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  • Writer's pictureKoinè Journal

8 marzo: molto di più di una manifestazione


Anche quest'anno si celebra la giornata internazionale della donna con manifestazioni ed eventi in tutto il mondo. La redazione di Koinè, che ospita tante bravissime articoliste e collaboratrici, ha però scelto di instaurare un dialogo, una discussione al suo interno proprio per analizzare e prendere di petto alcune delle tematiche più spinose. Bisogna infatti dare un serio segnale di cambiamento, che può partire soltanto da una analisi attenta e dal confronto diretto e schietto. I ragazzi di Koinè hanno infatti scelto di interpellare le loro colleghe nella maniera più diretta possibile, con una tavola rotonda equa. La parità nasce anche da questo, buona lettura.


“Studiano di più. Si laureano prima e meglio. Sfruttano meglio le esperienze all’estero e i tirocini. Ma fanno più fatica a trovare un lavoro rispetto ai loro colleghi e guadagnano in media il 20% in meno.” Con queste parole, Eugenio Bruno, a gennaio 2022 apre un suo articolo per il Sole 24 Ore intitolato: “Gender Gap: le donne guadagnano il 20% in meno degli uomini”.


Inoltre, secondo lo studio dell'Osservatorio JobPricing e di LHH recruitment solution, riportato da Repubblica, la differenza salariale tra uomo e donna nel 2023 cresce quasi dell’1%, arrivando a quantificarsi in quasi un mese e mezzo di lavoro gratuito annuo da parte delle donne: il Gender Pay Gap è tale che una donna, pur lavorando da inizio anno, è come se iniziasse ad esser pagata solo dall’11 febbraio in poi. Insomma, un Gap abbastanza consistente per poter smettere di parlare di “differenza” e iniziare a parlare di “discriminazione”.


Venendo a noi, il Gender Pay Gap è definito come la differenza tra la retribuzione di uomini e donne a parità di ruolo e di mansione. Anche se, statisticamente parlando, le donne ottengono in media risultati accademici migliori, partecipano maggiormente ai tirocini, e ,in qualche caso, rappresentano la maggioranza dei membri iscritti all’ordine professionale di riferimento, esse sono quelle che hanno contratti di lavoro più instabili e fragili, quelle che scontano la maternità e quelle sulle cui spalle pesa la maggior parte del carico familiare in termini di cura e quindi, quelle che guadagnano di meno e occupano meno ruoli dirigenziali.

Triste esempio infatti ci è fornito, appunto, proprio dallo stesso Ordine degli Psicologi. L’Enpap, l’Ente nazionale di previdenza degli psicologi, dice che le psicologhe sono l’83% degli iscritti, maggioranza netta, ma osserva che la media dei redditi percepiti nel 2019 tra gli uomini è 19.389,35 euro, tra le donne 13.880, 38. Nel 2018 il reddito medio delle psicologhe si attestava sui 12.820 euro contro quello dei colleghi di 18.403, cioè 31% in meno. Contrariamente a quanto si possa pensare, nel Consiglio nazionale dell’Ordine gli incarichi sono invece ripartiti al 50%: nove consiglieri sono uomini e nove donne, mentre il presidente nazionale è David Lazzari, presidente dell’Ordine umbro, e la vicepresidente è Laura Parolin, che guida l’Ordine lombardo.


E, udite udite, NON C’È MAI STATA UNA PRESIDENTE DELL’ORDINE NAZIONALE.

Insomma, veramente, più che un gap, un vergognoso abisso.

Quanto senti/pensi che questo modo malato, ma ahimè strutturale, di pensare incide nella tua vita, tanto personale quanto lavorativa? E sopratutto, perché pensi che anche in un settore, il tuo, in cui -numericamente parlando- le donne potrebbero essere libere di scegliere le “regole del gioco”, ritroviamo le stesse dinamiche filo-maschiliste che invece dovrebbero combattere?


La prospettiva descritta, alla luce delle statistiche e dell’esperienza che ogni studente fa quotidianamente, risulta paradossale. Il problema risiede nel fatto che il successo scolastico e accademico non si traduce, come dovrebbe, in un successo lavorativo.

