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La politica estera del governo Meloni: tra conservatorismo e limiti strutturali

Writer: Koinè Journal
Koinè Journal
7 hours ago
13 min read

di Paolo Trojan.


Il 22 ottobre 2026 saranno 4 anni dall’inizio del governo Meloni, esecutivo che dal 4 settembre è diventato il più duraturo dell’Italia repubblicana, accompagnato fin dalla sua nascita dal timore delle discendenze fasciste del movimento della leader, Fratelli d’Italia, ma anche dalla curiosità dei commentatori di vedere un partito di destra al governo con una forte maggioranza.

La coalizione si compone infatti principalmente di tre partiti: Forza Italia, Lega e il già citato Fratelli d’Italia, ma il ruolo preminente della leader e il primato detenuto dal movimento della fiamma, sia alle elezioni sia nei sondaggi, rendono di fatto il partito di Giorgia Meloni il vero perno della politica italiana degli ultimi anni.

In un periodo storico di transizione delle relazioni internazionali, come quello in cui stiamo vivendo, diventa quanto mai fondamentale il ruolo della politica estera nella valutazione complessiva dell’operato dell’esecutivo. Il Presidente del Consiglio ha cercato di essere molto attiva e propositiva in tale ambito, non sempre ottenendo risultati significativi ma legando molto della sua immagine alle relazioni con altri stati e altri leader.

Il proposito che si pone questo articolo è quindi quello di cercare di delineare in modo quanto più organico possibile le direzioni principali della politica estera dell’esecutivo, cercando di tenere insieme sia i fattori sistemici sia i fattori interni, tentando di rifuggire etichette a volte eccessivamente fuorvianti o semplicistiche.

 

Ideologia

Il governo Meloni rappresenta un esempio anomalo, e per questo interessante, della politica italiana del nuovo millennio. Difatti, in un panorama nazionale dominato soprattutto da governi tecnici, come Monti o Draghi, o da governi presieduti da personaggi senza vera formazione politica, come Berlusconi, il caso dell’attuale esecutivo risulta interessante. Giorgia Meloni si forma nell’alveo di un partito fortemente inquadrato nella dicotomia destra-sinistra, crescendo nelle giovanili del Movimento Sociale Italiano, e, a differenza di altri leader, si istruisce in un contesto fermamente politico.

Questo le fornisce categorie di pensiero certamente differenti da quelle di altri esponenti politici, più spesso formati come giuristi, economisti o imprenditori, e rende dunque associabile la sua azione governativa alle categorie della teoria politica contemporanea.

L’ideologia di Fratelli d’Italia è stata tema di dibattito all’interno della letteratura e viene considerata un caso studio rilevante nei Far Right studies sui partiti di estrema destra. Spesso, sia a livello accademico che a livello giornalistico, vi è però una certa confusione sulla categoria alla quale dovrebbe appartenere il partito della fiamma. La definizione Far right, infatti, è volutamente generica e comprende dentro di sé due sottocategorie, ovvero quello di extreme right e radical right. Nonostante condividano caratteristiche come il nativismo e un forte accento nazionalista, esse si differenziano principalmente per l’uso della forza e per il rispetto delle regole democratiche. Nel caso della extreme right, infatti, vi è una certa propensione antisistema e un uso più spregiudicato della violenza politica mentre nel caso della radical right, nonostante vi sia un’avversione alla società liberale in senso generale, accettano determinate impostazioni della competizione elettorale e hanno un profilo più istituzionalizzato.

Nonostante Fratelli d’Italia sia generalmente inteso come un classico esempio di radical right, l’evoluzione recente della situazione politica italiana e dell’operato dello stesso governo mettono in dubbio questa collocazione rigida. È parere di chi scrive, infatti, che attualmente sarebbe più corretto inserire all’interno di questa classificazione il partito del generale Vannacci Futuro Nazionale mentre nella categoria extreme right partiti antisistema come Forza Nuova o Casa Pound.

