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Isolazionismo o interventismo? La politica estera americana e le sue prospettive future

Updated: Oct 6, 2021


di Lorenzo Ruffi.


Il 31 agosto 2021 rappresenta una data che resterà impressa a lungo nella storia e nelle menti di buona parte dei cittadini americani. Dopo 20 anni di guerra, l’ultimo contingente di soldati statunitensi abbandonava definitivamente l’Afghanistan, lasciandosi alle spalle un paese tornato nelle mani dei Talebani, contro i quali Washington aveva aperto le ostilità in quel lontano Ottobre del 2001. La frettolosa smobilitazione dal paese asiatico ha causato non pochi grattacapi all’attuale presidente Joe Biden. Il ritiro occidentale dall’Afghanistan aveva infatti preso, a partire dall’inizio di agosto, la forma di un vero e proprio esodo di massa, con scene che a molti hanno ricordato l’evacuazione di Saigon nel ’75 durante gli ultimi giorni della guerra in Vietnam.

Responsabile di questa umiliante debacle è stato ritenuto il Presidente eletto Biden, il quale, nei suoi discorsi alla nazione, ha sempre difeso il ritiro americano, considerando ormai lo scenario afghano non più di primo piano nelle logiche di politica estera americana.

Ma le critiche più pesanti mosse al presidente, non solo provenienti da ambienti conservatori, ma anche da diversi esponenti DEM, sono state quelle riguardanti la presunta volontà di Biden di rinunciare ad una politica estera di potenza e aggressiva, lasciando così campo libero alle nazioni tendenzialmente ostili o rivali, come Cina e Russia.

Sono subito stati pubblicati diversi articoli che definivano “isolazionista” la nuova linea di politica estera americana, con il presupposto che l’America, una volta ritiratasi dall’Afghanistan, sarebbe rimasta inerme ed immobile a causa di un presidente debole e maldestro. Cercare di smentire parzialmente questa tesi sarà l’obbiettivo di questo articolo.

Il carattere innato dell’espansionismo americano


Gli Stati Uniti d’America sono stati, fin dalla loro creazione, una nazione interventista, desiderosa di accrescere i territori sotto il loro diretto controllo e influenza (1).

Nel diciottesimo secolo, dopo la rivoluzione americana e la guerra di indipendenza tra le tredici colonie e la madrepatria, lo stato appena creato rappresentava solo una piccola parte di quelli che oggi chiamiamo “Stati Uniti d’America”. La popolazione si concentrava solo lungo la costa Atlantica, mentre buona parte del centro e del “selvaggio” ovest erano ancora terre vergini, abitate da tribù di nativi americani e non ancora raggiunte dai coloni europei.

Ben presto ebbe inizio la colonizzazione dell’ovest, che assunse fin da subito un carattere messianico e di “scontro fra civiltà”. Era l’incontro-scontro tra l’uomo bianco e lo straniero da educare e convertire. Una volta ultimata la conquista degli Stati Uniti propriamente detti, l’attenzione di Washington si spostò a sud, intravedendo nel resto del continente l’opportunità di creare una zona del pianeta in cui gli interessi americani sarebbero stati al riparo dagli appetiti coloniali delle potenze europee. Ad elaborare questa dottrina fu il presidente James Monroe, da qui il nome di “Dottrina Monroe”, e le successive guerre di frontiera con il Messico e la conquista dell’isola di Cuba, sembravano confermare questo pensiero, conferendo agli Stati Uniti il ruolo di egemone indiscusso del nuovo continente (2).

Il crollo dell’ordine internazionale a seguito della prima guerra mondiale permise di mettere le proprie radici in Europa, influenzandone, da quel momento in avanti, gli equilibri politici ed economici.

Anche nel periodo interbellico, classifica grossolanamente come “il periodo dell’isolazionismo” dal momento che l’opinione pubblica era contraria a nuovi interventi esteri, l’America seppe comunque esercitare con successo la propria influenza sul vecchio continente.

Come ricordano Mario del Pero e Stephen Wertheim nei loro recenti studi, pur non occupando militarmente nessuna porzione di territorio europeo, Washington ebbe un ruolo tutt’altro che trascurabile durante gli anni ’20 e ’30 del Novecento. Si pensi ai miliardi di dollari in prestito investiti per finanziare le ricostruzioni post-belliche, alle politiche per sviluppare un “cordone sanitario” intorno alla nuova Russia comunista o agli accordi di rinuncia alla guerra firmati a Parigi da ben 15 stati (accordi Briand-Kellog) (2).

