• Koinè Journal

La Marcia su Roma: tutto tranne che un'operetta

Updated: Oct 27


di Luca Simone.


Ricorrono, come tutti ormai sappiamo, i cento anni dalla Marcia su Roma, l’evento che secondo la vulgata, ha segnato l’inizio della dittatura fascista in Italia. Io mi trovo, da un punto di vista storico, in disaccordo con questa visione. Il fascismo non è certo salito al potere grazie agli eventi del 27-28 ottobre 1922, ma è stato un progetto politico più lungo, che affonda le sue radici già negli anni conclusivi della Grande Guerra, e che si snoda nel corso degli anni su di alcuni binari che gli hanno permesso di affermarsi. Uno di questi snodi fondamentali è sicuramente rappresentato dalla Marcia su Roma, ma non è certamente l’unico.


Per anni si è parlato di questo avvenimento come di una “marcia da operetta”, di una “passeggiata ridicola”, ma anche qui devo dissentire. La Marcia su Roma fu tutt’altro che l’operetta di quattro scalzacani, perché se così fosse stata, non avrebbe certo trasformato di lì a poco l’Italia in una dittatura orribile e deprecabile sotto QUALSIASI punto di vista. A mio modesto avviso è necessario per una volta fare i conti con la propria storia, e accettare che la Marcia su Roma rappresentò l’apice di un preciso progetto politico di conquista del potere operato dal Duce e studiato nei dettagli dallo “Stato Maggiore” fascista. Sicuramente se si guarda alla massa di camice nere che entrò nella Capitale, non si farà fatica a trovarla composta di ignorantelli, attaccabrighe e facinorosi, ma il fascismo fu proprio questo. Il fascismo fu la capacità da parte di un uomo politico di mettersi a capo di questa massa informe di individui, sfruttandone per i propri scopi i punti di forza, quali la violenza, mettendoli al servizio della sua personale visione politica. Ridurre l’opera di Mussolini al solo sfruttamento di particolari contingenze storico-politiche significa non solo sottovalutare la minaccia fascista, ma autoassolversi per l’ennesima volta davanti al tribunale della storia. Mussolini non fu certo un genio uscito da chissà dove, che per meriti divini riuscì a far fessa una grande potenza dell’epoca (seppur l’ultima). Mussolini fu un prodotto di quella società, un capace uomo politico, certo, ma non certo una divinità. Fu un uomo, e come tale va trattato. E la Marcia su Roma fu il prodotto di quest’uomo politico, che il popolo italiano ha deciso di farsi andar bene. Proviamo ora a raccontare cosa accadde.


Non fu certo un fulmine a ciel sereno


«La marcia su Roma è in atto. Non si tratta, intendetemi bene, della marcia delle cento o trecentomila Camicie nere, inquadrate formidabilmente nel Fascismo. Questa marcia è strategicamente possibile, attraverso le tre grandi direttrici: la costiera Adriatica, quella Tirrenica e la valle del Tevere, che sono — ora — totalmente in nostro assoluto potere. Ma non è ancora politicamente inevitabile e fatale. Voi ricorderete il mio dilemma in Parlamento. Esso rimane. I prossimi mesi daranno una risposta. Che il Fascismo voglia diventare Stato è certissimo, ma non è altrettanto certo che, per raggiungere tale obbiettivo, si imponga il colpo di Stato


Questo lo stralcio di un’intervista rilasciata da Mussolini in persona al Mattino l’11 agosto 1922. Siamo a più di due mesi dall’effettiva Marcia. Questa è solo una delle dimostrazioni del fatto che l’intera operazione fosse preparata da tempo, infatti possiamo fare un salto ancora più indietro. Già dal 1919 erano pervenute al governo notizie di un possibile colpo di Stato nazionalista, che inaugurasse un regime d’ordine che potesse finalmente porre fine agli eccessi del Biennio Rosso. Tra i partecipanti a quella che fu definita la “congiura di Palazzo Braschi” vi era Mussolini, ma anche il Duca d’Aosta, un personaggio che si rivelerà indirettamente fondamentale per la riuscita della Marcia su Roma. Il piano fallì per la ferma reazione del Re, ma rendeva evidente il fatto che Mussolini era perfettamente pronto a tentare la via del colpo di Stato per prendere il potere, già dal 1919 (Albanese: 9). Gli avvenimenti che si verificarono successivamente ne furono la perfetta conseguenza. Già dal 1919 infatti, le neonate milizie paramilitari fasciste iniziarono a compiere una serie di violenze verso socialisti, monarchici e liberali, grazie alle quali speravano di destabilizzare e screditare il governo, il quale sarebbe stato giudicato inadatto e incapace di governare la situazione.


