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  • Writer's pictureKoinè Journal

Il diritto all'aborto: cosa c'è da sapere


di Elisa Bacalini.


«Le donne si presentavano dopo la mezzanotte, uscivano di casa con il buio, quando nessuno poteva vederle: arrivavano in ospedale con ferite gravissime, lacerazioni, emorragie, infezioni, accadeva ogni sera, ormai eravamo preparati: quelle donne, a volte quelle ragazzine, erano le reduci di aborti clandestini avvenuti chissà dove e con chissà quali mezzi, facevamo il possibile per aiutarle, alcune si salvavano ma altre morivano, e molte restavano lesionate per sempre».


Il ginecologo Carlo Flamingni ha così descritto la situazione italiana prima dell'approvazione della legge 194/78, che depenalizzerà e regolamenterà l’interruzione volontaria di gravidanza e che consentirà alle donne di abortire all’interno di una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza).

Prima di allora, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, punito in base al Codice Rocco del 1930 come «delitto contro l’integrità della stirpe». Scrive il codice penale italiano (1930): “La donna che si procura l'aborto è punita con la reclusione da uno a quattro anni”. Nonostante lo stigma, le complicazioni ed il dolore, tuttavia, all'epoca si abortiva lo stesso.


La legge che oggi disciplina l’aborto cominciò a prendere vita nel 1976. La prima volta fu approvata dalla Camera ma bocciata al Senato. La volta seguente, nel 1978, la legge andò in porto e fu approvata definitivamente. Come mostrò l’esito del voto, la società era ancora spaccata sul tema e solo sei giorni dopo Papa Paolo VI condannò il provvedimento pubblicamente. Tre anni più tardi gli italiani vennero poi chiamati a pronunciarsi sulle istanze di chi voleva abrogarla tout court e chi voleva riscriverla con l’obiettivo di espanderla. Entrambe le proposte vennero bocciate.


Tale legge non è esente da criticità: prima fra tutte è possibile menzionare la questione dell'obiezione di coscienza (articolo 9), definita da Treccani come il “rifiuto di sottostare a una norma dell’ordinamento giuridico (in questo caso di praticare interventi di Ivg) perché in contrasto inconciliabile con un’altra legge fondamentale della vita umana, così come percepita dalla coscienza.

Inoltre in Italia, le interruzioni volontarie di gravidanza possono essere eseguite solo da medici specialisti in ostetricia e ginecologia, mentre in altri Paesi possono essere effettuate anche dai medici di famiglia e, in determinate circostanze, anche dal personale non medico: il personale a disposizione di questa pratica risulta limitato e problematico, in relazione con l'elevato tasso di obiettori di coscienza.


Nel microcosmo marchigiano i dati parlano chiaro, il numero di obiettori è in continuo aumento: "Non c'è più tempo – spiega Marta Manca, attivista di NUDM Marche – è assolutamente urgente puntare l'attenzione sull'emergenza strutturale sanitaria. Le Marche hanno raggiunto in soli due anni l'81% di obiettori, è un numero spaventoso”. Lordeana Longhin, segretaria regionale CGIL Marche, afferma che il tasso di abortività sia del 4,5%, inferiore rispetto a quello nazionale, e che spinga le donne ad andare fuori regione per effettuare l'Ivg. Nel 2020, gli obiettori di coscienza rappresentano il 70% dei ginecologi, il 42,6% degli anestesisti e il 22,5% del personale non medico. Dunque, la percentuale di medici obiettori nelle Marche cresce rispetto al 2019 e supera quella media nazionale (64,6%). Si registra una ripresa dei consultori pubblici, ma "una donna su dieci si reca fuori Regione per una Ivg - rimarca Loredana Longhin - e l'aborto farmacologico ha percentuali inferiori rispetto alle altre Regioni". La 194 del 1978 "è una legge di civiltà. La Cgil si opporrà sempre al modello conservatore che questa Giunta sta cercando di imporre, e rivendicherà sempre il diritto sociale della maternità e il diritto alla salute delle donne" conclude Longhin.


Così, per sensibilizzare e lottare per un aborto sicuro, il corteo transfemminista di Non una di meno è sceso in piazza il 6 maggio 2023, ad Ancona;"Liber3 di decidere per i nostri corpi", recitano le scritte che campeggiano sui manifesti della manifestazione.

Cosa riserverà il futuro ad una legge tanto desiderata, ma che ha incontrato, e sta incontrando, una così violenta opposizione?


Amaro il pessimismo che scaturisce dai dati odierni: già nel gennaio di questo anno il senatore di Fratelli d’Italia Menia aveva proposto di dare diritti giuridici all’embrione fin dal momento del concepimento. Per non parlare delle indagini sul tasso di obiettori di coscienza nella sanità italiana, che acuisce il disagio di donne che non si sentono rispettate e aiutate.

D’altra parte, però, si nota un’inedita consapevolezza nelle nuove generazioni, che abbraccia quegli ideali femministi che hanno portato alla nascita della legge, in piena lotta con un regime che utilizza la religione per limitare la libertà, in questo caso ancora una volta delle donne. Le sentite manifestazioni in piazza, il dibattito sul patriarcato, così nocivo per tutt3, ma soprattutto, una rivalutazione del corpo come espressione del proprio essere, e non più legato ai costrutti dell’apparire o del ruolo sociale che dobbiamo adempiere (di donna, di padre, di persona nata biologicamente in un determinato sesso).


In uno Stato laico è necessario scindere credo religioso dalle scelte di vita di ognuno, anche se in conflitto con i propri ideali, ma soprattutto non prenderlo come giustificazione per inibire donne che hanno combattuto per acquisire il potere, non ancora pieno, del proprio corpo.

“Liber3” è la parola che campeggia sugli striscioni delle sorelle che si battono per questi ideali, gli ideali di tutt3 noi. Un auspicio, ma anche una presa di posizione di potere forte, che pretende di smuovere i piani alti e tutti coloro che non consentono di far valere i nostri diritti.





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