Come (non) funziona la scuola oggi
- Koinè Journal

- Jul 12
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di Caterina Amaolo.
Il problema della scuola è che - spesso o quasi sempre - a parlare di scuola sono persone che in una scuola non ci hanno mai lavorato.
Inizio con una prefazione ex abrupto per dare inizio ad un articolo in cui chi scrive appartiene a quella categoria di persone che nella scuola ci lavora e che, nonostante ciò, non crede comunque di conoscere ogni angolo dello scibile umano. Tuttavia, a chi scrive preme molto sottolineare una questione che rende l'insegnamento - il tema di questo articolo - un mestiere differente rispetto agli altri prima di tutto per una questione: tutti possono, oggi, metterci bocca. Mi riferisco alla politica a qualsiasi grado di pertinenza, mi riferisco ai genitori di figli che la scuola la frequentano o ai genitori di figli che l’hanno frequentata, mi riferisco a persone che svolgono un altro lavoro e che hanno una formazione differente e non pertinente rispetto all’istituzione scolastica e al suo funzionamento. Spesso o quasi sempre questi interventi si pongono in maniera polemica rispetto all’istituzione scolastica stessa, al suo funzionamento e a chi ci lavora. Lungi da me una laudatio indefessa della scuola italiana che, come tutte le altre, ha di certo qualcosa che non funziona e su cui è necessario disquisire; tuttavia, intendo sottolineare che questa diffusa mancanza di rispetto per le competenze altrui, caratterizza in modo particolare questo settore lavorativo piuttosto che altri.
Nessuna persona non scolarizzata si permetterebbe di contraddire gli obiettivi degli esperimenti scientifici condotti da NASA, nessuna persona che per formazione non ha nessuna competenza di tipo economico si permetterebbe di mettere in discussione l’operato di un commercialista; ebene l’istituzione scolastica e chi ci lavora godono, in questo senso, di uno status di eccezionalità. E’ chiaro che questo è un ragionamento che procede per assurdo. Ne è altrettanto chiaro, d’altro canto, l’intento: quello dell’insegnante è l’unico (forse, concedo il beneficio del dubbio) mestiere su cui tutti possono esprimere il loro parere pur non avendo alcuna competenza per farlo.
Rispetto della professione: una questione di riconoscimento sociale
Se un tempo il lavoro dell’insegnante - inteso a qualsiasi grado dell’istituzione scolastica - era considerato comunemente illustre e rinomato, oggi i docenti godono di una scarsissima considerazione sociale. Non voglio cadere nel luogo comune opposto, ovvero rimarcare l’immagine dell'insegnante che plasma gli uomini del futuro; luogo comune utile talvolta a sottolineare il senso di inferiorità stesso dell’insegnamento all’interno delle dinamiche sociali odierne. Tuttavia, è un dato di fatto che fino agli anni ‘70 la figura dell’insegnante godeva di un elevato prestigio sociale e morale. Considerato un intellettuale di riferimento nella comunità e un'autorità indiscussa, il docente esercitava il proprio ruolo con grande formalità, beneficiando di un rispetto incondizionato da parte delle famiglie. Storicamente la retribuzione e lo status garantivano una solida posizione nella classe media. Negli ultimi decenni, l'erosione del potere d'acquisto e una minore valorizzazione della carriera hanno portato a un progressivo declassamento percepito della figura.
La rappresentazione che spesso viene fatta della scuola in Italia attesta che è fatta in gran parte di buoni insegnanti la cui bravura viene spesso azzerata nel mare magnum di una organizzazione burocratica centralizzata e antiquata. Io sono più pessimista. Le follie della gestione totalmente burocratica e centralizzata della scuola sono in tutta evidenza. Ma esse si sommano a problemi profondi che riguardano proprio il corpo insegnante, e anche la sua collocazione nel contesto sociale. Il concetto di status sociale è spesso ambiguo, ma anche inevitabile.
Ogni professione, in ogni società, è svolta entro un contesto di tradizioni, gradi di libertà, rapporti formali e informali, vincoli. Un insieme di considerazioni che si sommano esattamente in quelle due parole ambigue ed inevitabili. Mi sono chiesta perché lo status sociale degli insegnanti viene in ultima posizione rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Lo stesso vale anche per lo status sociale che si auto-attribuiscono gli stessi insegnanti.