La classificazione di Fratelli d’Italia si colloca quindi in una posizione intermedia tra il conservatorismo, il neoliberismo e alcune caratteristiche dei già citati Far right. Subisce quindi influenze sia dai pensatori della Nouvelle Droite francese, basti pensare al ruolo del ministro della cultura Giuli e alla reinterpretazione del gramscismo a destra, ma anche dal conservatorismo cattolico, dai movimenti sociali di destra e dalle critiche alla globalizzazione nazionaliste.

La maggior parte delle ricerche e degli articoli giornalistici, inoltre, dedicano grande spazio al ruolo del populismo all’interno dei partiti di destra. Nonostante questa categoria abbia goduto di grande fortuna negli ultimi anni essa ha subito un eccessivo overstreach rispetto alla sua reale portata esplicativa. Nella sua più classica definizione il populismo è considerato una thin ideology, una sorta di “ideologia” minore che dev’essere agganciata ad una thick ideology portante. Spesso però, l’analisi si è concentrata di più sull’effetto della thin ideology rispetto alla thick, di fatto sovrastimando la reale portata del concetto. Il caso studio del governo Meloni, inoltre, si addice poco alla categoria di populismo. Studiando questo fenomeno non come mero strumento demagogico ma come thin ideology che tende a creare un’avversione dicotomica tra il popolo e l’elitè, risulta poco esplicativo rispetto ad altri partiti come Lega o Movimento 5 Stelle delle origini, di fatto creando più confusione che chiarimento, specialmente in politica estera.

 

Vincoli

Un limite delle analisi del governo Meloni è quello di essere eccessivamente polarizzzanti nella lente di studio, variando da una ipotetica completa libertà di movimento ad una totale sudditanza. Utilizzando il realismo neoclassico, framework teorico interno al realismo delle International Relations, che tende a tenere insieme sia le variabili indipendenti del sistema internazionale sia quelle dipendenti interne allo stato specifico di analisi, la politica estera risulterà essere l’output di queste due dimensioni comunicanti.

Risulta autoevidente per tutti i commentatori che il governo italiano non disponga di piena autonomia nel momento in cui prende e persegue le sue decisioni. Probabilmente sarebbe più corretto dire che nessuno governo al mondo è realmente libero di poter condurre una politica estera scevra da limitazione sistemiche, multilaterali ed economiche, ma certo questo risulta più evidente per alcuni paesi specifici, in particolare per paesi in decadimento demografico ed economico, come quasi tutti i paesi europei, e con il peso di aver perso una guerra egemonica come la Seconda guerra mondiale. La politica estera del governo Meloni soffre quindi dei vincoli a cui l’Italia stessa è associata.

Del resto, nessun governo, a prescindere dal colore politico e dalla potenziale portata innovativa o distruttiva, ha potuto concretamente mettere in dubbio determinati vincoli a cui l’Italia è soggetta, tra cui l’atlantismo, l’appartenenza all’Unione Europea e alla Nato e l’interesse verso le dinamiche Mediterranee. Un esempio in tal senso è stato il governo giallo-verde, definito bipopulista, Conte I.

Allo stesso modo, per quanto l’ideologia del partito possa essere radicale, sia a destra che a sinistra, poter mettere in dubbio la natura dello stato liberale, democratico e liberista appare molto complicato. Questo è dovuto ad un mix di vincoli costituzionali, cultura politica italiana, collocazione geopolitica e la complessa rete di coalizioni e fattori esterni che tendono a moderare la portata radicale.

Tenendo a mente questi presupposti, il trasformismo o pragmatismo del governo appare una risposta ai limiti sistemici che esercitano un’influenza molto più marcata rispetto alla posizione ideologica del partito. Ciò nonostante, risulta comunque interessante analizzare come queste limitazioni vengono rielaborate e utilizzate in base alle categorie politiche che appartengono all’esecutivo in carica, soprattutto nel caso del governo Meloni, che come specificato in precedenza è fortemente caratterizzato da una dimensione ideologica.

Fatte queste premesse il testo si propone di mostrare dei casi studio per evidenziare la coesistenza e compenetranza di queste due dimensioni.