Ai miei occhi, questo fenomeno appare ancora più paradossale in quanto nelle facoltà di psicologia la maggioranza degli iscritti è donna e lo stesso vale per le iscrizioni all’ordine degli psicologi. Anche in questo ambito si assiste dunque allo stesso silenzioso meccanismo: numero maggiore di donne iscritte all’ordine, ma minori livelli di prestigio assunti e minori retribuzioni.


Di fronte a tutto ciò non si può che rimanere basiti e non mi resta che pensare agli innumerevoli ostacoli che vi saranno da affrontare per avere una posizione sicura e stabile in ambito lavorativo. Difatti, per quanto concerne la psicologia, il percorso di formazione è già ricco di ostacoli da superare, molti dovuti alla poca importanza che viene data alla salute e al benessere mentale. Dunque, in un ambiente in cui è già difficile trovare il proprio spazio, essere consapevole che il proprio genere è ancora più svantaggiato è sicuramente demotivante.


Credo che le motivazioni dietro a questo fenomeno siano molteplici, ma ritengo che molto sia dovuto allo stereotipo di genere e all’influenza che continua ad avere. Nel 2008 l’associazione italiana di psicologia ha fondato il GDG (gruppo sulle disparità di genere) con l’obiettivo di unire e aggregare studiosi e studiose interessati alle tematiche di genere e sensibilizzare su questo fenomeno.


Lo stereotipo in psicologia è definito come una descrizione poco dettagliata e non accurata di un individuo considerato facente parte di un gruppo o aggregato sociale. Per quanto si possa crede “debellato” lo stereotipo di genere permea la società attuale e, mantenuto e enfatizzato da politiche e mass media, influenza il linguaggio, le decisioni e le prestazioni dell’individuo oggetto dello stereotipo. Secondo il Gender Gap Report del World Economic Forum del 2014, il divario di genere è presente in tutti i paesi e in tutti i domini della vita sociale: economico, educativo, sanitario, e politico.


L’obiettivo che forse dovremmo porci è dunque una maggiore presa di coscienza sull’importanza e la potenza del fenomeno. L’obiettivo, tramite una maggiore sensibilizzazione, è quello di abbattere l’Essenzialismo psicologico (Haslam e Whelan, 2008), inteso come la percezione di categorie, considerate naturali all’interno del sistema, in cui i membri vengono percepiti come unicum per determinate caratteristiche.


Di Mattia Santarelli e Cecilia Pugliese


Oggi l’istruzione è considerata uno degli strumenti principali per sconfiggere la povertà e il sottosviluppo, tuttavia l’accesso alla formazione avviene tramite filtri economici e soprattutto di genere. Nel mondo non a tutte le donne è garantito il

Diritto all’istruzione come alla controparte maschile, evidente sintomo che alcune società o forze politiche al governo non le considerano come degne di essere istruite, poiché destinate già dalla nascita ad occupazioni a basso tasso di istruzione. Osserviamo tragicamente come tale diritto sia stato apertamente negato nell’Afghanistan dei Talebani, dove le scuole sono state chiuse per le bambine.

Ma anche in altri contesti, seppur questo diritto non è stato negato de iure, permangono difficoltà nel raggiungere una pari istruzione fra i sessi. In paesi come l’Iran o la vicina Ungheria, la narrazione corrente ha dipinto le donne come madri e mogli, il cui futuro è fra le mura domestiche e non in un ufficio.

Questo stereotipo in realtà cela la paura di questi governi di fronte ad una presa di coscienza delle donne, non più disposte a tollerare le disuguaglianze di genere insite in questi sistemi. Le proteste in Iran al grido di “ Donna, vita, libertà!” vanno comprese anche in quest’ottica.

Quanto pesano le disuguaglianze di genere in materia d’istruzione, e soprattutto, può l’istruzione giocare un ruolo chiave nel favorire una maggiore emancipazione della donna tout-court nel mondo di oggi?


