Israele ha distrutto sé stesso, e forse non si riprenderà mai più


di Luca Simone.
Sono passati ormai 3 anni da quel sanguinoso 7 ottobre 2023, quando i terroristi di Hamas lanciarono il loro feroce attacco che costò la vita 1200 persone, di cui 859 civili. Nulla, da quel giorno, è più stato lo stesso in Medio Oriente, e mai più lo sarà. Poche ore dopo l’attacco, Netanyahu ha scatenato la sua rappresaglia asimmetrica (in corso ancora oggi), radendo al suolo la striscia di Gaza, invadendo Cisgiordania, Siria e Libano, attaccando assieme al compagno di merende Trump l’Iran, e lasciando mano libera alle insopportabili violenze dei coloni. Attacchi sconsiderati che sono costati la vita a circa 100mila civili, la maggior parte dei quali donne e bambini, massacrati dai bombardamenti, dai droni, dalle fucilate e dall’odio etnico che ormai invade il Paese, e ne condanna l’anima davanti agli occhi del mondo.
Un mondo che, con lentezza, si sta sempre più scollando da uno Stato che, per oltre 80 anni ha occupato territori non suoi e terrorizzato con gli eserciti e l’apartheid i palestinesi e i popoli vicini, ma che mai (o quasi mai) aveva raggiunto picchi di così grande disumanità. Una disumanità ormai pienamente condannata in lungo e in largo, da Paesi insospettabili come Francia e Inghilterra, che all’inaugurazione dei lavori delle Nazioni Unite hanno disintegrato l’operato di Netanyahu e del suo governo di fascisti, razzisti e assassini. Un governo che, ormai, da quasi due anni è accusato di crimini contro l’umanità e contro il quale pende il cappio del genocidio. Un’accusa che non è liquidabile come frutto del delirio di qualche propal, ma è il risultato del lavoro di infinite commissioni indipendenti e plurinazionali, tra cui quella delle Nazioni Unite.
Un’accusa che ha scatenato le ire del mondo liberale filosionista, che storce il naso davanti ad una parola andrebbe cristallizzata (secondo molti, troppi) in un determinato periodo storico e mai più riutilizzata per paura di farle prendere troppa aria. Anche il sottoscritto, lo ammetto, ha avuto difficoltà ad utilizzarla, memore di ciò che ha significato lo sterminio nazifascista e della sua irripetibilità. Una irripetibilità che, purtroppo, non è più un concetto attuale. Una irripetibilità cancellata dai bombardamenti scientifici deglii ospedali, dalle deportazioni di massa, dai bambini presi di mira dai cecchini, dal massacro dei giornalisti e degli operatori sanitari, dal divieto di lasciar entrare cibo e medicinali in una terra devastata, dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale per scegliere asetticamente gli obiettivi da eliminare. Una irripetibilità che, ormai, vale solo nella testa di chi vuole negare a tutti i costi, “accontentandosi” di chiamarli “solo” crimini di guerra.
È in questo scenario che un Paese sempre più schiavo del suo odio e della sua sete di sangue si appresta ad andare a votare. Un voto che sarà decisivo per le sorti del suo carnefice, il caro “Bibi”, e che chiarirà la reale potenza dell'ala ultrasionista e fascista guidata da Ben Gvir e Smotrich, due personaggi con idee perfettamente compatibili con quelle di un qualsiasi leader di Hamas, l’unica differenza sta nella religione dei civili che vorrebbero ammazzare. Un Paese che, ormai, agli occhi del mondo risulta ridicolo nella sua insensatezza, soprattutto dopo le rivelazioni di Ha’Aretz sul possibile coinvolgimento di Netanyahu nel mancato allarme sugli attentati del 7 ottobre.
Un Paese che, per colpa del suo governo, sottopone i propri cittadini al rischio incalcolabile del ritorno di quel tumore tutto europeo chiamato antisemitismo. Un pericolo reale che, però, è bene chiarirlo da subito, non può essere certo combattuto a colpi di decreti legge liberticidi come vorrebbe fare Meloni, purtroppo debitamente seguita anche da qualcuno a sinistra. Un pericolo la cui responsabilità non può non essere fatta ricadere sul governo israeliano e sul suo scellerato progetto omicida. Un pericolo che indubbiamente e senza tentennamenti va ricacciato indietro, ma che ha dei responsabili che hanno un nome e un cognome.
Così come ha un nome e un cognome quello che accade a Gaza, ed è genocidio.
Ormai 16 anni fa, il 14 giugno del 2010, l’ex Primo Ministro inglese David Cameron, chiamato a parlare alla Camera dei Comuni in merito all’esito della nuova inchiesta sui fatti di Derry del 1972, passati alla storia come “Bloody Sunday”, pronunciò un discorso passato alla storia. Un discorso in cui, di fronte all’evidenza dei fatti, rinunciò a difendere per partito preso e per patriottismo le azioni dell’esercito inglese, dando una lezione non solo morale, ma anche di dignità che, forse, a Tel Aviv qualcuno dovrebbe valutare di seguire. Un discorso che vale la pena di rileggere, per vedere come dovrebbe agire un governo di fronte ai propri imperdonabili errori.
“Mr Speaker, I am deeply patriotic. I never want to believe anything bad about our country. I never want to call into question the behaviour of our soldiers and our army, who I believe to be the finest in the world.
And I have seen for myself the very difficult and dangerous circumstances in which we ask our soldiers to serve.
But the conclusions of this report are absolutely clear. There is no doubt, there is nothing equivocal, there are no ambiguities. What happened on Bloody Sunday was both unjustified and unjustifiable. It was wrong.”
In conclusione, poi, in mezzo al silenzio tombale dei suoi colleghi, pronunciò una delle frasi che hanno aiutato a costruire un possibile, e insperato, futuro di pace:
“The government is ultimately responsible for the conduct of the armed forces and for that, on behalf of the government, indeed, on behalf of our country, I am deeply sorry.”
Parole che da Netnayahu e dai suoi compari assassini non sentiremo mai, privi come sono di morale e dignità.
La triste verità, dunque, è che Israele ha distrutto sé stesso, e probabilmente non sarà mai più in grado di riprendersi. Perché il mondo non dimenticherà il sangue innocente versato.
E non dimenticherà chi, schiumando d’odio, lo ha giustificato e coperto.
Ma questa, per certi (complessi) aspetti, non è affatto una buona notizia.
Image Copyright: The Australian




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