Il 1920 segnò la svolta decisiva per il neonato movimento fascista. Infatti le violenze ripetute contro gli esponenti socialisti, accusati di voler fare la rivoluzione come in Russia, crearono attorno ai fascisti un clima di simpatia nelle classi borghesi, ma anche tra le forze dell’ordine. Non bisogna infatti stupirsi del fatto che le squadracce fasciste godettero di una generale impunità, a differenza degli agitatori socialisti, che venivano invece perseguiti con particolare durezza (Relazione del direttore generale della pubblica sicurezza, s.d. [ma del 1921], in ACS, MI, PS, 1921, b. 90, p. 4.). Durante tutto questo periodo Mussolini, si limitò a stare dietro le quinte, senza sporcarsi mai materialmente le mani, ma rimanendo sempre un passo indietro alle sue milizie, per poter approfittare in maniera machiavellica dell’evoluzione della situazione. Attenzione però, non bisogna confondere questo comportamento con una presa di distanza. Mussolini fu il regista indiscusso delle azioni dei suoi militi, e ne approfittò da un punto di vista politico per i suoi scopi. La favoletta di un Mussolini tirato per la giacchetta dai suoi Ras provinciali, non regge più da un pezzo. Mussolini fu il capo indiscusso, ed ebbe il controllo della situazione fin dai suoi esordi.


Dopo le elezioni del 1921, che segnarono l’entrata ufficiale in Parlamento di una trentina di deputati fascisti, il Duce si rivolse alla Camera in questi termini inequivocabili sulla possibilità di formazione di un governo antifascista:


«Ma se, per avventura, da questa crisi che ormai è in atto, dovesse uscire un Governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. Noi, alla reazione, reagiremo insorgendo. Io debbo, per debito di lealtà, dirvi che dei due casi che vi ho testè prospettati, preferisco il primo, e per ragioni nazionali, e per ragioni umane. Preferisco cioè che il fascismo, che è una forza, o socialisti, che non dovete più ignorare, e non dovete nemmeno pensare di distruggere, arrivi a partecipare alla vita dello Stato attraverso una saturazione legale, attraverso una preparazione alla conquista legale. Ma è anche l’altra eventualità, che io dovevo, per obbligo di coscienza, prospettare perché ognuno di voi, nella crisi di domani, discutendo nei gruppi, preparando la soluzione alla crisi, tenga conto di queste mie dichiarazioni che affido alla vostra meditazione e alla vostra coscienza.»

(APC, XXVI legislatura, Discussioni, vol. VIII, p. 8193)

Come si può vedere, la Marcia su Roma sembra delinearsi come tutto, tranne che una straordinaria improvvisata.

Contemporaneamente partiva una attenta e calibrata campagna di stampa su giornali amici, portata avanti da giornalisti simpatizzanti, che ventilava l’ipotesi di un possibile colpo di mano fascista, che conducesse l’Italia sulla strada della normalizzazione. L’operazione era studiata nei dettagli, per controllare gli effetti che una notizia del genere avrebbe avuto sull’opinione pubblica. Effetti che furono tutt’altro che freddi. Anzi. (Albanese: 45)


L’ora X

Arriviamo così al nostro ottobre 1922. Mussolini aveva da tempo riflettuto sulla possibile data in cui far scattare la sua operazione, e dopo attente analisi aveva scelto il 27-28 ottobre. Una data quindi assolutamente non casuale, perché permetteva al Duce di non intaccare in alcun modo le celebrazioni per la vittoria in guerra il 4 novembre. Celebrazioni che avrebbero relegato i fascisti in secondo piano, e che avrebbero potuto fornire occasione al debole e martoriato governo Facta, di uscire dalla situazione gravissima in cui l’aveva catapultato l’azione delle squadracce. Ancora una volta, strategia e non improvvisazione. (De Felice: 297)

La minaccia del colpo di Stato era quindi tangibile, chiara e addirittura dichiarata dagli stessi fascisti, e questo dava al governo l’occasione di agire tempestivamente. Volendo si sarebbe potuta fermare la calata delle milizie fasciste, mal guidate, mal rifornite e peggio comandate rispetto ai reparti regolari dell’esercito, fedele a Casa Savoia nonostante le simpatie interne. Facta presentò a Vittorio Emanuele III la situazione, avvertendolo della gravità e dei possibili rischi per la tenuta del Paese, ma il Re sapeva bene di correre ben altri rischi. Mussolini capiva benissimo di non potersi permettere di sfidare apertamente la monarchia, abbattendola; aveva bisogno di cercare un accomodamento coi Savoia, altrimenti ci sarebbe stato il rischio serio di una guerra civile. La soluzione gli venne offerta però dallo stesso “Sciaboletta”.