La risposta è decisamente affermativa: l’istruzione rappresenta un’alternativa per ognuna di noi e può cambiare il nostro futuro. Essere in grado di accedere al sistema di istruzione fornisce a chiunque uno strumento di emancipazione. La possibilità di concludere un percorso formativo, che sia continuativo e duraturo, non consente semplicemente di ottenere un attestato. L’apprendimento non è esclusivamente finalizzato ad imparare quante più nozioni possibili, è finalizzato anche alla crescita personale. Ed è per questo che è fondamentale che il gender gap diventi sempre più sottile. Se una giovane donna ha la possibilità di acquisire conoscenze e di confrontarsi con i suoi coetanei, avrà anche la possibilità di autodeterminarsi ed autoaffermarsi nella sua famiglia, nel mondo lavorativo e nella società in generale.

In Italia, il Centro Nazionale delle Ricerche ha condotto delle analisi che mostrano la presenza di una pronunciata adesione ai ruoli stereotipati in bambini e bambine e l’attenuazione di tali condizionamenti nel passaggio all’adolescenza, sottolineando quanto sia cruciale il ruolo dell’educazione scolastica.


Una donna istruita più difficilmente sottosta al giogo patriarcale, in quanto non si limita al suo ruolo di figlia-moglie-madre.

Prendiamo il caso iraniano, da mesi teatro di rivolte contro il regime: da qui ci è giunta la notizia dell’avvelenamento di numerose studentesse, nell’intento di impedire loro di frequentare le scuole femminili. Vorrei anche ricordare la vicenda di Malala Yousafzai, vittima dei talebani mentre tornava da scuola. Se addirittura sono disposti ad uccidere, quanto possono temere una donna che abbia accesso al sapere?

Il problema, però, non riguarda solo paesi come l’Iran o l’Afghanistan, riguarda anche quei paesi che definiamo “sviluppati”.


Hai citato l’Ungheria: proprio in questo Paese - membro dell’Ue - è stata condotta una ricerca sulla cosiddetta “pink education”. È interessante, quanto spaventoso, osservare le conclusioni di questo report: il sistema scolastico è troppo femminile, ciò ha delle ripercussioni economiche e sociali e potrebbe, addirittura, comportare un calo demografico. Alla luce dell’ipotetica minaccia rappresentata dall’istruzione femminile per la demografia ungherese, mi è tornato in mente “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, in cui sublimemente è descritta una società in cui la donna dalla emancipazione ritorna in uno stato di asservimento. Donne classificate in fertili e non fertili poiché l’unico motivo della loro esistenza è la procreazione.


La libertà della donna occidentale è stata conquistata gradualmente.

La percezione però è che, mentre al maschile da sempre sia riconosciuta, al femminile sia stata concessa.

Il rischio, dunque, è che prima o poi venga revocata.


Di Lorenzo Ruffi e Marta Tomassini


Vorrei lanciare una provocazione: trovo che le giornate a tema siano un modo per lavarsi la coscienza. Provo a spiegarmi meglio: sono anni ormai che mi accorgo che il tema a cui è votato l'8 Marzo abbia importanza solo per le ventiquattro ore che decidiamo di concedergli. Mi sembra che nella discussione pubblica la figura della donna sia stata commercializzata (e purtroppo) banalizzata, e questo soprattutto a livello politico/mediatico. La Festa della Donna nasce in anni di forte rivendicazione sociale, dove il tema della parità di genere era trattato in modo quasi filosofico. Il confronto con il presente sembra quasi desolante se ci poniamo in questa prospettiva.

Secondo te quella che ho appena espresso è un'opinione che effettivamente trova riscontro nel reale o è solo una percezione vittimistica di un orizzonte "maschile"?


