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L'uomo pianga sè stesso: da demiurgo a vittima del cambiamento

Updated: Mar 21


di Cecilia Pugliese.


Ciascun individuo, immerso in un mondo in continuo mutamento, ha l’ingenua pretesa di avere tutto sotto il proprio controllo, di essere padrone della propria vita e di essere consapevole delle conseguenze delle proprie azioni. Come scrive Yuval Noah Harari, storico israeliano contemporaneo, in “Sapiens. Da animali a dei: breve storia dell’umanità”, Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto, gli umani sembrano più irresponsabili che mai. Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo rendere conto a nessuno … Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?».


Nei secoli l’uomo ha costruito il proprio mondo, sentendosi padrone sulla cima di una piramide che sovrasta animali e natura. Imperterrito ha continuato a modificare l’ambiente per il proprio benessere senza tener conto che insieme al progresso, anche ciò che lo circondava si sarebbe modificato in maniera irreparabile. L’uomo da demiurgo sta diventando la vittima del suo stesso cambiamento, della globalizzazione e dell’industrializzazione. L’ambiente, in tutti i suoi elementi, ormai pregno di sostanze tossiche, comunica con le nostre cellule modificandone la programmazione e il loro sviluppo. Tali cambiamenti, seppur silenti per un breve periodo, hanno portato all’inevitabile incremento di malattie croniche, autoimmuni e neurodegenerative. Per poter cercare di comprendere queste modificazioni silenziose che si verificano in ciascun essere umano, sin dai primi giorni di vita in maniera inconsapevole, è necessario comprendere come il nostro organismo non sia unicamente programmato alla nascita, ma sia un sistema che comunica e muta con l’ambiente. La scienza sta pian piano rivoluzionando i propri paradigmi per poter abbracciare una visione che implichi l’interazione tra nature (natura) e nurture (cultura).


Ernesto Burgio, pediatra e grande esperto di epigenetica, spiega come da vari studi sia emersa la necessità di abbracciare una nuova concezione tale per cui il DNA è in stretta comunicazione con l’esterno, grazie ad una sua componente: l’epigenoma. Esso viene concepito come un network molecolare complesso composto da enzimi, RNA non codificanti e cromatina, facente parte del genoma e capace di apportare modifiche biochimiche, attraverso la comunicazione con l’esterno. Estremamente reattivo alle informazioni, modifica il destino delle cellule sulla base delle “notizie “che riceve. (Lucangeli e Vicari, 2019: 52). Per poter semplificare tale concetto e spiegare il suo legame con il DNA è utile ricorrere ad una metafora informatica. Si pensi al DNA come all’ hardware del genoma, una componente stabile, ricca di informazioni e difficilmente modificabile. Le malattie genetiche, legate alla modifica della sequenza del DNA, sono rare e stocastiche e non possono spiegare l’enorme aumento dei disturbi che si sta verificando negli ultimi decenni. Al contrario l’Epigenoma rappresenta il software, una componente mutevole in stretta comunicazione con l’ambiente, che cambia il ruolo che avranno cellule non ancora specializzate. Quest’ultimo dirige dunque “il percorso” delle cellule e il loro destino. (Lucangeli & Vicari, 2019: 48). Alla luce di questo concetto, lo spaventoso incremento di malattie croniche come tumori, diabete ed obesità, di malattie del neurosviluppo come l’autismo e di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, deve essere considerato come il risultato di modifiche epigenetiche. L’organismo cerca di rispondere ad un ambiente malato, questa risposta in alcuni casi, ad oggi sempre più in aumento, è disfunzionale e porta allo sviluppo delle malattie dell’organismo, in tutte le sue componenti.

Nel corso dello sviluppo ci sono però delle finestre temporali in cui si è maggiormente vulnerabili agli agenti epigenotossici. Uno dei periodi più critici per il futuro sviluppo dell’organismo è rappresentato dai primi mille giorni di vita. Lo sviluppo del feto è dipendente tanto da componenti biologicamente determinate, che da fattori ambientali. Si parla dunque di periodo critico come di una finestra temporale in cui la plasticità è massima, il nostro organismo è maggiormente flessibile ai cambiamenti esterni e si plasma sulla base dell’esperienza. Gli stimoli a cui si è esposti in questo periodo determinano il destino della migrazione cellulare, dello spostamento delle cellule verso il sito di specializzazione. Tutto dipende dalle prime esperienze e molto dipende da ciò a cui è esposto il feto. In questi ultimi 30 anni non ci si è resi conto, dunque, della necessità di difendere i bambini alle esposizioni ambientali nocive. Questo squilibrio non riguarda solo il singolo nel presente ma anche le generazioni future, avendo forti implicazioni transgenerazionali. È dunque fondamentale ascoltare la voce della scienza che reclama un’inversione di rotta prima che la punta dell’iceberg sia troppo vicina per non essere urtata.