Con l’entrata in guerra nel secondo conflitto mondiale, l’America potè nuovamente influenzare a suo favore le sorti dell’Europa e del pianeta.

Post 1945 – dal mondo bipolare alla “fine della storia”

In seguito alla vittoria della Seconda Guerra Mondiale, alla Casa Bianca si ebbe la certezza che gli Stati Uniti avrebbero assunto il ruolo paternalistico di condurre verso la modernità e la ricchezza - valori di cui l’America si faceva rappresentante -, dapprima l’Europa ridotta in macerie, ed in seguito l’intero pianeta. Quindi il tradizionale interventismo assunse una vera e propria funzione teleologica: ciò che è oggi l’America sarà il mondo di domani. Come scrive O.A. Westadt, gli USA volevano apparire come un impero benigno, garante della libertà, della democrazia e del libero mercato, e tutte le nazioni che volevano modernizzarsi dovevano seguire questo esempio (1). L’esistenza di un nemico antitetico come l’URSS rese il mondo post ’45 teatro dello scontro fra due ideologie, il marxismo-leninismo e il liberal-capitalismo, entrambe di carattere messianico e teleologico. L’interventismo americano raggiunse l’apice negli anni della guerra fredda: sconfiggere il comunismo era una priorità per far avanzare l’americanismo nel mondo, in quanto esso negava ideologicamente i cardini del pensiero interventista americano, come il libero mercato e l’esistenza dello stato liberale.

Con il crollo del regime sovietico, gli USA si ritrovarono momentaneamente da soli alla guida di un mondo diventato ormai unipolare.

Nel 1992 il politologo Francis Fukuyama pubblicò un saggio intitolato “La fine della storia e dell’ultimo uomo”, in cui affermava chiaramente che la storia del ‘900 era arrivata al capolinea. Analizzando retrospettivamente l’esito degli eventi del 1989, Fukuyama affermò che l’ideologia liberale americana avrebbe a lungo regnato incontrastata poiché era giunto a termine il tempo degli “scontri fra civiltà”, ovvero scontri fra ideologie universalistiche (come erano state il fascismo ed il comunismo) che rivendicavano per sé il futuro dominio politico dell’umanità (3). Le guerre avrebbero avuto carattere meramente locale, e sarebbero state regolate esclusivamente dagli attori in loco. Gli eventi che caratterizzeranno gli anni successivi, faranno parzialmente crollare questa tesi.


Perché l’America interviene nel mondo? Il Medio Oriente e gli orizzonti del nuovo millennio


Nessuno vorrebbe sprecare uomini, denaro e risorse per nulla. La politica estera americana dal 1776 ad oggi ha avuto un solo denominatore comune: la spasmodica ricerca di acquisire ricchezze materiali, o perlomeno, un più facile accesso ad esse. Fin dal 1800, quando i grandi “trust” commerciali premevano con i propri interessi sul presidente di turno, gli USA sono sempre intervenuti in zone del mondo in cui era possibile esportare il proprio modello politico e/o sfruttarne ingenti risorse economiche. Da questo punto di vista, l’11 Settembre 2001 ha rappresentato una delle pagine più buie della storia americana, ma anche una grande opportunità.

Dichiarando la cosiddetta “guerra al terrore” per vendicare il terribile attentato al World Trade Center di Manhattan, rivendicato dal gruppo fondamentalista Islamico “Al-Qaeda”, il presidente G.W. Bush, insieme ai “falchi” della sua amministrazione come il Vice Presidente Dick Cheney ed il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, colse l’opportunità di mettere le mani su parti di una regione, il Medio Oriente, tanto instabile quanto ricca di petrolio. Le invasioni di Afghanistan e Iraq garantirono alla Casa Bianca il controllo di ingenti quantità di greggio e minerali, rendendo l’economia statunitense ancora più potente ed indipendente per quanto riguardava l’approvvigionamento dell’oro nero, che in precedenza era fornito da paesi “canaglia” (rogue state), come il Venezuela e l’Iran (4).