A mio parere, le Giornate mondiali sono un po’ il corrispettivo della donazione; si fanno ogni tanto e poi si vive in pace per qualche mese. Le due cose sono diverse, è chiaro, ma rispondono alla stessa catartica necessità: sono sistemi realizzati su misura per edulcorare il senso di colpa del mondo ipercontemporaneo su temi enormi. In particolare, quello sviluppato o, quantomeno, presunto tale. Una valanga di informazioni concentrata in poco tempo così che si possa dire di saperne qualcosa di più quando, in realtà, se ne esce più confusi di prima. Che poi l'operazione possa avere un senso per chi, ogni giorno, si occupa di certi argomenti, è innegabile: ma non è questo il pubblico eletto a cui queste giornate sono indirizzate. Nascono con l’intento di rispolverare la memoria su alcuni temi che hanno una certa centralità nel dibattito culturale e politico-sociale; talvolta hanno lo scopo di spronare i governi all’azione o di dare visibilità al lavoro o ai risultati raggiunti da associazioni, organizzazioni e in generale dalla società civile. Più spesso, sono solo un palliativo inconsistente che contribuisce a rendere il dibattito culturale che la “giornata” sintetizza, estremamente superficiale e, forse anche per questo, commercializzato. Una sensibilizzazione del genere rischia di essere culturalmente devastante. Perché, appunto, confonde e dunque annacqua. Bombarda e, quindi, smonta, generando quasi sempre, solamente, una perdita di peso specifico.


Di Cosimo Bettoni e Caterina Amaolo


Il tema dell'abbigliamento femminile è ormai decennale se non secolare. Lo abbiamo ad esempio visto più volte utilizzato in ottica denigratoria, per giustificare comportamenti riprovevoli di cui le stesse donne sono state vittime. Quasi che una minigonna o qualsiasi altro indumento potesse "attirare" una reazione tutto sommato non da condannare in toto, ma quasi da comprendere. Una pratica barbara questa a cui ci hanno abituato giornali, programmi e media in generale, figli di un disastro culturale che non accenna a rallentare. Vorrei perciò chiedere qual è la percezione di questo fenomeno da parte di una donna nel 2023. Che strada stiamo imboccando sull'argomento? Stiamo procedendo seppur lentamente, o non vi è segnale di progresso?


L’abbigliamento sicuramente è non solo un tema, ma un vero e proprio problema sempre attuale. Specialmente se ci riferiamo a contesti di grandi città, in cui la maggior parte dei ragazzi si spostano con mezzi pubblici ed in cui il malessere sociale sociale si fa più forte dando luogo ad ingenti fenomeni di criminalità, per una donna il modo di vestirsi può diventare un vero e proprio fattore di rischio. Risulta infatti introiettato dalla stessa popolazione femminile il monito -inizialmente ascoltato dalla voce dei propri genitori- di non vestirsi in modo troppo “provocante”, specialmente se si esce di sera e con i mezzi pubblici.


A tutte sarà capitato di PENTIRSI di aver indossato una “gonna troppo corta” mentre stavano percorrendo una strada poco illuminata per raggiungere il portone di casa di notte, o di aver pensato di aver indossato dei leggins troppo aderenti tornando di sera a piedi dalla palestra, sperando di arrivare sane e salve. Nei tragitti che si sceglie di percorrere, che possono essere definiti “mental maps”, non è raro che le donne optino per percorsi più lunghi ma maggiormente frequentati e popolati rispetto ad un uomo. Questo innegabilmente non è giusto, ma purtroppo è vero, perché, come i sempre numerosissimi fatti di cronaca dimostrano, non si può dire che si tratti di timori infondati. In ogni caso credo che una donna non possa affermare ad oggi di sentirsi sicura, né tantomeno libera. La libertà sarebbe poter scegliere cosa indossare secondo i propri gusti e la propria volontà e non togliersi un vestito, dopo essersi guardate allo specchio, perché “se vado in giro così, mi potrebbe accadere qualcosa“. Il problema ovviamente non riguarda solo soggetti femminili, ma qualsiasi persona che appaia nell’aspetto “troppo vistosa o stravagante" e che potrebbe diventare vittima di aggressioni. Un grande problema è di certo quello della sorveglianza, perché, sebbene non sia facile garantire la presenza di forze dell’ordine capillarmente in aree metropolitane molto vaste, spesso risultano scoperti anche punti nevralgici, come possono essere le stazione- si pensi a stazioni della Capitale come Tiburtina, Termini- nonostante siano noti per la loro pericolosità. Riguardo quanto detto, ciò che però è davvero grave è il perpetuarsi di narrazioni stereotipate che associano il modo di vestire di una vittima di aggressione alla quasi liceità dell’atto.


