (e anche di questo abbiamo scritto), si è trovato a dover parlare di un argomento a lui congeniale quanto a chi vi scrive sia congeniale la fisica quantistica. Si è pertanto limitato a spostare la discussione su una fantomatica richiesta di “esproprio proletario” (MAI) fatta dagli studenti. Ha iniziato ad inveire dichiarando che per il suo governo “la proprietà privata è sacra e non si tocca, qualcuno gli spieghi che la protesta non vuole certo andare a prelevare, fucile in spalla, gli appartamenti e le camere dai legittimi proprietari. Gli è stato mai fatto notare che esistono metodi ben più democratici per risolvere le questioni? Dunque cosa vuole ottenere la protesta, e quali sono i motivi che l’hanno scatenata?


La protesta serviva innanzitutto per fare da megafono ad una condizione di disagio. Per fare, cioè, ció che la politica dovrebbe fare.

Di una cosa poi siamo convinti: non esiste una buona o una cattiva “pubblicità”. Esistono i fatti, le azioni che facciamo, le storie che queste azioni raccontano, e le reazioni che queste azioni suscitano. E se qualcosa suscitano, vuol dire che sono stati toccati tasti pesanti per molti. Aldilà di cosa possano dirne il Senaldi e il Donzelli di turno, quella tenda silenziosa, è un simbolo che ha toccato tutti. Loro per primi, e li ha fatti agitare. Non solo dunque parte della politica, non solo qualche partito che se ne è accorto e ha portato il suo leader alle tende, (Schlein e Conte) non solo chi a fine mese non ci arriva. Anche loro. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti, carissimi.


Affitti da 6/700 euro al mese, l’aumento del costo della vita, il non riuscire a far spesa con meno di 60€ a settimana, il costo dei libri per dare gli esami, i 70 euro mensili di utenze, acqua, luce e gas, il costo minimo da sostenere per avere una vita sociale. Non sono arbitrarie voci di spesa. È il costo della vita di un qualunque studente fuorisede, e di qualunque famiglia che ne abbia almeno uno. Provate a moltiplicare quei costi per due, magari tre figli. Vedrete quanto una famiglia debba sborsare, solo per dar diritto ad un figlio di studiare e di formarsi. Non citiamo neanche la Costituzione, perché ci hanno dimostrato di non averla mai letta. Ma ci teniamo ad evidenziare una cosa. Un paese in cui la stragrande maggioranza delle famiglie non si può permettere di sostenere i costi di una formazione di primo livello per i propri figli, e in cui soltanto pochi possono davvero formarsi al meglio, è un paese destinato a morire per fuga di cervelli. È un paese senza futuro. È un palazzo di 6 piani con un bellissimo terrazzo comune da cui si vede il tramonto, ma non ha l’ascensore.


Se una persona si rompe una gamba e vuole vedere il tramonto al sesto piano di quel palazzo, quella persona ha bisogno dell’ascensore per salire. Altrimenti dorme nell’atrio, o deve per forza sperare che qualcuno lo aiuti a fare le scale. In entrambi i casi, probabilmente, quella persona non vedrà il tramonto.


E se quell’ascensore non c’è, cari Donzelli, è compito dell’amministrazione del palazzo sopperire a quella mancanza.


Un palazzo, un Paese, che non costruisce ascensori sociali, che non costruisce mezzi di lotta alla disuguaglianza, che non investe in formazione ed istruzione, è un paese che accetta una inutile e becera separazione delle opportunità suddivise per classi sociali di appartenenza, un paese che lascia i colori del tramonto soltanto a pochi eletti che già riuscivano a salire per vederlo.


Insomma, per farla breve, quelle tende chiedono semplicemente questo: un ascensore. Un momento di confronto, un tavolo di dialogo tra studenti e istituzioni, per parlare insieme di quell’ascensore, per far prendere formalmente atto alla politica che così le cose non vanno bene.


Governi precedenti hanno parte delle colpe, il governo attuale ha ora la responsabilità. Tutti, nessuno escluso, sono coinvolti in questa situazione e non hanno fatto abbastanza per sopperire a quella mancanza, per costruire quell’ascensore. Giocare allo scaricabarile però non serve a nulla, se non a fare confusione e perdere l’ennesima occasione di dimostrare che Politica è in realtà una parola nobile. Per chi ci crede ancora e, soprattutto, per chi non ci crede più.


Il punto della questione, che non si vuole capire, e specialmente non vuole capirlo questo governo che ha dato vita a quel Frankenstein che è il Ministero dell’Istruzione e del Merito, è che gli studenti sono stanchi. Sono arrivati ad un punto di non ritorno, schiacciati da un sistema falsamente meritocratico che spreme e poi risputa fuori i malcapitati che disgraziatamente non riescono a starci dietro. Quanti altri suicidi sono necessari per far capire che questo sistema improntato sul darwinismo sociale non funziona? Se a questa situazione, già di per sé disastrosa, aggiungiamo anche la quasi totale impossibilità per moltissimi di accedere alle esigenze di base (un tetto dignitoso sopra la testa), che tipo di istruzione si sta creando? Che tipo di società si sta plasmando?


Almeno ci avvertissero, perché è un nostro diritto scegliere di rifiutare di iscriverci alla scuola di sopravvivenza. Noi vorremmo solo iscriverci all’università e sperimentarne la vita, in tutti i suoi aspetti.


Perché no, caro Donzelli, caro Senaldi, caro Porro, l’università non è una cosa da ricchi.







Image Copyright: ANSA

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