Lo scarso successo delle politiche di “nation building”, che avrebbero generato solo governi locali corrotti ed inefficienti e la brutalità dell’occupazione, diedero nuova linfa al radicalismo islamico. L’emergere di formazioni salafite e jihadiste, come Al-qaeda e l’ISIS, rappresentarono una sfida regionale al predominio americano nel Medio Oriente. Le previsioni di Fukuyama di un mondo dominato unicamente dall’americanismo si rivelarono errate: il radicalismo islamico rappresentò infatti una sfida diretta agli interessi americani, in grado di rivaleggiare con gli ideali liberal-democratici nella battaglia per “il cuore e le menti” dei cittadini musulmani.

Samuel P. Hungtinton, politologo americano, pubblicò poco prima dell’11 Settembre un articolo intitolato “The clash of civilization and remaking of world order”, in cui esponeva una tesi opposta a quella di Fukuyama. La storia non era finita ed il mondo non sarebbe stato unicamente dominato dall’americanismo, ma sarebbe stato scosso da nuove “guerre fra civiltà”, che avrebbero superato gli stati nazionali per privilegiare le differenze di natura culturale e religiosa (5).

I conflitti successivi spingeranno parte dei media e dell’opinione pubblica a dipingere ciò che stava accadendo in Medio Oriente come uno scontro tra civiltà, fra l’Occidente e l’Islam, alimentando sentimenti d’odio come l’islamofobia.

Il Medio Oriente “post americano”: dinamiche future e conclusioni

Che cosa c’è dietro il ritiro dall’Afghanistan e dall’Iraq? La contrarietà dell’opinione pubblica per una guerra costata miliardi di dollari, e che ha visto cadere migliaia di soldati, ha giocato un ruolo importante, ma non rappresenta di certo l’unica ragione. Dietro alla ritirata si celano ancora motivazioni economiche e di strategia a lungo termine.

Grazie allo sfruttamento delle risorse petrolifere mediorientali e soprattutto all’aumentata produzione domestica, l’America è praticamente diventata autosufficiente in materia di greggio. Alla luce di questo, vengono meno le motivazioni per restare in questo angolo del pianeta.

Questo non vuol dire che gli USA resteranno indifferenti alle vicende della regione. Sono molteplici le alleanze e gli interessi Americani che permangono in Medio Oriente, su tutti l’alleanza con Israele e la crescente minaccia nucleare iraniana. Si può dunque affermare che, con molta probabilità, è finita l’era del “nation building” manu militari, in quanto difficilmente Biden ricorrerà nuovamente alla guerra totale e all’invasione per esportare gli interessi americani, ma l’America resterà comunque attiva in altri contesti, soprattutto nel contenimento di Russia e Cina. Proprio per limitare quest’ultima, probabilmente Washington dispiegherà nuove risorse e mezzi in altre zone del pianeta, come il Sud-Est asiatico e il continente africano, dove è già in atto una corsa all’approvvigionamento dei minerali fondamentali per la realizzazione dei superconduttori, necessari al mercato elettronico consumer, nel quale la Cina vuole assolutamente primeggiare.

Gli USA, perciò, sono sempre stati una potenza interventista e non ci sono attualmente motivazioni per cui debbano smettere di esserlo.

A cambiare potrebbero essere le modalità, ma non le finalità di tale intervento. Sotto la presidenza Trump, ad esempio, Washington ha mantenuto un basso profilo rispetto alle modalità d’intervento dell’era Bush jr. e Obama, accelerando le pratiche di ritiro dall’Afghanistan tramite l’ Accordo di Doha coi Talebani, e di normalizzazione dei rapporti fra arabi e israeliani attraverso gli Accordi di Abramo, pur continuando l’impegno americano nella guerra civile siriana e nel contrasto dell’influenza iraniana in Iraq (6).

Biden sembra, al momento, non distaccarsi troppo in politica estera dal suo predecessore.

La storia internazionale dovrà ancora aver a che fare con la potenza statunitense ed il suo interventismo su scala globale, con le sue luci e le sue ombre.




Bibliografia:


(1) Westad O. A., “ La Guerra fredda globale”, il Saggiatore, Milano, 2015

(2) Varsori A. “ Storia internazionale dal 1919 ad oggi”, il Mulino, Bologna, 2015

(3) Fukuyama F. “ La fine della storia e dell’ultimo uomo”, 1992

(4) Campanini M. “Storia del Medio Oriente contemporaneo”, il Mulino, Bologna, 2020

(5) Hungtington S. P., “ The clash of civilazationis and the remaking of world order” 1996

(6) Del Pero M., “ Libertà e impero”, Laterza, Milano, 2017



Image Copyright: Reuters

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