Ciò ha condizionato addirittura l’esito di molte sentenze e “una gonna troppo corta” è stata usata come argomento da parte della difesa di di imputati di stupro. Il 20 gennaio 2023 si è tenuta a Fermo un’importante conferenza a riguardo, organizzata dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche con l’Ordine degli Avvocati della Provincia di Fermo e la commissione Pari opportunità, intitolata “La Parità non ha Genere: il Valore delle Parole”, per parlare di pari opportunità nel linguaggio e nella cultura. L'intervento del professor Bambi, accademico della Crusca, ha messo in evidenza come alcune differenze linguistiche possono in qualche maniera discriminare e come la lingua si sia modificata per una sempre maggiore equità, nel linguaggio giuridico come in quello giornalistico. Anche il linguaggio della cronaca infatti deve essere rispettoso, corretto ed essenziale. In questa occasione Donatella Sciarresi -avvocato e Presidente della CPO Ordine Avvocati Fermo- parlando di come si possano combattere taluni stereotipi e come si possa invertire una cultura consolidata, che penalizza il genere femminile, ha affermato che si potrebbe benissimo partire dalle aule di tribunale. Con le sentenze si può infatti modificare il linguaggio, in quanto la sentenza fa cultura.


Effettivamente Sciarresi nota come negli ultimi anni stia in qualche modo cambiando il rapporti di relazione uomo-donna, imputato-vittima e ricorda come la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia più volte condannato l’Italia per il fatto che molte sentenze riportassero frasi stereotipate e sessiste, come ad esempio in casi di strupo in cui si indicava l’ imputato colpevole, ma si sottolineava che la donna indossasse una lingerie particolare o che avesse avuto precedentemente relazioni con molti uomini, un comportamento molto libero o che uscisse spesso la sera. Tutto ciò non comparirebbe mai nel caso di un uomo ucciso da un altro uomo, non si direbbe che “se la è cercata” ed è questo il motivo per cui arrivano, dice l’avvocato, tali condanne da parte della CEDU.


Credo sia necessario fare ancora molto perché una donna possa sentirsi libera fattivamente ed anche a livello emotivo in relazione al proprio abbigliamento, d’altronde Einstein diceva ”E’ PIU’ FACILE SPEZZARE UN ATOMO CHE UN PREGIUDIZIO”


Di Luca Simone e Sara Gambini


Poche settimane fa, sul palco del Festival di Sanremo - termometro per eccellenza delle tendenze, delle opinioni e dei dibattiti interni al nostro Paese - Chiara Ferragni ha diviso per l'ennesima volta l'Italia. In veste di co-conduttrice, l'influencer e imprenditrice digitale ha presentato il suo personale monologo. Una lettera spedita dal futuro alla Chiara bambina, a mo' di incoraggiamento di fronte a tutte le difficoltà che la superstar ha dovuto e deve ancora affrontare nella sua vita.


E qui scatta l'elemento divisivo. Al di là delle simpatie o antipatie personali per i Ferragnez, che poco hanno a che vedere con il nostro discorso, il discorso/lettera di Chiara non è facilmente inquadrabile. Da un lato, si esprimono parecchi concetti giusti. «Spesso ti sentirai in colpa di essere lontana dai tuoi figli. La nostra società ci ha insegnato che quando diventi madre sei solo una mamma. Ti fa sentire in colpa. Un trattamento che non è mai riservato agli uomini che lavorano». O ancora: «Da donna dovrai affrontare tante battaglie, leggerai centinaia di commenti che ti ricorderanno il sessismo normalizzato».