Abbiamo già citato il coinvolgimento del Duca d’Aosta nel tentativo di colpo di Stato del 1919. Bene, bisogna tenere conto del fatto che Vittorio Emanuele, il nano, si chiamava con disprezzo lui stesso, era terrorizzato dalla figura di suo cugino. Atletico, eroe di guerra, alto, carismatico e amato dalle truppe, era il perfetto rappresentante di una corona forte, autoritaria e risoluta, tutto l’opposto del re. Vittorio Emanuele dunque, messo alle strette sulla questione della famosa firma dello stato d’assedio della capitale, misura che avrebbe consentito alle truppe di fermare materialmente, armi in pugno le milizie fasciste, decise di negare la sua approvazione. Casa Savoia sceglieva così Mussolini. Sceglieva Mussolini per salvare sé stessa, o meglio sceglieva Mussolini per salvare il re. (Michaelis: 278)


Si giunge così al 27 ottobre, il giorno X. Non avvenne alcuna marcia il 27, ma si svolsero solo queste serrate trattative, che si conclusero nel tardo pomeriggio del 29, quando come detto, Vittorio Emanuele III telegrafò a Mussolini la sua decisione di affidargli la formazione di un nuovo governo. Solo allora, il 30, fu concesso alle squadracce fasciste di riversarsi su Roma indisturbate, arrivando addirittura ad improvvisare una parata raccogliticcia all’Altare della Patria di fronte al sovrano. Ma le violenze erano tutto meno che concluse. Fin da subito infatti, con la battaglia di San Lorenzo, i fascisti dimostrarono quale sarebbe stato il futuro del Paese per il successivo ventennio. Le violenze furono brutali e senza quartiere, causando morti, feriti e mutilati fin dai primi giorni. La violenza. Questo il leitmotiv che dall’inizio alla fine avrebbe caratterizzato il periodo più oscuro e vergognoso della storia italiana. Omicidi, pestaggi, linciaggi, percosse, furono queste le armi tramite le quali i fascisti si fecero strada verso il potere e tramite le quali lo conservarono, ma non solo. (Albanese: 112)


Deve essere evidente infatti che l’utilizzo della violenza fu un fatto assolutamente politico. Una deliberata scelta di Mussolini, e non solo l’espressione del movimento fascista. Indubbiamente la componente bellicista fu viva fin dagli esordi, ma questa componente venne indirizzata, filtrata e utilizzata dal Duce per sottostare ad una precisa strategia di conquista del potere. Un insieme di mosse tattiche volte al raggiungimento di un obiettivo. Un’ottica assolutamente leninista della presa del potere. Mussolini fu dall’inizio alla fine il capo di un movimento che venne da lui abilmente manovrato per rispondere ai suoi personali interessi. Interessi che convergevano tutti verso la conquista del potere politico, se necessario con la violenza. Ed è esattamente per questo motivo che trovo assolutamente riduttivo parlare della Marcia su Roma come di una “operetta”. Non lo fu. Fu uno dei diversi momenti tattici che contribuirono al compimento di una deliberata strategia politica indirizzata al raggiungimento di un obiettivo prestabilito. Forse i fascisti erano straccioni, ma sicuramente chi li guidava no. E questo dovrebbe fare ancora più paura.



Bibliografia

-Albanese G. La Marcia su Roma, (2006), Bari, Laterza.

- Chiurco G. Storia della rivoluzione fascista, (1929) Firenze, Vallecchi.

-Franzinelli M. Squadristi, (2003), Milano, Mondadori.

-De Felice R. Mussolini il fascista. La conquista del potere, (1996), Torino, Einaudi.

-Gentile E. Storia del Partito Fascista, (1989), Bari, Laterza.

-Michielis , Il Generale Pugliese e la difesa di Roma, (1962) Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

-Tasca A. Nascita e avvento del fascismo, (1950), Roma, Pigreco.

-Vivarelli R. Storia delle origini del fascismo, (1991) Bologna, Il Mulino.




Image Copyright: La Repubblica

202 views0 comments

Recent Posts

See All