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  • Writer's pictureKoinè Journal

Al bivio. E tu che femminista sei?


di Alessia Di Lorenzo.


«Nella generazione Z le ragazze sono progressiste e i ragazzi conservatori», così riporta l’intervento di Barbara Leda Kenney – esperta di politiche di genere della Fondazione Giacomo Brodolini – in una puntata del podcast quotidiano di Internazionale Il Mondo.

Un interessante studio condotto di recente negli Stati Uniti – da Gallup e Pew Research Center - ha infatti messo in luce la crescita del divario ideologico tra giovani uomini e giovani donne in tutto il mondo anche in paesi molto diversi: le donne sono nettamente progressiste e gli uomini sono nettamente conservatori.


Quest’analisi trova eco anche in altri paesi, per esempio il Regno Unito, in cui è stato condotto uno studio simile da Change Resarch. Lo stesso divario ideologico si è riscontrato in Corea, Tunisia, Germania, Polonia. Si sta delineando cioè una linea che separa i generi in diverse parti del mondo. Stando alle statistiche, nella generazione Z i giovani uomini sono considerati la parte più conservatrice della società, addirittura più conservatori dei loro nonni, che nel tempo sono diventati più progressisti, in temi di immigrazione e di genere.


Com’è possibile? Perché gli uomini sono più conservatori? La risposta è riscontrabile nel fenomeno della crisi della mascolinità del maschio bianco. L’ingresso delle donne della nostra contemporaneità nel mercato del lavoro ha raggiunto altissimi livelli, e se guardiamo le curve dell’occupazione notiamo che il gap tra uomini e donne non è mai stato così piccolo; significa che sempre meno uomini trovano occupazione e che sempre più donne lavorano. In altre parole, le donne hanno sottratto spazio agli uomini, entrando nella sfera pubblica e mettendo in crisi non solo il mito della femminilità e della mascolinità che la cultura in cui siamo immersi ci continua a perpetrare, ma anche la distinzione tra sfera pubblica e domestica che ha informato i ruoli di genere fino ai nostri giorni.


Come scrive Giulia Longoni, se il femminismo ha acquisito nel XXI secolo una popolarità che “ha trasformato il movimento in una piattaforma per il successo economico dove sempre più imprenditrici e donne di successo si presentano come emancipate” (Longoni 2021: 440), d’altro canto ha assunto maggior rilevanza la paura, l’aggressione e la violenza da parte di tutti quelli che lo percepiscono come una minaccia. La crisi della mascolinità appare così come l’altra faccia dell’emancipazione femminile, che assume spesso la forma di misoginia e che trova la sua maggiore diffusione nei media mainstream.


L’accesso al lavoro è sempre stato il tema per cui si sono battuti diversi femminismi nella storia. Negli anni Sessanta, una delle pietre miliari del femminismo è La mistica della Femminilità di Betty Friedan. La scoperta di questo studio consiste nell’aver individuato un comune malessere di fondo tra le donne casalinghe della classe media borghese. La realtà si scontrava col mito della happy housewife, ideale trasmesso dalla letteratura, dai cinema, dai giornali e dalla pubblicità: la realizzazione della felicità per una donna passa attraverso l’acquisto di elettrodomestici. Così, le donne non vengono costrette allo spazio domestico, ma vengono sollecitate da una propaganda sottile che le relega alle mura di casa. La casalinga è dunque un’invenzione della crescita economica americana. Questo campanello d’allarme ha dato vita al femminismo della seconda ondata, che ha unito le donne al comune riconoscimento delle stesse problematiche del sistema liberale. In altre parole, “la democrazia statunitense è costruita sul presupposto che lo spazio pubblico appartiene agli uomini mentre le donne sono relegate in quello domestico e plasmate secondo i canoni della Mistica della femminilità” (Longoni 2021: 433). Negli anni a seguire, la critica femminista della corrente marxista si è concentrata prevalentemente sul lavoro domestico come lavoro non riconosciuto socialmente. Quindi, al centro della critica femminista c’è la necessità di affermare la riproduzione come ambito riproduttivo di valore che è stato storicamente modellato dal capitale e che ne determina le forme dello sfruttamento. Negli ultimi anni assume invece maggior rilievo la politica del riconoscimento, che ha subordinato la politica della retribuzione.


