Le due NAZA. Perchè quello delle IDF è anche peggio del previsto?


di Alessandro Bardone.
La visione del documentario “Naza” e della sua controparte “Naza: The Real Story” impone una riflessione profonda sulla natura della verità e sul senso della memoria storica nel nostro secolo. L’operazione mediatica condotta da ufficiali e riservisti israeliani con “The Real Story” non si limita a esporre una versione alternativa dei fatti: si configura come un’azione di sabotaggio narrativo propagandistico.
Sfruttando la sola presenza nelle sale del documentario originale (che sta ottenendo un successo inaspettato per un’opera di questo genere), in risposta, i registi di “The Real Story” hanno mosso una “controffensiva” digitale. Hanno rapidamente prodotto, tradotto in decine di lingue (con un doppiaggio verosimilmente con intelligenza artificiale) e indicizzato una propria versione intitolata “Naza: The Real Story”. L’obiettivo sembra intercettare le ricerche del pubblico su Google e YouTube saturando lo spazio virtuale e posizionarsi al di sopra dell’opera originale, offrendo un pacchetto preconfezionato di rassicurazione morale.
Questa mossa si inserisce in un quadro più ampio di alterazione mediatica e si affianca alla vasta campagna di condizionamento visibile sui social media. Come denunciano diverse fonti e come emerge dall’osservazione di questi mesi, Israele ha impiegato influencer e agenzie specializzate per promuovere la propria causa, mostrando una “Gaza diversa” in cui l’esercito distribuisce aiuti puntualmente ostacolati da Hamas. La produzione lampo di “The Real Story” rappresenta l’evoluzione di questa diplomazia pubblica: l’intento non è più soltanto influenzare l’opinione pubblica, ma prevenire e dirottare alla radice la ricerca stessa dell’informazione.
La narrazione del documentario dell’IDF si appoggia al tipico topos hollywoodiano del soldato eroico. Ci viene presentato un esercito israeliano estremamente professionale, dotato della migliore tecnologia, che combatte con una moralità irreprensibile ed è, in sostanza, “zavorrato” da regole umanitarie percepite come ingombranti. Le ricostruzioni puntano a disumanizzare il nemico e a elevare l’IDF a baluardo della civiltà contro una minaccia informe.
Il documentario israeliano finisce per auto-sabotarsi proprio nel suo massimo sforzo persuasivo. La narrazione militare chiede allo spettatore di comprendere la difficoltà oggettiva di sradicare una minaccia nascosta nel tessuto civile, specie all’indomani del trauma del 7 ottobre. Eppure, le riprese che dovrebbero dimostrare questa complessa guerriglia urbana innescano un cortocircuito visivo inaggirabile. Le telecamere entrano in abitazioni ridotte a buchi, inquadrando armi nei letti dei bambini; ma nel mostrare questo, documentano anche che per scovare quei nascondigli l’intero territorio circostante è stato raso al suolo. È impossibile rivendicare un’etica “mirata” e asimmetrica quando il set dell’operazione è diventato un paesaggio lunare. La sproporzione assoluta annulla ogni giustificazione morale. L’intento persuasivo si sgretola di fronte alla logica e ai fatti materiali, rivelando un impegno costante a distruggere, simultaneamente, le infrastrutture vitali e le prove fisiche stesse.
La pretesa moralità di un esercito impegnato a proteggere i civili si scontra frontalmente con una realtà visiva e fattuale inconfutabile, testimoniata dalle immagini satellitari e dalle stesse riprese sul campo. La distruzione della Striscia di Gaza appare come un’operazione condotta senza alcuna distinzione logica tra obiettivi militari e bisogni vitali della popolazione civile. La demolizione sistematica di ospedali, scuole, reti idriche e interi quartieri residenziali equivale alla cancellazione delle infrastrutture primarie che rendono possibile la vita stessa.
