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  • Koinè Journal

Comprendere l'altro. Tra contraddizioni e bisogni


di Gabriele Padula.


Comprendere un altro essere umano non è cosa facile.

Prima di tutto per l’assoluta incapacità intrinseca alla cognizione umana di saper cogliere il tutto, poi anche per l’indisponibilità di tutte le informazioni e i dati concernenti un dato fenomeno umano.


Poniamo, ad esempio, di trovarci come consulenti psichiatrici in un pronto soccorso di un ospedale e che siamo chiamati a valutare lo stato mentale di una donna che, visibilmente agitata, dice di esser stata terrorizzata da sconosciuti entrati furtivamente ieri in casa propria, come altre volte accaduto in passato. In questa occasione i limiti della comprensibilità su esposti si fanno immediatamente manifesti: non sappiamo la veridicità di quanto raccontato dalla signora, né conosciamo i dettagli dell’evento. Abbiamo a disposizione lo spaccato biografico fornitoci che non può che essere parziale in quanto “spaccato biografico” e sicuramente influenzato dal contesto del pronto soccorso con le sue implicazioni: poco tempo a disposizione e la fisionomia di un incontro, in questo frangente di tempo, tra due persone, nell’ottica del rapporto medico-paziente. Chiaramente, a mio modo di vedere, questo si verifica in ogni tipo di incontro umano, poiché la storia di vita di un soggetto è disponibile, nelle sue articolazioni e accadimenti, solo al soggetto stesso, almeno potenzialmente, visto che non si presenta completa neanche nell’atto di raccontarsi a se stessi (quante azioni apparentemente inspiegabili compiamo? Quanti eventi del nostro passato abbiamo dimenticato?).


Comunque, durante la valutazione dello stato mentale della donna, ci sono venute in mente due immagini: una di una paziente che abbiamo visto in passato con schizofrenia paranoide, l’altra, che è più una sensazione, di un’esplosione di angoscia e paura in una aridità e desertificazione degli affetti e, in più, un bisogno di accudimento che si insinua nelle nostre inclinazioni per la donna che abbiamo di fronte. È chiaro che queste nostre immagini e risonanze affettive sono delle modalità “immediate”, quasi intuitive, di comprensione, che vanno interrogate e contestualizzate anche in una comprensione più analitica e “mediata” (es. diagnosi medica), basata su altri parametri, ma di cui non si può non tener conto nel tentativo di conoscere l’altro. La comprensione dell’Altro (e anche di noi stessi), mediata o immediata che sia, determina poi in modo importante il nostro agire quotidiano, ordinario e straordinario: nel caso specifico della donna valutata in pronto soccorso dell’esempio precedente, in base alla nostra comprensione di lei, si può consigliare una terapia psicofarmacologica o un ricovero o una presa in carico ambulatoriale o niente di tutto questo.


Succede, nella vita di tutti i giorni, di incontrare persone sconosciute (ad esempio in alcuni contesti conviviali con “amici di amici”) verso cui si ha una certa diffidenza maggiore rispetto ad altri sconosciuti oppure persone con cui non ci si sente propriamente se stessi e si risponde, ad esempio, in modo più irritabile. Capire se questo accade, secondo le nostre risonanze intuitive, per fattori nostri personali o in risposta a comportamenti altrui, o comunque capire in che modo questi due aspetti interagiscono, è difficile e non sempre possibile. Anche l’"Altro", poi, che in quel momento si trova in relazione con noi prova le stesse sensazioni interiori che si declinano, però, nella sua specificità situazionale (la sua reazione alla nostra personalità e ai nostri comportamenti) e di personalità. Da tutto questo ne consegue che la comprensione di sé e quella dell’altro sono in stretta relazione e si co-determinano: quanto la paura dell’incursione dell’Altro, trafugatore ed estraneo, che la signora in pronto soccorso ci ha raccontato, ci ricorda la nostra sensazione e paura di esser privati di alcuni nostri aspetti profondi e fragili da altre persone-altre-da-noi? Quanto quell’immagine di aridità ricorda il nostro contenere i nostri affetti come guscio protettivo da noi stessi e dal giudizio altrui?


Queste riflessioni gettano luce sulla natura ambivalente dell’essere umano: che le emozioni, i comportamenti, le azioni siano tanto necessità di affermarsi nel mondo come essere attivo, di definirsi nella propria autonomia, quanto necessità di offrire un’immagine di sé all’Altro e bisogno della sua attenzione, della sua partecipazione nel nostro essere, in modo più o meno diretto. Mi viene in mente un passo di un bellissimo romanzo di Virginia Woolf, “Le onde”, in cui uno dei protagonisti, cresciuto e sul punto di creare una sua famiglia, riflettendo sul suo modo d’essere, afferma “[…] Ma i soliloqui nei vicoli perdono presto il loro sapore. Ho bisogno di un pubblico. È qui che crollo. Qui si smussa il taglio della frase definitiva che alla fine non si forma affatto. Non so sedermi in un sordido ristorantino e ordinare lo stesso bicchiere giorno dopo giorno e impregnarmi completamente di un solo fluido-la vita. Confeziono una frase e poi corro in qualche stanza arredata dove la frase verrà illuminata da dozzine di candele. Ho bisogno di sentirmi degli occhi addosso per tirare per tirare fuori fronzoli e gale. Per essere me stesso (noto) ho bisogno di luce che viene dagli occhi altrui, e perciò non sono affatto sicuro di chi sono veramente […]”.


Insomma, comprendere è difficile, contraddittorio, talvolta destabilizzante, ma è una capacità umana che va coltivata con un continuo esercizio empatico, verso sé e verso gli altri, con le nostre somiglianze e le nostre differenze, le nostre intuizioni ed immagini. Frequentare l’Altro, con i nostri tempi e i nostri spazi, le nostre insicurezze e i nostri punti di forza, le nostre sfide e l’inerzia, negli amici, nel lavoro, nelle situazioni di vita, nella letteratura e nella poesia, nella filosofia e nella scienza, in noi stessi, è connaturato all’uomo, è base della sua vitalità e della sua essenza. Scriveva Hölderlin: “[…] Da quando siamo colloquio e capaci di intesa, grande cognizione l’uomo ha avuto; presto però saremo canto. E l’immagine del tempo dispiegata dal grande spirito come segno sta innanzi a noi e così tra lui e gli altri, un legame suo sussiste con le alte forze. Non solo lui, i non nati, eterni.

Tutti ne recano il segno, così come le piante, la madre terra, la luce e l’aria vi si identificano. Infine dunque, sacre potenze è per voi. Il segno d’amore, la testimonianza che tutt’ora esistete, il giorno di festa”.





Bibliografia

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- Scharfetter, C. (2018). Psicopatologia generale. Roma: Giovanni Fioriti Editore

- Schneider, K. (2004). Psicopatologia clinica. Roma: Giovanni Fioriti Editore

- Semi, A. A. (1985). Tecnica del colloquio. Milano: Raffaello Cortina Editore

- Stanghellini, G. Mancini, M. (2018). Mondi Psicopatologici. Milano: Edra

- Watzlawick, P. Helmick Beavin, J. Jackson, D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi. Roma: Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore

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