Recentemente si è quindi sempre più diffuso quello che Catherine Rottenberg ha chiamato femminismo neoliberista, una corrente che gode di una certa popolarità nel femminismo contemporaneo. Il suo studio The Rise of Neoliberal Feminism è un ottimo punto di partenza per un’analisi attenta e critica rispetto alle problematiche della questione femminista attuale. In questo articolo cercheremo di ripercorrere la genesi del «femminismo del farsi avanti», delineandone gli aspetti e le connaturali contraddizioni. Nel dibattito pubblico odierno vengono infatti proposti modelli di donne in giacca e cravatta che rivendicano le stesse possibilità degli uomini nel mercato, battendosi per costruire un miglior equilibrio tra lavoro e famiglia. Viene da chiedersi spontaneamente se questo modello di donna “emancipata” possa essere realisticamente possibile e se sia accessibile a tutte le donne. Davvero ognuna di noi ha la possibilità di partecipare al mercato imprenditoriale? Le femministe del “farsi avanti” riconducono la colpa alle donne stesse, che invece di ricercare l’uguaglianza nelle istituzioni, si ritirano. Ma l’ineguaglianza tra uomo e donna è davvero riconducibile ad una mancanza di potere personale?


Un’allettante alternativa a questo femminismo elitario è il femminismo per il 99 percento, che propone una risposta radicale e internazionalista alla disparità di genere, includendo in questo progetto tutte le donne del mondo e non solo.

 

Il femminismo neoliberista: l’ancella del capitalismo

Catherine Rottenberg si è interessata allo studio del femminismo neoliberista, intendendo questa recente curvatura come un fenomeno che “ha interessato il popolare reinserimento delle tematiche femministe all’interno dell’immaginario mainstream rinnovando la necessità di interrogarsi intorno alle possibilità che le donne hanno per costruire un miglior equilibrio tra lavoro e famiglia” (Longoni 2021: 343).


Rottenberg individua nell’articolo “Why Women Still Can’t Have It All” di Anne-Marie Slaughter un momento di cesura nell’elaborazione di questo femminismo. Raccontandoci la sua esperienza di donna lavoratrice che abbandona una posizione di potere per dedicarsi alla famiglia, Slaughter mette in evidenza come sempre più donne che vogliano occupare le maglie alte del potere debbano fare i conti con il desiderio di formare una famiglia e di parteciparvi attivamente. Catherine Rottenberg riconosce nel modello di Anne-Marie Slaughter, una nuova Mistica della femminilità che rende il problema dell’emancipazione femminile legato saldamente al raggiungimento di una condizione di felicità equilibrata tra lavoro e famiglia. Questa condizione di felicità è espandibile a tutto il genere femminile? Secondo Rottenberg no, anzi l’autrice sottolinea che “se ‘avere tutto’ è abbastanza difficile per la maggior parte delle donne lavoratrici – a meno che non siano ‘superdonne, particolarmente ricche, o lavoratrici autonome’ -, ‘avere tutto’ ed essere felici è praticamente impossibile”. (Rottenberg 2020:44) Il femminismo descritto da Slaughter, secondo Rottenberg, sarebbe così uno strumento a servizio del sistema neoliberista, che sembra avere necessità del femminismo così delineato per risolvere il problema riproduttivo su cui si basa. In questo contesto, dobbiamo intendere il neoliberismo come termine foucaultiano: un insieme di valori e credenze che emerge dall’esperienza della vita quotidiana della vendita e dell’acquisto di prodotti. Secondo questa prospettiva “il neoliberismo può essere inteso come una rete che plasma i corpi mentre li assimila alla monetizzabilità”. (Longoni 2021: 436)

 

Ci ritroviamo al bivio: l’alternativa al femminismo neoliberale è il femminismo per il 99%