A questa distruzione fisica si accompagna una strategia calcolata di deprivazione. Razionare i viveri e ridurre deliberatamente una popolazione civile all’indigenza totale, tenendola costantemente al di sotto del limite di sussistenza, è un metodo indiretto, lento e inesorabile di uccisione di massa. Trovo una componente sadica per non dire inumana nel costringere una popolazione residua, sempre più compressa e schiacciata, a vivere in condizioni igieniche disperate, sotto il controllo totale delle risorse da parte delle stesse forze militari che la attaccano.
In altri scenari, Israele ha ampiamente dimostrato la propria eccezionale capacità tecnologica di colpire singoli bersagli con precisione estrema. Gli omicidi mirati di alti dirigenti di Hamas o l’eliminazione chirurgica degli esponenti del regime criminale Iraniano evidenziano una dotazione in grado di separare il miliziano dal civile circostante. L’assenza totale di questa selettività a Gaza palesa l’esistenza di una pianificazione programmatica volta alla distruzione su larga scala.
L’obiettivo di tale devastazione va oltre la semplice rappresaglia militare e si allinea a una precisa visione ideologica. Il disconoscimento della Palestina storica e dei palestinesi come popolo radicato in una società complessa è un pilastro fondamentale di certa retorica sionista estremista. Ridurre Gaza in polvere significa alimentare la narrazione secondo cui su quella terra non esisteva civiltà, ma solo accampamenti nomadi in un territorio vuoto. La demolizione architettonica diventa così lo strumento perfetto per la distruzione permanente delle prove materiali e della memoria stessa di chi vi abitava, instaurando il regno dell’inverificabilità.
Comprendere questo livello di violenza richiede di analizzare la storia eludendo le trappole della polarizzazione contemporanea, che trasforma il dibattito in uno scontro tra dogmi. La diplomazia e la propaganda militare tendono a fornire narrazioni rassicuranti e impermeabili al dubbio, addestrando l’opinione pubblica a respingere le tesi opposte senza analizzarne i fondamenti storici. Questo appiattimento del discorso impedisce di analizzare le responsabilità più scomode. Si evita, ad esempio, di discutere le ragioni profonde che hanno portato all’attuale assetto, omettendo la tolleranza, e talvolta l’agevolazione, mostrate in passato dai governi israeliani verso l’islamismo palestinese e poi verso Hamas (dalla benevolenza iniziale degli anni Settanta e Ottanta al via libera ai fondi qatarini a Gaza), con il cinico scopo politico di frammentare il fronte palestinese. Si eludono sistematicamente le domande legittime su come siano state possibili le gigantesche falle di sicurezza verificatesi il 7 ottobre, nonostante la fama di cui le difese dello Stato di Israele hanno sempre goduto.
Si struttura poi la retorica speculare della disumanizzazione. I palestinesi vengono raccontati come un’entità monolitica e irrazionale, un male primigenio e quasi subumano che agisce unicamente per odio ancestrale. Questa riduzione a stereotipo elimina la necessità di interrogarsi sulle origini politiche e sociali del rancore. Scompare dalla narrazione il fatto che Gaza fosse un territorio densamente popolato, sottoposto a un ferreo controllo israeliano sui confini e a quello che organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch definiscono un regime di apartheid, capace comunque di mantenere alti tassi di alfabetizzazione e una vivace vita culturale e civile prima del 7 ottobre.
Accettare supinamente questa dicotomia narrata, gli eroi immacolati contro i mostri subumani, impedisce di comprendere le dinamiche del ciclo di violenza. L’assenza di domande sulle responsabilità pregresse e sulla sproporzione attuale garantisce il perpetrarsi di uno scontro tra il trionfo materiale del più forte, intento a schiacciare senza tregua, e le ritorsioni velenose del più debole, in una tortura reciproca alimentata da fiumi di sangue.
L’orrore documentato a Gaza definisce un paradigma inedito nella storia della violenza di massa: il “Genocidio 2.0”. I genocidi del Novecento, con le loro infrastrutture materiali di campi, filo spinato e treni, appaiono lontani, sostituiti da un’efficienza digitale. La distruzione si pianifica comodamente dalle scrivanie, delegando le scelte di vita e di morte a sistemi di intelligenza artificiale addestrati all’individuazione dei bersagli. Questi algoritmi, secondo ufficiali dell’intelligence israeliana citati dall’inchiesta di +972 Magazine e Local Call (l’IDF nega che l’IA individui i bersagli), operano con un margine di errore stimato intorno al 10%.