 

Unione Europea

Spesso il movimento di Fratelli d’Italia è stato definito antieuropeista o euro scettico a livello giornalistico, ma non è del tutto corretto. Sebbene in determinate occasioni, soprattutto quando esso si era appena formato dopo la scissione dal Popolo delle Libertà, abbia avuto posizioni contrarie all’euro o a determinate politiche dell’Unione Europea, esso non ha costruito un suo consenso intorno ad una possibile uscita dall’UE come il partito Italexit. La sua posizione è più sfumata.

Accetta l’appartenenza necessaria per l’Italia all’organismo sovranazionale ma ne critica numerose caratteristiche. In primis gli accenti dei partiti di destra radicale si pongono principalmente su un piano nazionalista e vedono con una certa diffidenza i forum multilaterali. Ideologicamente sono avversi alle classiche tendenze neoliberali della globalizzazione e in questo caso si oppongono al ruolo unicamente tecnocratico dell’UE.

È però altrettanto vero che i partiti della fiamma in Italia non sono mai stati contro all’Europa in senso generale. Difatti si sono posti spesso in continuità con una cooperazione governativa sulla falsa riga di statisti come De Gaulle o Churchill. L’Europa è vista come un'unica civiltà condivisa, come uno spazio politico a sé stante, anche se strettamente legato agli Stati Uniti e al concetto di Occidente. Un’idea che trova eco negli scritti di Samuel Huntington ma ancora di più nella Nouvelle Droite e nella teoria del Grossroun di Carl Schmitt. L’identità storico-culturale definisce l’unione degli stati europei anche se questi stati europei rimangono entità separate tra loro.

Giorgia Meloni, nella sua biografia e nelle interviste rilasciate, afferma che la contrapposizione tra europeisti e antieuropeisti è in realtà posticcia rispetto alla reale contrapposizione tra federalisti e confederalisti. Cosa s’intenda esattamente per confederalismo non è del tutto chiaro, ma quello che emerge è che l’Unione Europea sia considerata uno strumento di cooperazione e competizione tra i governi degli stati membri più che come una vera e propria entità nazionale federale come immaginano altri esponenti politici.

Il gruppo dei Conservatori Europei, di cui fa parte Fratelli d’Italia e che per anni ha avuto Giorgia Meloni come presidente, si colloca in una posizione intermedia tra il Partito Popolare di centro, di cui fa parte Forza Italia, e il gruppo dei Patrioti Europei, che invece ha nelle sue file la Lega. Questo colloca l’ECR, che nasce dalla scissione dei conservatori britannici dal Partito Popolare, in una posizione per l’appunto intermedia in ambito europeo.

Nella dichiarazione di Praga del 2009, che funge da manifesto, si legge che il tra i loro obbiettivi vi è “L'integrità della sovranità dello stato-nazione, l'opposizione al federalismo UE e un rinnovato rispetto per la vera sussidiarietà” e “La fine degli sprechi e della burocrazia eccessiva e un impegno per una maggiore trasparenza e correttezza nelle istituzioni dell'UE e nell'utilizzo dei fondi comunitari”. Si definiscono “euro realisti” e non antieuropeisti.

Nell’attuale legislatura europea sono il quarto gruppo parlamentare per numero di delegati e hanno ricoperto un ruolo rilevante nella formazione della Commissione europea, anche per la mediazione svolta proprio da Giorgia Meloni con il Partito Popolare e in particolare con Ursula Von der Leyen. In questo nuovo esecutivo europeo essi hanno espresso un commissario nonostante non fossero all’interno della “maggioranza Ursula”, composta da liberali, socialdemocratici e popolari, ovvero Raffaele Fitto.

Ex ministro del governo italiano, e con un passato come democristiano, il ruolo del commissario è interessante nell’analisi. La riforma dei fondi di coesione europei che porta avanti rappresenta una vera e propria rivoluzione e secondo molto commentatori finirebbe per togliere autonomia di scelta alle regioni per una maggiore influenza degli stati, in linea con la visione euro realista.

Oltre a ciò, Raffaele Fitto ricoprirà il ruolo di delegato Ue per la riunificazione di Cipro. Alla luce dei recenti sviluppi delle dinamiche del Mediterraneo orientale, ovvero l’alleanza strategica tra Cipro Grecia e Israele e il conflitto latente tra Israele e la Turchia, questa nomina potrebbe essere vista come la carta italiana, ed Europea, all’interno di questo difficile puzzle diplomatico.