Una ricerca condotta dalla Varkey Foundation in collaborazione con l’università del Sussex mostra dei dati degni di rilevanza a questo proposito : lo status sociale degli insegnanti italiani si colloca ad un livello molto più basso rispetto a quello di quasi tutti i 35 Paesi presi in esame. L’indice relativo agli insegnanti italiani si colloca ad un bassissimo livello 14, seccamente meno della metà. Se, come forse è opportuno, non si vuol dare un significato eccessivo al valore assoluto del punteggio, ma si vuol fare riferimento solo al posizionamento relativo di ogni Paese nella graduatoria, il posizionamento dell’Italia è comunque al penultimo posto della classifica. Inoltre, in gran parte dei Paesi in cui lo status sociale dell’insegnante percepito dalla popolazione è elevato gli insegnanti si auto-attribuiscono uno status sociale uguale o ancor più elevato. in Italia si registra uno status sociale autostimato dagli insegnanti quasi identico a quello che viene attribuito dalla popolazione del Paese. In tutti gli altri Paesi il livello di status sociale autostimato dagli insegnanti è minore (talvolta di molto, vedi Stati Uniti, Portogallo, Spagna ed Ungheria) rispetto al livello di status sociale attribuito agli insegnanti dalla popolazione. Uno degli elementi sui quali si basa la costruzione dell’indice di status sociale dell’insegnante è particolarmente significativo. Esso riguarda il livello di rispetto che, secondo le persone intervistate in ogni Paese, gli alunni hanno nei riguardi dei loro insegnanti.
Questi dati mostrano chiaramente quanto il rispetto che da parte degli alunni nei confronti dell’insegnante sia legato allo status sociale che, più in generale, la società riconosce alla professione stessa dell’insegnante. E’ chiaro che, in un mondo capitalistico, lo status sociale sia guadagno- dipendente e che, per questo stesso motivo, il lavoro dell'insegnante sia quasi del tutto posto al margine del campo delle professioni desiderabili e, dunque, rispettabili.
Come si diventa insegnanti oggi
Ho dato avvio a queste pagine lamentando che, spesso, chi legifera o pontifica sull'istruzione, manca di esperienza diretta sul campo. Questo, da un parte, genera un profondo scollamento tra le decisioni prese "dall'alto" e la realtà quotidiana di aule, studenti e personale docente; dall’altra provoca un irrigidimento del docente stesso che si vede criticato nelle sue competenze lavorative da chi non ne ha o da chi ne possiede ma in settori ben differenti.
Diventare insegnante oggi è difficile, come succede in gran parte dei settori lavorativi in cui la richiesta di personale è in decrescita. Tuttavia, diventare insegnante oggi è difficile anche perché la politica, non sapendo governare questa crisi, rende questa professione un inferno di contraddizioni. Non entrerò nel merito di come funziona il meccanismo attraverso cui gli insegnanti vengono “reclutati” perché è difficile a spiegarsi a causa della sua complicatezza e inestricabilità tanto che sarebbe in ogni caso di difficile comprensione per orecchie non avvezze. Ciò che risulta rilevante, però, è il fatto che il percorso per diventare insegnante successivo agli studi universitari, poggia su un numero infinito di contraddizioni e ingiustizie. Sul podio, tra le tante, quella secondo cui il governo chiede a dei lavoratori precari di pagarsi in autonomia dei percorsi abilitanti (dal costo tutt’altro che irrisorio) da svolgersi successivamente alla laurea magistrale. Volendo glissare sul perché dovrebbe essere richiesta ulteriore formazione obbligatoria dopo un percorso di studi totalmente compiuto, resta lo smacco per una professione che, essendo già difficile da svolgere, viene continuamente resa complicata da chi, invece, dovrebbe garantirla e onorarla.
A questo si aggiunga che diventare docente di ruolo - cioè con un contratto a tempo indeterminato - è necessario superare un concorso bandito senza alcuna regolarità nel corso degli anni e disciplinato da regole di volta in volta differenti, a seconda dell’avvicendarsi dell’uno o dell’altra parte politica al governo. Governi che, talvolta, non riescono a garantire un contratto di lavoro neppure ai sopravvissuti che, un po’ per fortuna e un po’ per competenza, questi concorsi li vincono rientrando nella manciata di posti disponibili in questa scalata dell’Everest che è il sistema scolastico odierno.
Post scriptum
In queste pagine mi è capitato molte volte di dire io; l’ho fatto tenendo sempre a mente che l’obiettivo a cui tendere sia sempre un quantum di oggettività che caratterizza l’habitus morale del lavoro giornalistico. L’ho fatto, poi, per confutare delle opinioni diffuse che, spesso, costituiscono un’unica storia. Perché raccontare un’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti: trasformano la storia in un’unica storia.
SITOGRAFIA
In riferimento alla ricerca menzionata, si veda: https://www.varkeyfoundation.org/global-teacher-status
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