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L'impatto non calcolato del virus: l'infodemia e il suo peso sociale

Updated: Mar 21


Copyright: National Geographic/Gabriele Galimberti

di Cecilia Pugliese.


"Bergamo, non c’è più posto: 70 mezzi militari portano le salme fuori regione” (La Repubblica)

“Coronavirus, la seconda ondata contagia un numero di italiani otto volte superiore alla prima” (Il sole 24 ore)

Questi sono solo alcuni dei titoli che maggiormente hanno scosso l’Italia e che hanno accompagnato la profonda crisi sanitaria, economica e sociale che tutto il mondo si è trovato ad affrontare. Che implicazioni ha questa tempesta di informazioni sulla nostra vita e sulla nostra salute?

Nel dicembre 2019 sono stati riportati i primi casi di Covid a Wuhan in Cina e poche settimane dopo questa infezione ha attirato l’attenzione mediatica di tutto il mondo per la sua rapida diffusione e pericolosità. L’8 marzo 2020 il governo italiano ha dichiarato il blocco totale del paese e i cittadini, come in molti altri stati del mondo, hanno così iniziato il periodo di isolamento protrattosi fino a maggio. Sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, qualunque testata giornalistica, notiziario, social network, programma televisivo è stata monopolizzata da notizie relative alla pandemia, gettando le basi di un fenomeno che sarebbe ben presto sfociato in una psicosi collettiva. I fatti di cronaca riecheggiavano ad un ritmo martellante nelle case italiane, amplificati da una retorica allarmista. Il ruolo dell’informazione, in un contesto come quello che stiamo vivendo, è estremamente delicato. Il cittadino pervaso dalla paura dell’ignoto diventa estremamente debole e vulnerabile e si affida alle notizie, utilizzandole come strumento per interpretare la realtà. Le informazioni relative al Covid-19 hanno generato insicurezza e in alcuni casi sfiducia nei confronti delle verità oggettive della scienza.

Proprio per l’enorme importanza che l’informazione riveste nei confronti della popolazione, il direttore generale dell’OMS ha dichiarato che tutto il mondo non sta solo combattendo un’epidemia, ma sta anche fronteggiando un’infodemia.

Secondo la “Treccani” con questo termine si intende:

“Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.”.

Il termine ,di origini inglesi, è stato coniato da David J. Rothkopf in un articolo del «Washington Post» nel 2003. Riferendosi a quanto avvenne contestualmente alla Sars, definì il fenomeno come “fatti, mescolati con paura, speculazioni e dicerie, amplificati e trasmessi rapidamente in tutto il mondo”. La storia, anche in questo caso, ha mostrato la sua natura ciclica. Gli eventi catastrofici che si sono susseguiti in questo anno sembrano rispecchiare in maniera amplificata, quanto successo nel 2003 in Cina. Il governo cinese inizialmente negò che vi potesse essere un rischio di diffusione globale. La malattia si spostò poi in occidente, portando con sé uno Tsunami di informazione e disinformazione riguardo tutta la situazione che stava accadendo. Fortunatamente l’epidemia poi fu contenuta e i numeri furono ben diversi da quelli attuali.

Uno dei problemi che distingue e caratterizza la situazione attuale rispetto a quanto verificatosi nel 2003 con la SARS, è l’immenso potere che i social networks detengono. La particolarità di questa crisi è la sovrapposizione tra la velocità di diffusione del virus e quella delle informazioni, vere o false che siano. La "viralità" della disinformazione sta diventando forse il pericolo maggiore di questa faccenda. È necessario sottolineare come nella definizione stessa del termine sia marcata l’intenzionalità di divulgare informazioni false, con successive conseguenze negative. In un articolo del 2018 di Heidi J. Larson, professoressa di antropologia a Londra, viene evidenziato come il più grande rischio di una pandemia sia la viral misinformation”. Le notizie si propagano velocemente, generando un problema per la salute pubblica difficile da estinguere. La studiosa, facendo riferimento ai 500 milioni di infetti causati dalla spagnola del 1918, sottolinea gli enormi progressi fatti dalla scienza negli ultimi anni, soprattutto in termini di vaccini. A minare gli effetti di queste conquiste scientifiche è la sfiducia nei confronti della scienza evidence-based. Nell’articolo vengono messe in luce le categorie che maggiormente mantengono viva questa pericolosa fiamma. Uomini e donne che pur appartenendo alla comunità scientifica diffondono paure infondate; individui che vedono nei dibattiti anti-vaccini un’opportunità per arricchirsi; i politici che trovano nell’insicurezza della gente una possibilità per guadagnare visibilità; e infine i “super spreaders”, coloro che diffondono compulsivamente le informazioni tramite internet. Ad esempio, nel 2005 in Danimarca il tasso di immunizzazione per il Papilloma virus è sceso al 20% (rispetto al 90% del 2000) in seguito alla diffusione di testimonianze di problemi riscontrati successivamente alla vaccinazione. Il governo danese è dovuto correre ai ripari, promuovendo una campagna d’informazione e diffondendo testimonianze di coloro che avevano perso madri, mogli a causa di tumore della cervice uterina. La Larson conclude l’articolo con una frase che riletta al giorno d’oggi sembra nascondere in sé qualcosa di premonitore, ma in realtà è un’amara considerazione sulla base dei fatti. Afferma infatti:

“se emergerà un ceppo mortale come l'influenza del 1918 e l'esitazione delle persone a farsi vaccinare rimane al livello che è oggi, si diffonderà una malattia debilitante e fatale.”

