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L'utopia possibile di Ernst Bloch


di Andrea Di Carlo.


Si è vista la disinvoltura con la quale il presidente del consiglio Giorgia Meloni ha tentato di appropriarsi goffamente di una delle feste chiave della “sinistra” (se ancora si può chiamare così nel mondo occidentale), cioè il Primo Maggio. Onde evitare di andare fuori tema taccio sul pessimo (ed è un eufemismo) decreto “lavoro”. Quello che vorrei rimarcare, invece, sono le azioni di gruppi ambientalisti (basti pensare alle proteste di Lützerath organizzate dal gruppo Fridays for Future e da Greenpeace ) o dai gruppi di sinistra come Occupy Wall Street che, durante la recessione del 2008, si erano ribellati alla speculazione economico-finanziaria dei grandi gruppi bancari). Oppure la discussione sulla transizione ecologica e i suoi costi conclusosi il 27 giugno.


Qualche cinico potrebbe dire che si tratta di manifestazioni effimere che lasciano il tempo che trovano. Invece no; si tratta della rivolta della speranza contro la prepotenza e la distruzione prodotta dal dogma del libero mercato. Si tratta di un’attuazione di quella speranza di cui si parla tanto e di cui poco si vede concretamente. Sono quella speranza e quell’utopia che tanto sarebbero piaciute al maggior teorico di questi temi, il filosofo marxista eterodosso Ernst Bloch (1885-1977). Bloch ha il merito di aver concretizzato la nozione di utopia e di averla resa (se lo si vuole) possibile.


L’utopia: un genere che non si realizza

L’utopia è uno dei generi letterari che caratterizzarono la speculazione filosofica della prima età moderna. L’iniziatore è il giurista inglese Thomas More, che ne scrisse un manifesto nella sua celebre Utopia (1516). Il libro racconta del viaggio di Raphael Hythlodaeus nell’isola di Utopia, il luogo perfetto per eccellenza. Chiunque abbia rudimento di greco nota subito l’ambiguità del nome: utopia è sì il luogo buono, ma è talmente buono e perfetto che non esiste (Skinner 1987: 123-124). L’utopia, un genere ibrido a metà tra filosofia e letteratura, è il tentativo di creare una società perfetta, talmente perfetta che è irrealizzabile. Tentare di realizzare l’irrealizzabile è per Geuss (2008: 12) è un’aberrazione in quanto la politica non deve essere l’estensione della morale ma deve essere qualcosa di pratico e di realizzabile. In altre parole la politica dovrebbe evitare qualsiasi commistione con l’ideale. Chi progetta utopie rischia per creare l’inferno in terra, cioè rischia di creare distopie perché pone la morale di fronte alla realtà. Svolte queste iniziali e trite (ma necessarie) considerazioni, la conclusione è che il genere utopico possa essere alla base di una delle barbarie politico-culturali del secolo scorso, cioè il nazismo e il suo desiderio tanatologico ed eugenico. Niente di più sbagliato perché l’utopia potrebbe invece essere qualcosa di buono; qui entra in gioco la riflessione importantissima di Bloch, che invece sostiene la fattibilità dell’utopia anche nel mondo reale.


Bloch: Lo spirito dell’utopia

È nel suo Spirito dell’utopia (1918) che Bloch definisce cos’è l’utopia. Per un marxista come Bloch l’utopia non può essere qualcosa di irrealizzabile, l’oggetto di mera speculazione accademica, ma è qualcosa che si può e si deve realizzare. Dice infatti il filosofo tedesco che questo tentativo di concretizzazione è “[…] si annuncia nel permanente trascendere che l'uomo opera nel suo mondo ed in se stesso […] è l'unica strada per trovare ancora verità […] l'aprire le porte del ritorno lanciandosi attraverso il mondo è il problema di fondo ed ultimo della filosofia utopica” (Bloch 2008: 251). L’uomo non è qualcosa di finito e compiuto, ma deve sempre percorrere una strada, deve sempre avere una stella polare nella propria esistenza. L’uomo è ontologicamente incompiuto in quanto incompleta e in divenire è l’utopia. Non c’è niente di religioso o escatologico in Bloch, ma soltanto l’idea di un uomo in potenza, in divenire, di incompiuto. Se Moro aveva descritto la società migliore per il 16° secolo, l’autore tedesco presenta non una società ideale, ma una società che si può realizzare. Dobbiamo volerlo perché dobbiamo credere nel “verso-dove” (Bloch 2008: 58). Stabilito che l’utopia è concreta, Bloch teorizza il passo successivo, cioè la speranza.