Per quanto concerne il cervello, durante il periodo critico del primo sviluppo si ha la massima plasticità celebrale: la massima capacità del Sistema Nervoso Centrale di creare connessioni e strutture sulla base dell’esperienza e dell’apprendimento. È in questo momento che si costruisce la fitta rete neurale che rende ciascun individuo un unicum distinto dagli altri. Se vi è però un’esposizione nociva, tale processo verrà intaccato e si assisterà ad una modifica del connettoma che potrebbe portare all’insorgere di malattie e disturbi della sfera celebrale irreversibili. (Lucangeli & Vicari, 2019: 56)


È emerso da diversi studi come si stia verificando una pandemia silenziosa dei disturbi del neurosviluppo, un aumento esponenziale e consistente di disturbi dovuti ad agenti ambientali nocivi per l’organismo. Per disturbi del neurosviluppo si fa riferimento alle problematiche che insorgono nei primi periodi di vita e portano ad una compromissione del funzionamento personale, sociale, scolastico o lavorativo. Fanno parte di questa categoria l’autismo, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). È importante sottolineare come tali deficit portino a problematiche non solo da un punto di vista intellettivo, ma anche da un punto di vista sociale, limitando drasticamente le possibilità del singolo. In particolare, negli ultimi anni si è assistito ad un aumento considerevole dell’autismo, un deficit che comporta compromissioni nelle varie sfere della vita quotidiana in maniera più o meno severa. Difatti risulta essere il disturbo dello sviluppo più in rapida crescita, con un aumento del 600% negli ultimi 20 anni. L’incidenza negli stati uniti è aumentata dai 15.580 nel 1992 a 163.773 nel 2003. È emerso come tale incremento possa essere dovuto alla programmazione fetale, alle modifiche che avvengono nei primi giorni della vita in seguito alle informazioni provenienti dall’ambiente.

Negli ultimi anni ad aumentare sono state anche le patologie legate alla sfera emotiva. Si è assistito infatti ad un incremento dei disturbi depressivi soprattutto nei giovani. È emerso come l’emozione maggiormente diffusa sia l’angoscia, uno stato cronico e persistente di allarme verso un pericolo non imminente e indefinito. Tali problematiche sembrano essere dovute non solo a fattori psicologici ma anche a fattori ambientali, ereditari ed evolutivi.

L’uomo per secoli ha cambiato, con l’industrializzazione, le opere di urbanizzazione, il progresso il mondo intorno a lui con l’intento e la pretesa di spingersi oltre, di raggiungere un benessere e una felicità sempre più grandi. Mentre modificava a proprio piacimento ciò che lo circondava, non si è interrogato sulle possibili conseguenze, ha ammirato solamente la metà della medaglia che più poteva soddisfarlo. L’ambiente da lui stesso creato però sta diventando nocivo, influenzando la componente più piccola dell’individuo: la cellula.

Ma quali sono i possibili fattori epigenotossici che ci circondano?

Tra i fattori di rischio i più neurolesivi sono gli agenti chimici inquinanti quali particolato ultrafine, i pesticidi, il piombo e il mercurio. Il particolato ultrafine, ormai presente nella maggioranza della nostra penisola, sembra essere coinvolto nell'interruzione o nella modifica della struttura cerebrale. L’esame degli inquinanti ha mostrato il legame tra sostanze tossiche nell’aria e l’insorgenza di autismo.


Il piombo, di cui sono note le conseguenze lesive anche a dosi piccolissime, è capace di oltrepassare la placenta e la barriera ematoencefalica, che è ciò che protegge il cervello da agenti nocivi. Nonostante sia stato ridotto nell'aria, esso risulta essere molto presente nelle catene alimentari e negli ambienti domestici. Anche il mercurio, prodotto di scarto di processi termochimici, influisce nella differenziazione celebrale provocando danni che possono rimanere silenti per anni e manifestarsi in tarda età. Un altro fattore di rischio è rappresentato dalle malattie metaboliche materne che possono portare a disturbi dello sviluppo, psicotici e alimentari. Anche il sistema immunitario materno, attivato in difesa di una malattia virale nei primi mesi di gravidanza può alterare l'ambiente uterino aumentando il rischio di DSA o autismo. Infine, anche lo stress materno può causare degli effetti nel feto, alterando la programmazione di aree del cervello quali l'ippocampo e l’asse che determina lo sviluppo del cortisolo, ormone dello stress. (Lucangeli & Vicari 2019: 58-61)


Nonostante questi pochi dati siano già abbastanza sconfortati, ancora molto deve essere analizzato dalle nuove frontiere dell’epigenetica e ancora devono essere definite approfonditamente le relazioni causali tra fattori nocivi e insorgenza delle malattie. È necessario però che vi sia una consapevolezza di come ad ogni azione corrisponda una reazione e che forse l’atteggiamento sprezzante e indifferente abbia oltrepassato i limiti. L’essere umano ha forse peccato di hybris nella pretesa di controllare il mondo, soffermandosi solo sul suo trionfo, sul successo e la vittoria sulla natura. È necessario ascoltare le voci che parlano di cambiamento senza che vengano additate come portatori di oscuri ed utopici scenari, quanto piuttosto di tristi verità. Allo stesso tempo è importante non cadere alla retorica del “tutto è perduto”, rimarcando gli errori del passato senza pensare ad una prospettiva futura. Infatti, come afferma il Professor Burgio, la caratteristica dell’epigenetica è che può essere scritta a matita, la sua stesura è dunque modificabile ed è necessario farlo prima che non si possa più cancellare.



BIBLIOGRAFIA:

Lucangeli D, Vicari S, 2019, Psicologia dello sviluppo, Mondadori

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