Nonostante l’articolo sia stato pubblicato nell’ottobre del 2018 la sua attualità risulta essere disarmante, specialmente in questi giorni di campagna vaccinale in cui lo scetticismo sembra crescere ancora di più. In seguito allo stop da parte dell’Ema del vaccino AstraZeneca, non sono mancati articoli “clickbait” che evidenziavano la presunta relazione tra morte e vaccino, senza che vi fosse un effettivo nesso di causalità. Risulta difficile avere delle solide certezze dato che molti studi sono ancora in fieri e molto si deve ancora scoprire riguardo le conseguenze a lungo termine di quello che stiamo vivendo. Proporre però notizie che siano solo bianche o solo nere genera scompiglio e confusione in una situazione già di per sé precaria.

Perché le notizie false hanno così tanto potere?

È stato dimostrato da vari studi come le persone accettino come vere le informazioni, qualunque esse siano, stante il fatto che siano coerenti dal loro punto di vista e ampiamente condivise, indipendentemente dalla fonte. Valutare la veridicità di un’informazione risulta essere per la nostra mente un processo estremamente dispendioso, che si attiva solo se spinto da motivazione e da risorse cognitive adeguate. L’essenza di un messaggio è molto più memorabile della fonte e tanto più esso è persuasivo e di alto impatto, tanto meno verrà indirizzata l’attenzione alla sua attendibilità. Inoltre, secondo il principio di dissonanza cognitiva, gli individui tendono a ricercare coerenza ed evitare situazioni e conoscenze che potrebbero far aumentare la dissonanza. L’individuo vaglia e sceglie con maggiore attenzione situazioni incongruenti rispetto le proprie conoscenze. Anche la sola ripetizione di uno stesso contenuto ne aumenta la veridicità perché concepito come più familiare e dunque maggiormente piacevole.


Alla luce di questi meccanismi emerge ancora di più l’estremo potere che hanno i media sulla nostra psiche. Tuttavia, come ogni altra malattia anche l’infodemia ha una sua diagnosi e una sua prognosi. Un controllo efficace delle notizie fungerebbe da filtro per le informazioni che raggiungono gli utenti. La conoscenza dovrebbe essere la cura nei confronti di un giornalismo confusionario e in alcuni casi infondato. Per questo l’Oms ha attivato canali ufficiali sui social dove poter divulgare informazioni e si stanno progettando meccanismi di controllo capaci di rilevare notizie false, così da poterle eliminare.

È anche vero che come molte altre malattie, anche l’esposizione mediatica così martellante lascerà delle cicatrici sulla nostra psiche. Uno studio pubblicato nel 2020 su Nature ha analizzato attraverso un algoritmo 140 mila titoli di giornale elativi alla pandemia, redatti tra gennaio e giugno. È emerso come circa il 52% dei titoli evochi sentimenti negativi: Paura, sfiducia, attesa, tristezza e rabbia.

L’individuo, privato della possibilità di poter controllare a pieno gli eventi della vita e a continui stimoli a forte impatto emotivo, sviluppa uno stato di ansia. È necessario però distinguere il sentimento di ansia dalla paura. Nei disturbi di ansia la preoccupazione è anticipatoria e rivolta ad una minaccia indefinita e genera un'attivazione fisiologica cronica. La paura è invece riferita ad un pericolo imminente, la risposta del corpo è transitoria ed estremamente adattiva. È dunque la persistenza cronica di sentimenti come ansia e angoscia che porta all’insorgenza di quadri patologici, mantenendo il nostro organismo in uno stato “d’allarme” continuo.

È stato dimostrato infatti, da un questionario svolto dall’Università la Sapienza di Roma, come nel primo periodo di pandemia vi fosse un’alta percentuale di individui con risultati significativi per disturbi di ansia e disturbo da stress post traumatico (PTSD). I soggetti riportavano tendenza a rifiutare pensieri legati al traumi, difficoltà a dormire, sogni intrusivi e percepivano un cambio nel loro umore con un incremento di sentimenti negativi. Pur considerando i limiti dello studio, ciò dimostra come questa situazione possa avere delle conseguenze a lungo termine sul benessere psichico.


Indubbiamente questo periodo lascerà delle cicatrici nel tessuto economico, nella socialità e più in generale nella vita quotidiana. Risulta difficile prevedere se vi sarà un progresso, una spinta verso l’altro o un recesso verso una maggiore chiusura in una bolla di individualismo. È necessario però rendere evidente come i problemi psicologici siano alla stregua di quelli fisici e come tali vadano diagnosticati, trattati e curati.

Pur essendo un fenomeno inedito per tutte le generazioni che la stanno vivendo, il Covid con tutte le sue conseguenze nefaste, sembra risvegliare qualcosa che è fortemente connaturato all’uomo e alla sua natura sociale. Di fronte al pericolo l’individuo vulnerabile attua infatti meccanismi di difesa, attacco e negazione nei confronti dei propri simili e della realtà che lo circonda.

Come ha magistralmente descritto Camus nella “Peste”: “Questo schifo di malattia! Anche quelli che non ce l’hanno se la portano nel cuore.”

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