Il manifesto della corrente del femminismo neoliberista è stato pubblicato nel 2013 col titolo Lean in: Women, Work, and the Will to Lead di Sheryl Sandberg. Secondo Rottenberg, Sandberg ha interiorizzato i principi del femminismo della seconda ondata, sostenendo che “sia compito delle donne accettare, rendendola personale, la necessità di continuare a perseguire una vera uguaglianza tra i sessi nel senso di una loro eguale rappresentazione nelle istituzioni di potere” (Longoni 2021: 437). Sandberg sostiene che il problema di genere si risolva in una mancanza di fiducia delle donne in sé stesse imposta loro dalla società. Tendono così a ritirarsi (pull back) piuttosto che farsi avanti (Lean in). Così, solo interiorizzando la rivoluzione femminista le donne potranno sanare il gap di genere. In questo senso, la scalata delle gerarchie di potere diventa il principale obiettivo del femminismo contemporaneo, intendendo l’ineguaglianza come mancanza di ambizione personale. Il soggetto viene così incoraggiato a conformarsi alle norme del mercato, assumendosi la responsabilità per la condizione in cui versa.  Il luogo dell’agire passa dalla piazza alla singolarità isolata di ogni psiche individuale: “Sandberg concettualizza il cambiamento come qualcosa di solipsistico, neutralizzando l’idea radicale di rivolta collettiva che guidava le femministe negli anni Settanta” (Longoni 2021:437).


Un’interessante alternativa a questo femminismo viene proposta da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser, la cui elaborazione intellettuale ha trovato realizzazione nella stesura del manifesto Femminismo per il 99 % del 2019. Osservando la condizione della donna nella nostra contemporaneità ed i modelli emancipatori più diffusi, le femministe per il 99% hanno individuato sostanzialmente due proposte. La prima è quella di Sandberg e delle sue simili che hanno ridotto il femminismo ad ancella del capitalismo: “Vogliono un mondo in cui uomini e donne della classe dominante condividano equamente il compito di gestire lo sfruttamento sul posto di lavoro e l’oppressione nella società”. La seconda, invece, viene proposta già nello sciopero indetto dal femminismo militante che nel 2018 ha paralizzato la Spagna. Rispetto alle classiche rivendicazioni, la novità sta nelle richieste di queste voci; la huelga feminista ha cioè rivendicato una “società libera dall’oppressione sessista, dallo sfruttamento e dalla violenza” invitando alla “ribellione e alla lotta contro l’alleanza tra patriarcato e capitalismo che ci vuole obbedienti, sottomesse e silenziose”. Questo tipo di femminismo mette in relazione la questione dell’oppressione delle donne alla condizione di tutti gli sfruttati, i dominati e gli oppressi dal capitale. L’ambizione è quella di presentare una valida alternativa e speranza a tutta l’umanità. Il nemico comune diventa quindi il sistema neoliberale che “produce una gerarchia tale per cui il lavoro femminile di cura è sempre stato inferiore a quello maschile di produzione”. La spinta radicale di questo femminismo consiste nel riconoscimento di tutti quei diritti emancipatori ricevuti formalmente e quelli ancora da ottenere, rinnovando nella sua totalità il sistema sociale, economico e culturale che li ha esautorati del loro significato. In quest’ottica, infatti, il capitalismo ha delle contraddizioni sostanziali le cui conseguenze sono riscontrabili nelle diverse crisi che il mondo sta vivendo.


