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La contestation a encore besoin de Godard

Writer: Koinè Journal
Koinè Journal
11 minutes ago
4 min read

di Stefania Chiappetta.


"Prenez une caméra et descendez dans la rue”. Tradotto: “prendi una cinepresa e scendi in strada”. L’espressione, con il suo impatto immediato, rimanda ad un’estensione cinematografica della militanza politica. Ne ricorda di fatto la sua provenienza: la frase  è lo slogan rivoluzionario adottato dal cinema sessantottino francese. Secondo Jean-Luc Godard, François Truffaut, e tutti gli esponenti della Nouvelle Vague (letteralmente Nuova Onda, il movimento del cinema francese nato sul finire degli anni ‘50), il compito più grande che la cultura aveva in quel preciso momento storico era documentare. Filmare. Provocare una spaccatura. 


Non stupisce quindi la nuova vita social - e sociale, nell’accezione più letterale del termine - della foto di Godard, in arresto per le strade parigine con una cinepresa appesa al collo, mentre filma le contestazioni nel maggio del 1968. In quel periodo la Francia attraversava un momento di tumulto che, partendo dalle proteste studentesche si estese fino ai sindacati e circa dieci milioni di lavoratori, portando al blocco dei trasporti, delle fabbriche e dei servizi pubblici. Con il racconto delle proteste, che avrebbero segnato uno spaccato storico fino alle dimissioni del presidente de Gaulle, le immagini non dovevano essere strumentalizzate da narrazioni fittizie, ma arrivare con chiarezza accanto alla protesta sociale.


Volendo trovare delle ulteriori assonanze con il cinema sessantottino, e con l’impegno di Godard, riemerge proprio il video del regista che, per mostrare il suo appoggio alle proteste, bloccava la 21esima edizione del Festival di Cannes. Lo spazio cinematografico che aveva celebrato la sua eredità filmica, partendo dal manifesto della Nouvelle Vague, il suo esordio À bout de souffle (1960). Il 17 maggio del 1968 nella sala Cocteau, durante una normale conferenza stampa, il regista portava la ribellione all’interno della croisette. Il breve montato che lo documenta oggi riempie i feed di Instagram e TikTok: meno di due minuti di video pubblicati da pagine di cinema e dagli studenti Francesi, che da settimane stanno protestando per denunciare il degrado dell’istruzione pubblica, con l’apice del 17 ottobre scorso.


A Cannes però, accanto a Godard c’erano anche Truffaut e Claude Lelouch, che si esponevano  pubblicamente contro il sistema -di cui facevano parte- che occultava la realtà circostante. “Ieri a Parigi filmavamo i volti insanguinati degli studenti, e voi qui continuate sulle vostre critiche meschine su opere imbecilli” - contestava ad una platea di giornalisti. Continuava poi con la sua frase più celebre, risuonata a lungo nello spazio cinematografico: “noi vogliamo esprimere la nostra solidarietà agli studenti, e voi venite a parlarmi di carrelli e primi piani”. Poi la frase finale, quel “vous êtes des cons” urlato (tradotto “siete dei coglioni”), che è rimasta integra nelle registrazioni dell’INA (Institute national de l'audiovisuel), mentre è stata omessa dalla ricostruzione del cinegiornale dell’Archivio Luce, oggi conservato sul loro canale YouTube.


La giuria del Festival, composta da Monica Vitti, Louis Malle, Roman Polański, per esprimere appoggio alla denuncia di Godard si dimise, interrompendo il festival a cinque giorni dalla chiusura. Ne consegue il lascito di un cinema vivo, che sentiva l’obbligo di riappropriarsi della sua stessa dimensione politica. Grazie all’ausilio di cineprese leggere e facilmente trasportabili, si crearono persino i Cinétracts: filmati brevissimi e muti, tutti in 16mm, con slogan in sovraimpressione pensati per essere proiettati nelle assemblee degli operai o nelle aule occupate. Distribuiti fuori dai circuiti commerciali, il loro compito era la militanza, la denuncia. In Italia ciò si tradusse nella stagione del cinema politico degli anni 70’, uno spaccato d’inchiesta alimentato da denuncia civile, scontro ideologico, documentazione e analisi critica del potere.


In questi giorni, con l’onda delle contestazioni guidate dal sud Italia per denunciare il carovita, la precarietà lavorativa, i tagli al sistema scolastico e alla sanità pubblica, parlare di immagini militanti sembra quasi un’utopia. Non tanto in nome di quella proliferazione vuota che ci lascia inermi di fronte agli orrori del mondo, come succede per il genocidio a Gaza, ma proprio perchè mancano. E, quando finalmente arrivano dopo giorni di colpevole silenzio e omissione, il loro valore è quello di generare una narrazione opposta, lontana dalla verità della causa. Nell’epoca degli smartphone, dell’immagine digitale, dell’intelligenza artificiale, degli archivi social, l’urgenza dell’immagine sembra quasi non esistere più. 


Si attua uno svuotamento del loro significato, togliendole persino dalla cornice televisiva dei TG nazionali, diventando un solitario contorno passivo dello scrolling sui canali social. Quando le stesse ricompaiono, servono ipocritamente alla classe politica italiana per raccontare di una generazione allo sbando, violenta, che spacca le vetrine di multinazionali (come successo a Milano) e contribuisce al crollo della società. Una violenza comunicativa e sistematica, che sceglie esattamente come spostare e manipolare l’attenzione pubblica. Si dipingono così i ribelli senza una causa, la gioventù bruciata, come li raccontava Nicholas Ray nel 1956. Peccato che ne mostrava anche le conseguenze: a furia di nascondere le cause, di non vederle, si arriva alla morte. 


Oggi come allora, mentre fuori si intensificano i blocchi degli autotrasportatori, la macchina festivaliera celebra la Festa del Cinema di Roma, in chiusura questa domenica. Già il 13 ottobre, il Circolo Gap unito a Cinema Sommerso, hanno protestato con un comunicato politico che riportava “come Godard nel ‘68: il cinema prenda parte alle lotte di chi studia, lavora e non arriva a fine mese”. Tuttavia l’episodio, poco documentato e conosciuto, non ha generato nemmeno un post su Instagram, se non nei profili dei collettivi interessati.


Non risulta difficile quindi, capire le motivazioni che portano quel filmato di Godard, o la sua foto mentre viene arrestato dalla polizia francese, a dialogare con l’attualità. Documentano un passato in cui, uno dei registi più importanti della storia del cinema, denunciava l’atto di monopolizzare, occultare e reindirizzare l’attenzione dei cittadini. Bene ricordarlo, il cinema di Godard e l'urgenza delle sue immagini sono attraversati interamente da due binari, due linee ben definite: tradimento e traduzione.


Il tradimento è rivolto alle regole imposte in passato, all’elite culturale, al rigetto provocatorio dei codici cinematografici. La traduzione invece porta ad un sentimento collettivo, con la riappropriazione simbolica degli spazi urbani (gli stessi che la nouvelle vague celebrava) per rievocare il dipanarsi relazionale dell’essere umano. Oggi le immagini delle manifestazioni da sud a nord non generano alcun contenuto, ma alimentano solo una spaccatura che ci parla di arretratezza e violenza, di mancato ascolto e menefreghismo. Forse, tra un reel e un post, ciò che possiamo reimparare dalle azioni di protesta è interrogarci sul valore delle immagini che la documentano, e sul ruolo che il cinema può svolgere. Proprio come ci insegna(va) Godard.


Image Copyright: De Verdad Digital

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