A livello di politiche dell’Unione, il governo Meloni ha in parte spostato l’asse verso una destra più intergovernativa, ad esempio con i trattati bilaterali con Francia e Germania e attraverso la tensione e rivalità con il governo spagnolo. Ha inoltre portato dei cambiamenti sui principali temi di interesse come l’immigrazione, con il modello dei paesi terzi, e il green deal, del tutto ridimensionato negli ultimi anni. Certo non si può parlare di rivoluzione all’interno del contesto europeo ma sicuramente di visione differente. Cosa potrebbe succedere nei prossimi anni con una possibile maggioranza di destra/centro-destra in buona parte dei principali paesi europei che garantisca una tendenza anche al Consiglio Europeo, oltre che al parlamento, e ancora difficile da prevedere.

 

Mediterraneo e Africa

Vi è, all’interno della storia del pensiero politico del ventesimo secolo, un complesso e dinamico rapporto tra la Nouvelle Droite, la geopolitica e il realismo delle IR. Nonostante esse possano sembrare la continuazione l’una dell’altra con lievi differenze di impostazione, hanno avuto in realtà influenze e dicotomie molto meno lineari. Senza ripercorrere tutta la continuità di pensiero, si può affermare che la Nouvelle Droite si è opposta a diverse posizioni del realismo, giudicate una giustificazione delle politiche imperialiste statunitensi in contrasto con l’indipendenza reclamata dalla civiltà europea e, al contempo, questi studiosi si sono trovati invece più vicini alle posizioni della geopolitica classica. Le analogie tra la visione etno-culturale e geografica, nella loro rigidità e in parte determinismo, spiegano il perché. Vanno quindi tenute in considerazioni le rilevanti influenze di autori come il già citato Carl Schmitt ma anche di pensatori come Mackinder, Ratzel, Haushofer e altri.

Tenuto conto di questo è quindi interessante notare come, nella politica estera del governo Meloni emerga un certo afflato geopolitico. Non è stato, ovviamente, l’esecutivo di destra a rendersi conto del ruolo dell’Italia nel centro del Mediterraneo, ma si possono comunque evidenziare determinate influenze. In primis l’importanza del pensiero geografico-politico di Ernesto Massi, intellettuale del primo 900 italiano e tra le altre cose esponente del MSI, che esaltava il concetto di “Eurafrica” e la sinergia naturale tra le due sponde del Mediterraneo. Secondo le parole del Presidente del Consiglio: “è la nostra geografia a tracciare la nostra missione”.

Questo tipo di approccio si evince in numerose iniziative promosse dal governo, in primis il Piano Mattei. La “nuova” strategia adottata evidenzia la centralità del Mediterraneo allargato e della cooperazione intergovernativa nei forum “minilaterali” a scapito di quelli multilaterali. Il governo italiano è stato presente negli ultimi anni in temi importanti per il continente come la divisione libica e la rivalità tra Etiopia ed Egitto implementando inoltre uno stretto rapporto con il governo algerino. Va inoltre segnalata la presenza del contingente militare italiano nelle operazioni di sicurezza nell’area del Mediterraneo allargato tra cui la missione Aspides e le varie missioni contro la pirateria nel Mar Rosso. Queste azioni si pongono in continuità con il pensiero di Alfred Mahan sui chocke points, primo teorizzatore del potere marittimo, e riflettono la centralità delle rotte dell’Indopacifico per l’economia italiana.

Ricollegandosi al paragrafo precedente, è rilevante evidenziare come l’Unione Europea venga vista come uno strumento da orientare a seconda degli interessi politici degli stati membri. In questo caso parliamo per esempio dei progetti del Piano Mattei che trovano sponda nell’Europeo Global Gateway, o il ruolo di Roma nella costruzione del Corridoio di Lobito, opera in cui Palazzo Chigi vuole mantenere un ruolo prioritario rispetto a quello di Bruxelles.

