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Le tende e le piazze chiedono il diritto al futuro.

Writer: Koinè Journal
Koinè Journal
2 hours ago
7 min read

di Stefano Ambrosino.


Da Madrid a Parigi, da Roma a Milano, il diritto all'abitare è tornato al centro del dibattito pubblico europeo. Le proteste contro il caro affitti e il costo della vita riportano alla luce una contraddizione sempre più evidente: le grandi città continuano ad attrarre studenti e lavoratori grazie alle opportunità che offrono, ma per un numero sempre crescente di persone riuscire a viverci è diventato un ostacolo difficile da superare.

La domanda che le mobilitazioni a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane sollevano va ben oltre il prezzo di un appartamento: quali sono, oggi, le condizioni necessarie per studiare, lavorare e costruire una vita dignitosa nella città in cui si sceglie di vivere? E che cosa succede quando il costo dell'abitare rischia di rendere inaccessibili proprio quelle opportunità che hanno spinto tante persone a trasferirsi?

Per molti studenti e lavoratori, l'affitto rappresenta una spesa che condiziona profondamente il resto della vita quotidiana. La ricerca di una stanza accessibile, la necessità di dover condividere un appartamento o la dipendenza dal sostegno economico della famiglia diventano parte integrante di un percorso che dovrebbe condurre all'indipendenza. Le città promettono formazione, lavoro, relazioni e possibilità di crescita; il loro mercato immobiliare presenta però un conto che non tutti possono permettersi di pagare.


Il duro prezzo da pagare


A rendere evidente la complessità della questione abitativa sono anche i dati del mercato immobiliare. Secondo le analisi di Idealista, negli ultimi dieci anni la quota di annunci relativi agli affitti transitori è passata dall'1,6% al 31,4%, mentre l'offerta di soluzioni a lungo termine è diminuita del 34,8%. Parallelamente, il numero di contratti di locazione di singole stanze è cresciuto in modo significativo: secondo i dati dell'Osservatorio del mercato immobiliare (OMI), nel 2025 hanno raggiunto quota 241.700, contro le 141.000 del 2018, con un aumento del 71,8%. Nello stesso periodo, i contratti relativi all'affitto di intere abitazioni sono rimasti sostanzialmente stabili. Un dato che restituisce il peso crescente del mercato delle stanze, particolarmente rilevante per chi studia o si affaccia al mondo del lavoro e non dispone delle risorse necessarie per sostenere autonomamente un intero appartamento.

Le differenze territoriali restano ampie, ma in alcune città i costi raggiungono livelli particolarmente difficili da sostenere. Secondo il Centro Studi SoloAffitti, una stanza singola può costare dai 150 euro mensili di Potenza ai 700 euro di Milano, arrivando a 750 euro nelle zone più richieste di Firenze. A Roma, i prezzi possono variare dai 350 euro di alcune aree di Tor Vergata fino ai 1.000 euro delle zone più centrali. Anche il mercato immobiliare continua a registrare aumenti: secondo l'Istat, nel secondo trimestre del 2026 i prezzi delle case sono cresciuti del 4% su base annua. L'incremento ha raggiunto l'8,5% a Torino e il 6,4% a Roma, mentre a Milano si è attestato al 2,4%. Nel complesso, questi dati descrivono un mercato in cui la ricerca di una sistemazione accessibile si scontra con costi elevati, una maggiore diffusione degli affitti transitori e una crescente difficoltà nel trovare soluzioni di lungo periodo.


Senza diritto all’abitare non si può parlare di ascensore sociale


A rendere il quadro ancora più complesso, inoltre, è la difficoltà di accedere alla proprietà immobiliare. L'acquisto di una casa richiede non soltanto un reddito sufficiente a sostenere le rate di un mutuo, ma spesso anche risparmi iniziali, garanzie e una condizione lavorativa considerata affidabile dagli istituti di credito. Requisiti che possono risultare particolarmente difficili da soddisfare per chi è all'inizio della propria carriera, ha un contratto precario o non può contare sul sostegno economico della famiglia. Nelle città in cui i prezzi degli immobili sono sempre più elevati, la distanza tra il desiderio di acquistare una casa e la possibilità concreta di farlo può diventare ancora maggiore.