Dall'altro lato, però, non è ben chiaro dove Chiara voglia andare a parare. Dietro a molti spunti corretti, sembra prevalere una dinamica autocelebrativa: resisti a tutte le critiche, a tutti gli ostacoli e a tutte le insicurezze perché il successo, un giorno, ripagherà con gli interessi. Una retorica poco originale, ma soprattutto poco risolutiva. «Uno su mille ce la fa» canta Gianni Morandi, che era con te su quel palco. Non sarebbe meglio promuovere un discorso meno incentrato sul self-branding e su una sorta di "American dream" in salsa soft-femminista?


E tu, cosa ne pensi del discorso della Ferragni? Più in generale: cosa ne pensi di questo modello di emancipazione femminile basato sul successo individuale e sulla realizzazione professionale, frequentemente rivendicato nello star-system occidentale? Credi che sia utile, superfluo o addirittura nocivo?


Credo che per comprendere il discorso di Chiara Ferragni sia necessario cominciare non solo dall’immagine simbolica della fashion blogger, ma anche dal contesto in cui il suo messaggio è stato pronunciato. Il palcoscenico di Sanremo restituisce, come hai ben detto, le tendenze delle opinioni e dei dibattiti del nostro Paese; possiamo intenderlo come uno specchio della nostra società. Infatti, lo scopo – mi è sembrato – non era sicuramente quello di proporre dei temi originali. I monologhi delle co-conduttrici avrebbero dovuto essere comprensibili ad un vasto pubblico, cioè a chiunque guardi Sanremo. Proprio per questo, non capisco davvero per quale motivo Chiara Ferragni – simbolo per eccellenza della quotidiana realtà dei social media – sia stata oggetto di bersaglio polemico. Sanremo non vuole rivoluzionare il modo di pensare degli italiani e non vuole suscitare chissà quale riflessione sull’italiano medio. Anzi, ripropone un modello televisivo in cui i conduttori sono tipicamente maschi e le co-conduttrici ed ospiti solo donne. Uno schema, appunto, tradizionale e che conosciamo da tempo: a noi va bene così.


Ritornando al discorso di Chiara Ferragni, la prima volta che ho avuto modo di ascoltarlo, non mi ha suscitato nessun tipo di disorientamento. Anzi, a me è sembrato abbastanza chiaro. Chiara si presenta in occasione del suo monologo indossando un abito firmato Dior volutamente trasparente. Anche il dress-code vuole dirci qualcosa: il nostro corpo – quello femminile, si intende – è libero da pregiudizi. Credo che il modo di comunicare questo messaggio sia riuscito: in molti ne hanno discusso e sicuramente la Ferragni non è rimasta inosservata. L’imprenditrice, però, si giustifica ribadendo che l’abito sia stato cucito sulle sue forme. Ciò che si vede, dunque, è solo un disegno. Molto probabilmente, infatti, il pubblico non sarebbe stato pronto ad una cruda nudità femminile, specialmente sul palco di Sanremo. Quindi il messaggio arriva, ma sempre con cautela. Credo che l’abito scelto dalla Ferragni sposasse bene il suo monologo. In quella lettera a sé stessa Chiara si stava mostrando nuda – figurativamente e letteralmente – di fronte al pubblico. L’eccentricità del suo abito, dal mio punto di vista, è passata in secondo piano rispetto al suo discorso. Dunque, la sua nudità mi è sembrata innocente; credo fosse questo lo scopo.


