Anche quest'anno i giovani non hanno voglia di lavorare
- Koinè Journal

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di Luca Simone.
Qualche giorno fa sono stati diffusi i dati del Rendiconto Sociale INPS. Neanche a farlo apposta si tratta di numeri impietosi, soprattutto per quanto riguarda l’emigrazione. Nel 2024, l’anno preso in esame dallo studio, sono ben 141.056 le persone che hanno scelto di abbandonare l’Italia, il valore in assoluto più alto degli ultimi dieci anni. A darsela a gambe da un Paese che, evidentemente, non li vuole sono soprattutto i giovani in possesso di un titolo di studio avanzato. Ogni anno, secondo il portale AlmaLaurea, circa 7.800 neolaureati scelgono di andare all’estero, e soltanto uno su sei entro i cinque anni riesce a tornare in Italia. Le cause sono, ovviamente, molteplici, ma la prima riguarda soprattutto il mercato del lavoro. Per i profili cosiddetti “overqualified” (ovvero chi è in possesso di una laurea magistrale e di specializzazioni post lauream) l’estero rappresenta un mercato drammaticamente più attraente in cui mettere a punto le proprie conoscenze. Conoscenze che, ovviamente, vanno a creare un impatto positivo al Paese ospitante, in quanto aumentano il proprio potenziale di ricerca e innovazione in qualsiasi campo, da quello umanistico a quello scientifico. Secondo le rilevazioni INPS, in Italia, lo stipendio medio ad un anno dalla laurea è di circa 1452 euro (quando va bene) a fronte dei 2290 percepiti all’estero (quasi il 50% in più), e dopo cinque anni il differenziale è ancora maggiore, perché a fronte dei 1840 euro offerti dall’Italia, l’estero ne offre 2940 (+57%).
Era importante fare una premessa numerica, per spostarci poi sulla vera carne viva del discorso. Come ogni estate, sui giornali si è consumato un profluvio di lamentele da parte di sedicenti imprenditori turistici, tutti scandalizzati dal fatto che “i giovani” (questa categoria mitologica) non abbiano più voglia di andare a lavorare nelle loro meravigliose attività. Un discorso che, con tutta franchezza, dovrebbe strappare un commento di approvazione solo a qualche ultracinquantenne affezionato ai bei tempi in cui c’era ancora la giornata lavorativa di dodici ore.
Il settore turistico in Italia, che ci viene raccontato come “trainante”, stando alle rilevazioni ufficiali ISTAT vale a malapena il 6% del PIL, un dato ridicolo se paragonato ad altri settori realmente impattanti per l’economia nazionale. Andando a guardare più nel dettaglio le rilevazioni, si scopre che a causa della enorme diffusione nel settore di piccole imprese a gestione familiare, è impensabile immaginarsi una reale ascesa economica del settore, che al Paese restituirebbe meno di quello che riceve anche se nei prossimi 5 anni dovesse aumentare il proprio volume d’affari. Secondo le proiezioni ipotetiche di Banca d’Italia, infatti, se il settore turistico aumentasse del 10% il proprio indotto, questo si tradurrebbe in un aumento tra lo 0,2% e lo 0,3% del PIL. Sostanzialmente il nulla cosmico.
Nonostante ciò, però, le coccole ricevute da più parti (vedasi la ridicola vicenda Bolkenstein, che forse entro il 2027 vedrà una risoluzione) hanno reso gli esercenti straordinariamente potenti a livello mediatico, tanto da poter indirizzare una narrazione tossica contro i lavoratori e le lavoratrici del settore che si trovano ogni anno a dover accettare condizioni di lavoro a dir poco pietose senza alcuna possibilità di miglioramento.
A dimostrazione di ciò basterebbe semplicemente farsi un giro su internet per leggere le varie inchieste pubblicate sul tema, che raccontano una realtà che al di sotto dei lustrini nasconde turni massacranti, paghe da fame, assenza di contratti e prestazioni che non prevedono neanche la concessione del giorno libero. Nel corso degli anni io stesso mi sono trovato più volte ad affrontare il tema, dapprima fingendomi un giovane in cerca di lavoro e poi intervistando vari lavoratori e lavoratrici che hanno raccontato storie al limite del surreale. Questa, ad esempio, è solo una delle decine di migliaia che potete trovare in rete, tutte legate da un unico triste filo rosso, quello dello sfruttamento.
“Io ho fatto varie stagioni in un campeggio. Condizioni di lavoro inaccettabili e senza alcun contratto. Quello che posso dire è che forse sarebbe ora di smetterla di ascoltare i balneari che si lamentano perché non trovano più gente da sfruttare. Sicuramente non si può e non si deve pensare che l’intera categoria sia responsabile, ma serve una seria presa di coscienza che questa pratica esiste e va combattuta. Andrebbe ripensato il modello di turismo, cercando di bilanciare l’offerta dei servizi con i costi, di modo da redistribuire meglio gli introiti. Anche gli stessi turisti devono essere sensibilizzati, facendogli capire che dietro a un prezzo eccessivamente basso o dietro ad una sovrabbondanza di servizi, potrebbe esserci qualcosa che non quadra.”
Parole che da sole bastano a smontare questa bolla di tossicità che da troppo tempo aleggia nel discorso pubblico. Una bolla che andrebbe combattuta in primis sensibilizzando i turisti stessi che, davanti ad offerte straordinariamente vantaggiose, forse dovrebbero iniziare a farsi due domande. In secundis, poi, andrebbero rafforzate le tutele legali per i lavoratori e le lavoratrici del settore, garantendogli un giusto compenso e contratti equi, mettendo fine a questo sfruttamento francamente ridicolo e fuori dal tempo. Se quarant’anni fa non si sapeva fare di meglio, oggi i tempi sono (per fortuna) cambiati, e delle vostre attività, possiamo dirlo a testa alta, non ce ne frega nulla. Se i giovani li pagate, lavoreranno, se non li pagate, potete chiudere i battenti.
Non piange il PIL, non piange Banca d’Italia e, sicuramente, non piange chi viene sfruttato per 3 euro all’ora.
Image Copyright: DinamoPress




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