 

Indo-pacifico

La letteratura classica sulla politica estera italiana sottolinea la presenza di tre cerchi o tre direttrici dell’interesse nazionale tipiche. La prima è l’atlantismo, la seconda l’Europa e la terza il Mediterraneo. Negli ultimi anni è però aumentato interesse su una nuova possibile quarta dimensione, ovvero quella Indo-pacifica.

La centralità del quadrante, per via della competizione sino-americana e per la sua rilevanza nei commerci mondiali, è evidente. Per varie ragioni strutturali, Roma sta cercando di ritagliarsi il proprio ruolo in questo nuovo teatro per gli interessi italiani. Una panoramica veloce di queste motivazioni sono: il ruolo di alleato degli Stati Uniti, la necessità di mettere in sicurezza le rotte mediterranee al di là dello stretto di Bab el-Mandeb, l’importanza della marina militare italiana nel confronto con le altre flotte mondiali, il mancato rinnovo del Memorandum d’intesa con la Cina e la necessità di essere presenti per rifuggire l’irrilevanza internazionale.

Anche in questo quadrante si ritrovano le strategie intergovernative e mini-laterali piuttosto che multilaterali, in linea con il pensiero conservatore. Tra le più rilevanti segnaliamo: il progetto Global Compact Air Program, il cosiddetto Gcap, per lo sviluppo di un caccia di nuova generazione con Regno Unito e Giappone, i negoziati con il Taiwan per i rifornimenti di semiconduttori, l’accordo di cooperazione militare con le Filippine, la partecipazione all’esercitazioni NATO, gli accordi di collaborazione con l’Arabia Saudita e altre varie cooperazioni in ambito militare con stati come l’Australia o la Sud corea.

Vanno evidenziati, con particolare attenzione, i rapporti bilaterali del 2026 con l’India. Quindici accordi che variano dal settore culturale a quello sanitario a quello della difesa, che mirano ad incrementare in maniera ancora maggiore l’asse delle due nazioni. La cooperazione si sviluppa collateralmente all’Imec, un progetto nato nell’alveo del G20 che mira a creare un collegamento infrastrutturale tra l’India, il Medio Oriente e l’Europa, che vede ovviamente New Delhi e Roma come due importanti punti di snodo.

La tendenza nel quadrante è quella di una sempre maggiore presenza che da un lato può essere vista come un fattore positivo, per certi versi anche innovativo, ma dall’altra espone il sistema italiano al pericolo dell’overstreach: troppe direttrici e troppo poche risorse per poterle implementare.

 

Conclusioni

La politica estera italiana non è stata sicuramente rivoluzionata dalla presenza a Palazzo Chigi dell’esecutivo Meloni, ma quest’ultimo ha offerto alcune note di novità.

Va segnalato che i limiti strutturali dell’Italia le impediscono di essere veramente del tutto autonoma, ma del resto nessun governo al mondo opera nel vuoto, sia a livello spaziale che temporale. È una necessità di ogni esecutivo scendere a patti con la propria posizione geografica, la propria collocazione politica e con quello che i governi precedenti hanno fatto, e questo certamente limita la portata innovativa.

Ciò nonostante, cercare di leggere l’operato politico attraverso determinate categorie teoriche, soprattutto di un governo ideologico come quello attuale italiano, può essere utile, oltre che interessante, per fornire un idealtipo interpretativo con il fine di descrivere in maniera quanto più organica gli eventi. La volontà non è quella di essere predittivi ma esplicativi, cercando di unire diversi filoni di pensiero.

In questo articolo si sono lasciate da parte altri rilevanti settori della politica estera italiana come l’atlantismo, la posizione sulla guerra russo-ucraina, quella israelo-palestinese, gli accordi di collaborazione con i paesi dell’Asia centrale e altri che però possono comunque essere letti tramite le categorie descritte poc’anzi.

Alla luce di quest’ultime affermazioni bisognerà capire in quale modo la politica estera verrà portata avanti negli ultimi mesi di governo e che seguito lascerà negli esecutivi successivi a quello Meloni, nel segno della continuità o della rottura, anche alla luce dell’ascesa dei movimenti di destra in Europa e nel mondo.



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