La crisi, in senso più ampio, è strutturale del capitalismo. Accanto alla crisi più strettamente economica, c’è anche quella ecologica e politica. La contraddizione, però, che più di tutte sta a cuore le femministe per il 99 % è quella della riproduzione sociale: “la tendenza a costringere a servizio del capitale quanto più lavoro riproduttivo gratuito” sia possibile, senza preoccuparsi di rigenerarlo, producendo periodiche “crisi del lavoro di cura” che logorano le donne, devastano le famiglie e stressano le energie sociali fino al punto di rottura. In altre parole, il capitale si serve del lavoro riproduttivo e di cura delle donne per ingrossare la forza-lavoro, ma non lo riconosce e cerca di non pagarlo. Oggi, secondo le femministe per il 99%, tutte le contraddizioni del capitalismo sono in ebollizione ed è arrivato il momento di dare una risposta radicale mirata a cambiare l’ordine socioeconomico in cui viviamo. La nuova fase della lotta di classe diventa così femminista, transnazionale, antirazzista e intersezionale. Non siamo sicuri che la risposta del femminismo per il 99% sia possibile e realizzabile, ma ci conferisce sicuramente un’alternativa valida al femminismo neoliberista, elitario e strumentale al capitalismo. Riprendendo i dati delle opinioni inglesi di oggi, le donne guardano al loro domani come un futuro prospero, in cui la strada per la parità è già segnata. Di contro, gli uomini pensano in ottica distopica che le donne vivranno peggio. Per quanto riguarda invece la realizzazione della felicità per uomini e donne si compie in modi diversi. Secondo i dati della London School of Economics le donne felici sono infatti in maggioranza single e senza figli, mentre per gli uomini continua ad essere vantaggioso il matrimonio. La statistica mostra inoltre che le donne single sono in netta crescita (Morgan Stanley). Si stima che entro il 2030 circa il 45 % delle lavoratrici dai 25 ai 45 anni saranno single.


In sostanza, mentre le donne saranno sempre più coinvolte nel mercato del lavoro, la nuova generazione non vuole più sposarsi né fare figli. Sta quindi finendo la vita romantica così come l’abbiamo conosciuta, fondata sulla famiglia e sul matrimonio e stiamo già vivendo una trasformazione della società in senso femminista. Mentre la società dal basso sta cambiando, lo scenario politico italiano ci offre un interessante spunto di riflessione rispetto ai modelli del femminile che ci vengono offerti. Da un lato, Giorgia Meloni a capo del partito Fratelli d’Italia è la prima premier donna italiana; vuole farsi chiamare IL Presidente e dice di sé stessa di aver “rotto il tetto di cristallo”, saccheggiando la terminologia del femminismo neoliberista. L’opposizione vede invece a capo la Segretaria del Pd Elly Schlein, che incarna un modello apparentemente opposto di femminilità. Se Giorgia Meloni non può essere considerata femminista ma sostiene invece un modello di femminilità prodotto dalla cultura patriarcale, Elly Schlein basa la sua propaganda politica sui diritti di genere, rendendo pubblica la sua relazione con una donna. Alla celebre formula diventata un tormentone  “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana” risponde Elly Schlein: «Sono una donna. Amo un’altra donna e non sono una madre, ma non per questo sono meno donna». Questi due modelli ci spingono a riflettere sulle categorie di femminismo neoliberista e di femminismo per il 99%.


La retorica populista delle due donne politiche si trova praticamente in netta opposizione: l’una conservatrice incarnata dalla Madre d’Italia, l’altra progressista che vede a capo la “papessa straniera”. A discapito però della propaganda ed entrando nel vivo della questione femminista, entrambe si posizionano in linea con il modello del femminismo neoliberale che si concretizza nell’inserimento delle donne all’interno delle istituzioni di potere. La controprova che il femminismo per il 99 % debba essere una rivoluzione radicale che può avvenire solo dall’unione dal basso da parte si delle donne, ma anche da tutti gli oppressi dal sistema capitalista, realizzando così una trasformazione in senso femminista, transnazionale, antirazzista e intersezionale della società.

 







Sitografia

 

Bibliografia

Friedan B. (2012), la Mistica della Femminilità: Castelvecchi

Longoni G. (2021), Femminismo contemporaneo tra neoliberismo e alternativa del 99 %: Politica & Società

Rottenberg C. (2018), The Rise of Neoliberal Feminism: Heretical Thought

Sandberg S. (2015), Lean in: Women, Work, and the Will to Lead: WH Allen

 Arruzza C., Bhattacharya T., Fraser N. (2019), Femminismo per il 99%. Un manifesto: Tempi nuovi






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