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In Italia il diritto di voto è davvero garantito? La battaglia di Voto dove Vivo

Updated: Dec 6, 2021


di Leonardo Santoro.


Premessa

Questa storia, la ragione per cui Voto dove Vivo esiste, inizia da lontano. Più o meno dalla fine della prima Repubblica, con la conseguente scomparsa dei grandi partiti di massa. Sono molti i politologi che fanno risalire a quel periodo il tracollo della fiducia da parte dei cittadini nei confronti della politica e il conseguente e costante calo dell’affluenza ad ogni tornata elettorale. Un sentimento, la disaffezione, che non può essere solo conseguenza di quell'uragano giudiziario, in parte fallimentare, a giustificare la sempre più grande fetta di popolazione che decide di non esercitare il proprio diritto/dovere di scegliere chi dovrà governare la cosa pubblica. Ma esiste un’altra lettura, forse molto più complicata da mandare ai notiziari o anche sulle pagine di qualche giornale.


Una condizione comune

Il lettore mi perdonerà se faccio un passaggio personale: la mia situazione è quella che vivono milioni di altri giovani studenti e/o lavoratori, costretti dalla società e dalla propria voglia di riscatto a lasciare la propria terra e ritrovarsi a fare i conti con la globalizzazione che li sbatte in giro per il Mondo.

Sono uno studente/lavoratore fuorisede e il mio diritto ad esprimere la mia volontà politica è minato, non dalla carta costituzionale o da una mia mancanza di interesse per la cosa pubblica, ma proprio dalla mia situazione sociale, che mi costringe a non potermi spostare dal luogo di lavoro/studio per un solo giorno. Immaginate un viaggio di oltre otto ore, dal cuore di Roma a Cariati, in provincia di Cosenza, alla modica cifra di circa 60euro a tratta, quanto possa pesare sulla situazione economica del mio bilancio mensile. Voi, andreste a votare?

Stesso discorso vale per Greta, studentessa siciliana costretta ad un volo a cifre anche superiori, un impedimento assurdo per costo e tempistiche. Oppure a Filippo, che dovrebbe imbarcarsi per la Sardegna. Ma anche a Gennaro, lavoratore part-time con uno stipendio da fame, per il quale “andare a votare” significherebbe partire per Napoli sabato e tornare domenica, magari sacrificando il proprio giorno libero.

Per assurdo, se abitassimo (con residenza) a Parigi, a Londra, a Buenos Aires, o a New York, potremmo tranquillamente esercitare il nostro diritto al voto, mentre poichè siamo temporaneamente lontani dalla nostra residenza per lavoro, studio o malattia, in Italia, ciò non è possibile. Su questi presupposti negli scorsi anni molte associazioni, politiche e non, hanno portato avanti la battaglia del voto per i fuorisede. Ed è su queste basi che nel Secondo Municipio di Roma nasce il Comitato “Voto dove Vivo”.


Voto Dove Vivo

“Voto dove Vivo” è un comitato apartitico che racchiude tante realtà giovanili, tante storie diverse, ma profondamente simili, e che non a caso nasce in un municipio, il secondo appunto, che ospita tre atenei, tra cui quello più grande d’Europa de “La Sapienza”.

Nel 2018, dopo mesi di lavoro e confronto, il comitato scrive insieme all’On Marianna Madia (prima firmataria) la Proposta di Legge da cui esso stesso prende il nome, e che potrebbe dare a me come ad altri 3 milioni di studenti, a oltre 2 milioni di lavoratori fuorisede e a qualche centinaio di fuorisede per cause sanitarie, la possibilità di esercitare il nostro diritto/dovere, andando a mitigare quella disaffezione.

La proposta di Legge è di semplice attuazione, non è complicata, non inventa nulla.

Per dirla in breve, l’idea è sostanzialmente quella di trasportare il voto per posta, con la garanzia dello SPID, anche per i fuorisede, per tutto ciò che riguarda le votazioni delle elezioni politiche, dei referendum e delle elezioni europee. (ddl Madia)

Inoltre, ad onor del vero, questa proposta avrebbe qualcosa in più rispetto alle versioni precedenti presentate in commissione affari costituzionali.

Già nel 2018, infatti, essa inseriva la possibilità, attraverso un decreto del governo, di sperimentare il voto elettronico, unico mezzo che consentirebbe di estendere al massimo l’accessibilità al diritto di voto (anche a persone impossibilitate a recarsi alle urne per problemi di natura fisica). Un tema, quello del voto elettronico, sicuramente complicato da maneggiare per i burocrati di quel periodo, quando la stessa PA doveva ancora vivere il lungo processo di digitalizzazione che il Covid ha esponenzialmente accelerato. Ad oggi però, sebbene il voto elettronico in molti atenei sia ormai diventato una realtà per le elezioni studentesche, e nonostante l’avvenuta digitalizzazione di moltissimi settori e servizi (non solo quelli della PA), nulla di nuovo.


Le criticità

Attualmente nella commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati è presente solo la Legge “Voto Dove Vivo”, ma tutti ne hanno dimenticato la presenza, non fa gioco, non porta consenso in questo momento, e la battaglia rischia di cadere nel dimenticatoio. E con lei, il diritto al voto di più di 5 milioni di persone.

Voi direte:” Ma se la proposta è tanto semplice, perché non si fa?”

La risposta è altrettanto semplice: tutti i partiti hanno più interesse nell’intestarsi la battaglia politica più che nell’approvare davvero una legge che consenta ai fuorisede di veder protetto il proprio diritto. Solo per citare un esempio, la legge proposta dall’On. Brescia, scritta, portata in fretta e furia in commissione Affari Costituzionali per racimolare qualche consenso prima delle passate elezioni regionali in Calabria, per poi lasciarla lì e non far nulla. Dimenticata all’indomani della tornata elettorale.

La recente vicenda del Ddl Zan ci ha – tutt’altro che felicemente- ricordato che spesso la politica ha dei limiti. Limiti che costantemente ricadono sugli stessi soggetti che la legge vorrebbe, o dovrebbe, tutelare.

Dove la politica non arriva, sta al senso civico di noi cittadini attivarsi e fare in modo che il malessere comune venga ascoltato. Questo è “Voto dove Vivo”.

E proprio per questo il nostro Comitato, aperto a chiunque abbia voglia di contribuire a questa battaglia, non smetterà di parlarne, di girare per l’Italia, di promuovere quella che è a tutti gli effetti una legge di buonsenso, e che potrà avere solo ripercussioni positive per la collettività.





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