Quel tasso di errore si traduce, nella realtà fisica della Striscia, in migliaia di vittime collaterali innocenti, accettate come statisticamente inevitabili. La disumanizzazione si compie non solo nella propaganda che dipinge il nemico come subumano, ma nell’infrastruttura stessa del calcolo militare, dove l’essere umano diventa un mero dato numerico. L’algoritmo non prova rabbia, odio o pietà: la macchina è eticamente neutra. L’imperfezione e il pregiudizio risiedono negli esseri umani che l’hanno programmata e che trasmettono al codice i propri limiti cognitivi e le proprie cecità morali.
Questa catena di comando digitalizzata produce un drammatico scollamento morale, incarnando in forma cibernetica la deresponsabilizzazione burocratica e l’obbedienza all’autorità studiate da Hannah Arendt e Stanley Milgram. Il soldato moderno, seduto al sicuro davanti a un monitor a distanza dal campo di battaglia, esegue le indicazioni del software esattamente come il soldato del passato seguiva ciecamente l’ufficiale. Entrambi si deresponsabilizzano affidandosi alla catena di comando o alla presunta infallibilità della macchina. L’utilizzo dell’IA fornisce la definitiva foglia di fico morale: si uccide in massa senza percepire il peso psicologico dell’omicidio, mantenendo intatta la propria auto-assoluzione e la propria coscienza immacolata. Non essendoci eserciti contrapposti o sistemi difensivi simmetrici, assistiamo allo schiacciamento unilaterale del più debole da parte del più forte, ammantato dall’asettica freddezza della statistica.
Davanti a questa estirpazione metodica di vite e di memoria, sorge un interrogativo angosciante sul senso stesso della conoscenza storica. Il documentario originale “Naza” (destinato, credo, a segnare i prossimi trent’anni del cinema per la sua capacità di catturare lo spirito di un’epoca di violenza) ci ricorda che l’arte è forse rimasta l’ultima risorsa capace di testimoniare le brutture estreme della nostra società, l’ultima via per non soccombere al silenzio.
Per chi, come me, ha scelto di studiare la storia, il presente è fonte di profonda desolazione. Come insegnava Marc Bloch, il mestiere dello storico è lo studio degli uomini nel tempo; uno studio che, nelle nostre speranze, serve a mantenere viva la fiammella della coscienza, a svelare le macchinazioni del potere e a istruire le nuove generazioni a non ripetere gli orrori del passato. La missione didattica e morale della storia è la creazione di un futuro migliore.
Oggi assistiamo al palese fallimento di quell’auspicio. Insegniamo instancabilmente ai bambini le origini del fascismo e l’ingegneria dei genocidi passati; spieghiamo loro le responsabilità, l’importanza dei tribunali internazionali e della non violenza. Nel frattempo vediamo quelle stesse dinamiche ripetersi davanti ai nostri occhi, in diretta streaming e ad altissima risoluzione, spesso sostenute o tollerate passivamente dai nostri stessi governi. I leader politici esportano visioni del mondo che legittimano implicitamente il massacro, rendendo vana l’impalcatura dei diritti umani faticosamente costruita nel secondo dopoguerra.
Resta il dubbio, doloroso e paralizzante, sull’utilità pratica del mestiere di Storico. La storia continua a non insegnare nulla a chi detiene il potere. A cosa serve documentare meticolosamente il passato e tenere accesa la luce della coscienza, se il presente ci travolge con la stessa brutalità che credevamo di aver seppellito? Alla fine della proiezione, la vera tragedia per chi studia il passato è prendere atto dell’impotenza della conoscenza: la disperata consapevolezza di guardare in faccia la storia che si ripete senza avere gli strumenti per fermarla.




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