Solo la speranza ci può salvare

Chiunque legga il titolo di questo paragrafo penserà sicuramente che il suo autore è qualche ottimista che ancora spera nella promessa della redenzione e della salvezza. Tuttavia sono convinto assertore dell’opposto: cioè che la speranza non è un valore prettamente religioso, ma può essere qualcosa di eminentemente laico e terreno. È infatti la seconda possibilità a cui guarda Bloch, cioè che la speranza è un valore che si può concretizzare anche in terra. Non è un caso che uno dei testi più importanti dell’autore di Ludwigshafen sia Il pensiero speranza, pubblicato in tre volumi nel 1954, 1955 e 1959. Bloch infatti dice che è fondamentale “imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire” (Bloch 2005: 5). Se crediamo di essere ontologicamente incompiuti e sempre aperti al cambiamento, a creare qualcosa di nuovo, allora non bisogna mai smettere di sperare. Dobbiamo tendere verso “il non-ancora-conscio” cioè qualcosa che “indica avanti e non all’indietro” (Bloch 2005: 15). Non esiste per Bloch alcun ostacolo che ci blocca nell’esprimere chi siamo o cosa saremo nell’immediato futuro perché sarebbe come tradire il carattere incompiuto che è la vita stessa. A differenza del cupo pensiero heideggeriano di Essere e tempo (1927), noi non siamo gettati e tendiamo alla morte, ma siamo chiamati invece a non pensare alla morte, a pensare ai progetti che possiamo realizzare mentre siamo ancora in vita. Utilizzando le parole di Zipes (2019: 65), descrivendo la filosofia di Bloch, dobbiamo essere pugnaci nella speranza come lo avrebbe voluto l’autore tedesco. A detta di Bloch c’è una persona che ha provato a concretizzare la speranza e l’utopia nella sua coerenza politica e religiosa, cioè una delle figure chiave della Riforma radicale, il teologo Thomas Münzer (1489-1525).


Münzer e Bloch

Bloch dedica a Münzer il testo Thomas Münzer teologo della rivoluzione (1921). Il teologo non protesta contro Roma e la corruzione papale dell’epoca, ma invece si scaglia contro Lutero, l’iniziatore della Riforma, il quale ha tradito il messaggio di emancipazione sortito dalle 95 Tesi e dai suoi scritti contro la Curia. A detta di Münzer Lutero e i nobili tedeschi hanno tradito il messaggio di Cristo riducendolo “a un idolo chiassoso e fantastico” (Bloch 1980: 47). Soltanto i contadini possono attuare il messaggio utopico di Cristo, iniziando una sorta di proto-comunismo. C’è nello scritto su Münzer questa tensione tra l’hic et nunc, il momento presente che deve preparare il futuro. Un’ontologia della speranza che poggia da una rivolta che doveva emancipare, invece di riprodurre le disuguaglianze antecedenti l’attacco luterano alla Chiesa romana. È ciò che Bloch definisce non-simultaneità o asincronicità, dove presente e futuro si uniscono per lottare contro le disparità sociali e creare nuove utopie. Münzer ne è l’araldo, annunciando un futuro migliore, se non fosse morto prematuramente (Zipes 2019: 53).


E ora?

L’appello di Bloch a coltivare l’utopia e la speranza è un invito necessario e vitale per il XXI° secolo. Da una parte un premier che prosegue la nefasta agenda Draghi fingendo di essere di sinistra e di voler tagliare le tasse (ai soliti noti). Dall’altra parte c’è il partito di “sinistra” che se avesse vinto le elezioni avrebbe attuato politiche non diverse da quelle del presidente del consiglio in carica. C’è il modo per non rendere la politica un’estensione della morale e dell’etica ed è sostenere e creare movimenti che sappiano opporsi al neoliberismo e le sue nefaste conseguenze? Ce la faremo? Qualcosa si muove e come dice Bloch stesso bisogna “imparare a sperare” nella speranza di un nuovo “verso-dove”. Lützerath è un segnale? Voglio pensare di sì e speriamo che prepari veramente qualcosa di nuovo e concreto, non l’utopico caldeggiato da Moro.








Bibliografia

-Bloch, Ernst (2008) Ateismo nel cristianesimo. Per la religione dell’Esodo del Regno “Chi vede me vede il Padre”. Milano: Feltrinelli.

-Bloch, Ernst (2005) Il principio speranza. Milano: Garzanti.

-Bloch Ernst (1980) Thomas Münzer teologo della rivoluzione. Milano: Feltrinelli.

-Geuss, Raymond (2008) Philosophy and Real Politics. Princeton: Princeton University Press.

-Skinner, Quentin (1987) “Sir Thomas More’s Utopia and the language of Renaissance humanism” in -Anthony Pagden (a cura di) The Language of Political Theory in Early-Modern Europe. Cambridge: -Cambridge University Press.

-Zipes, Jack (2019) Ernst Bloch. The Pugnacious Philosopher of Hope. Minneapolis: Palgrave Macmillan.

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