È qui che la questione abitativa incontra quella della mobilità sociale. La possibilità di migliorare la propria condizione economica e sociale non dipende esclusivamente dall'impegno individuale, dal percorso di studi o dall'accesso al lavoro, ma anche dalle risorse materiali necessarie per consolidare i risultati raggiunti. La casa, in questo senso, rappresenta molto più di un bene di consumo: può essere una forma di stabilità, una risorsa patrimoniale e una base da cui costruire il proprio futuro. Quando il suo accesso diventa più difficile, il rischio è che le opportunità di emancipazione dipendano sempre più dalle condizioni di partenza, dalla disponibilità di un patrimonio familiare e dalla possibilità di ricevere aiuto.

Ma qui il punto non è sostenere che acquistare un immobile sia l'unica forma possibile di indipendenza, né che ogni giovane debba necessariamente diventare proprietario. Piuttosto è interrogarsi sulle condizioni che permettono a una persona di scegliere dove vivere, sostenere autonomamente le proprie spese e costruire un progetto di vita senza dipendere in modo strutturale dalle risorse della propria famiglia di origine. Quando queste condizioni vengono meno, la precarietà abitativa smette di essere soltanto una questione di mercato e diventa un problema che riguarda le possibilità concrete di crescita individuale.

Abitare senza appartenere: la precarietà dei legami sociali

Come abbiamo detto, la casa non è soltanto il luogo in cui si vive, ma anche il punto da cui si comincia a costruire una relazione con ciò che ci circonda. È attraverso la continuità della vita quotidiana che si impara a conoscere un quartiere, si instaurano rapporti con i vicini, si frequentano gli stessi luoghi e si sviluppa, gradualmente, la sensazione di far parte di una comunità. Abitare significa anche mettere radici: riconoscere uno spazio come familiare, sentirsi legittimati a occuparlo e sapere di poterci restare abbastanza a lungo da costruirvi relazioni significative.


La precarietà abitativa mette in discussione proprio questa possibilità. La necessità di cambiare frequentemente alloggio, l'incertezza sulla durata del contratto e la paura di non riuscire a sostenere le spese possono ostacolare la costruzione di legami stabili con il territorio. Quando il futuro della propria abitazione rimane incerto, diventa più difficile investire nel luogo in cui si vive, immaginarlo come parte della propria storia e sentirsi davvero parte della comunità che lo abita. Si può vivere in una città per anni senza riuscire a sentirsi a casa; essere fisicamente presenti in un quartiere senza percepirsi pienamente parte della sua vita sociale.


Il disagio, dunque, non riguarda soltanto l'accesso a uno spazio privato, ma anche la possibilità di partecipare a uno spazio collettivo. La precarietà della casa può tradursi in una precarietà dei legami: rende più difficile costruire continuità nelle relazioni e alimenta la sensazione di essere sempre provvisori, ospiti in luoghi che non si riesce a sentire propri. In questo senso, la crisi abitativa rischia di produrre una contraddizione profonda: proprio mentre le città concentrano opportunità, persone e occasioni di incontro, una parte di chi le abita incontra crescenti difficoltà nel costruire un senso di appartenenza.

Questa dimensione può essere letta anche attraverso la teoria dell'identità sociale elaborata da Henri Tajfel e John Turner. Secondo questa prospettiva, l'identità individuale non deriva soltanto dalle caratteristiche personali, dalle scelte e dai risultati raggiunti, ma anche dall'appartenenza ai gruppi sociali attraverso cui definiamo noi stessi e interpretiamo la realtà. Sentirsi parte di un gruppo significa riconoscersi in un'esperienza condivisa, individuare elementi comuni con gli altri e collocare la propria vicenda individuale all'interno di una dimensione più ampia.


Quando i legami con il territorio sono fragili e l'accesso a una vita autonoma appare incerto, questo bisogno di appartenenza può diventare particolarmente rilevante. La difficoltà non consiste soltanto nel non avere una casa stabile, ma anche nel faticare a trovare un posto riconoscibile all'interno della società: un luogo in cui mettere radici e creare relazioni attraverso cui sentirsi parte di una comunità. Il rischio è che all'insicurezza abitativa si accompagni una più generale sensazione di provvisorietà, come se anche la propria posizione nel mondo fosse sempre da riconquistare.