Il monologo in sé e per sé non era ben strutturato. La prima volta che l’ho ascoltato mi è sembrato molto lungo e divagante. La decisione di non farsi aiutare nella stesura della sua lettera è stata, però, una scelta ben precisa. Chiara racconta una storia, quella sua. Non dobbiamo sorprenderci: chi è capace, più della Ferragni, nella promozione di sé stesso? E’ il suo lavoro, ciò che fa tutto il giorno attraverso i social. Io non le chiederei di più. Per questo, nonostante il suo discorso possa essere caduto in banalità, non lo giudico. Non lo giudico perché quando penso a Chiara Ferragni non penso ad un’intellettuale che possa farmi riflettere in maniera critica sul problema del gender gap. Nonostante non rappresenti per me un modello da seguire e a cui aspiro, riconosco però che la sua immagine è sui telefoni e sulla bocca di tutti. Per molti Chiara sarà anche un esempio. La sua scelta è stata quella, a modo suo, di promuovere una lotta – seppur banale – alla disparità di genere e ad alcuni aspetti della società patriarcale. Avendo i riflettori su di sé ha scelto comunque di portare questa campagna di sensibilizzazione nelle case di ogni italiano. Sicuramente lontana dal tipo di donna a cui aspiro ad essere – lavorativamente parlando – ho veramente molto apprezzato il suo gesto.


Ho pensato alle tante ragazzine che seguono la Ferragni sui social riconoscendo in lei un prototipo ed un esempio. In un mondo – specialmente quello di Instagram – che propina una bellezza irraggiungibile e assolutamente innaturale, la Ferragni promuove un nuovo discorso. Chiara, nel suo seppur brutto monologo, parla delle sue insicurezze. Viene demistificato il mito della donna di successo tutta d’un pezzo. Se anche Chiara Ferragni ha delle insicurezze, allora sembrerà normale averne. Parlando alla sé da bambina, la Ferragni dice “una cosa mi fa stare male, che in qualunque fase della mia vita c’era un pensiero fisso nella mia testa: non sentirmi abbastanza. Quando ci penso vorrei solo abbracciarti forte. Quando ho pensato qualcosa di negativo, l’ho pensato anche se tu non lo meriti. Vorrei dirti che sei abbastanza e lo sei sempre stata. Tutte le volte che non ti sei sentita abbastanza bella, intelligente, lo eri. E se ti sentirai ancora cosi - questo è uno di quei momenti ed è normale che lo sia - le sfide più importanti sono sempre nella nostra testa”. Credo che, oltre che essere un discorso autocelebrativo, sia anche uno spunto di riflessione importante per chi segue la fashion blogger.


Chiara ci dice che anche nel suo lavoro o nel suo ruolo da madre ha dovuto rispondere a delle critiche, per il semplice fatto di essere donna. Mostra, cioè, come lo schema e la polemica patriarcale si declini anche nella sua vita da donna, coronata più delle altre dal successo. Nonostante ci dica “Da donna dovrai affrontare tante battaglie e lavorare il doppio”, la Ferragni lancia un appello a tutte le donne: “Essere una donna non è un limite, dillo a tutte le tue amiche e lottate insieme per cambiare le cose, io ci sto provando anche in questo momento”. Credo sia necessario focalizzarci su quest’ultimo punto. Riproporre certi argomenti è ancora oggi necessario e se ne deve parlare. Non devono essere, cioè, solamente settori colti ed elitari della società a discutere di questo problema. Se Chiara Ferragni è uno dei modelli della nostra società allora lottare contro il gender gap non sarà riservato solo alle attiviste femministe, ma anche a qualsiasi ragazza comune che utilizza i social. Una vera trasformazione sociale, credo, prende piede quando un problema così importante viene affrontato da un’ampia gamma di realtà sociali: dalla scuola, alle manifestazioni per strada, ai giornali, ai social media.


Ritornando al modello che la Ferragni incarna, non credo spetti a me decidere se l’autopromozione di sé ed il successo individuale sia qualcosa di buono. E’ una delle tendenze della nostra società che credo sia incontrovertibile. Dunque, nonostante la vita di Chiara Ferragni non è sicuramente un modello a cui io aspiro, riconosco che però può esserlo per molte altre donne. La questione importante credo sia quella di portare la lotta contro il gender gap in differenti sfaccettature della società e lasciare che il messaggio venga riformulato in base al contesto in cui si diffonde. Quindi, nonostante il monologo della Ferragni sia privo di originalità, si è comunque parlato di un problema di ancora fondamentale importanza nella nostra società.


Di Davide Cocetti e Alessia Di Lorenzo





Image Copyright: La Repubblica


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