È in questo vuoto che le proteste assumono un significato ulteriore. Le tende nelle piazze non rappresentano soltanto la denuncia di un mercato immobiliare inaccessibile: possono diventare uno spazio di riconoscimento reciproco, in cui esperienze fino a quel momento vissute separatamente entrano in contatto e acquistano un significato comune. Persone che nella vita quotidiana si percepiscono come individui alle prese con le proprie difficoltà scoprono di condividere la loro condizione, le loro aspettative frustrate e i loro ostacoli. La protesta contribuisce così a costruire una collettività proprio là dove l'esperienza della precarietà rischia di lasciare ciascuno isolato.


Prende forma un passaggio fondamentale: dall'«io non riesco a farcela» al «noi stiamo affrontando un problema comune». Non si tratta semplicemente di sommare tante difficoltà individuali, ma di trasformarle in una cornice condivisa attraverso cui interpretare la propria condizione e avanzare una richiesta collettiva. In questo processo emerge una nuova identità sociale: non più soltanto giovani, studenti o lavoratori accomunati da una difficoltà economica, ma persone che iniziano a riconoscersi come parte di una generazione alla quale viene chiesto di costruire il proprio futuro senza disporre sempre delle condizioni necessarie per farlo.


La mobilitazione non sostituisce una casa, non ricostruisce automaticamente i legami di quartiere e non elimina l'incertezza materiale. Può però offrire qualcosa che la precarietà tende a erodere: un'esperienza di appartenenza, la possibilità di dare un nome condiviso al proprio disagio e la percezione di non essere soli ad affrontarlo. In questo senso, la protesta non si limita a chiedere un cambiamento delle condizioni abitative. Rende visibile anche un bisogno più profondo: quello di poter abitare non soltanto uno spazio, ma una comunità; non soltanto una città, ma un posto nel mondo.


Il rumore delle piazze e il silenzio di chi dovrebbe ascoltare


Negli ultimi giorni, le piazze italiane sono tornate a riempirsi di proteste. Accanto alla mobilitazione delle tende, partita da piazza Bologna a Roma e diffusasi in altre città del Paese, in Puglia sono scesi in piazza gli autotrasportatori, ai quali si sono aggiunti gli agricoltori. Rivendicazioni diverse, ma accomunate da un elemento: nascono dal basso, dalla stanchezza di chi non riesce più a sostenere il peso di un sistema economico che sembra chiedere sempre di più, offrendo sempre meno in cambio. Studenti, lavoratori e categorie produttive che non chiedono privilegi, ma condizioni dignitose per vivere, lavorare e costruire il proprio futuro. Eppure, di fronte a queste mobilitazioni, la risposta della politica e la visibilità garantita dai media tradizionali sembrano non essere all'altezza del disagio che le alimenta. A ottenere attenzione, troppo spesso, non sono le ragioni di chi protesta pacificamente, ma gli scontri, le tensioni e le immagini più spettacolari. Pochi episodi finiscono così per occupare la scena, mentre le richieste di migliaia di persone scivolano sullo sfondo. La violenza va condannata, sempre. Ma altrettanto inaccettabile è che venga lasciato nell'ombra il malessere di chi sceglie di manifestare senza ricorrere alla violenza. Perché quando il rumore di pochi finisce per coprire la voce di molti, non è soltanto l'informazione a venire meno alla propria funzione: è il dibattito pubblico a impoverirsi, ed è la politica a perdere l'occasione di ascoltare. Resta allora una domanda scomoda: se le proteste pacifiche non riescono a ottenere attenzione, che cosa deve fare una parte crescente del Paese per essere finalmente ascoltata? Forse il problema non è che queste persone non abbiano nulla da dire, ma che le loro ragioni facciano meno notizia degli scontri. E viene da chiedersi se questo silenzio sia soltanto il risultato di una selezione distorta delle notizie o se, in un sistema mediatico sempre più affamato di audience, raccontare il disagio senza trasformarlo in spettacolo sia diventato semplicemente meno conveniente.

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