La RAI caccia Ranucci. Parte la guerra per Report
- Koinè Journal

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di Caterina Amaolo.
Con una nota asciuttissima la RAI ha comunicato che Sigfrido Ranucci non sarà più il conduttore del programma “Report”. La decisione è arrivata dopo gli sviluppi dell’inchiesta sull'attentato davanti alla sua casa di Pomezia, con l’arresto dell’"amico" Valter Lavitola, reo confesso mandante dell’attentato.
Il cambio alla guida della trasmissione d’inchiesta (a sostituirlo saranno Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti) ha acceso la polemica politica, con la maggioranza che parla di “decisione giusta” (Ranucci non è mai stato ben visto dal governo in questi anni per via delle numerose inchieste invise a Meloni e soci) e le opposizioni che invece criticano la scelta di via Teulada. La destra ha, dunque, sembra aver ottenuto il suo obiettivo pre-elettorale dopo anni di attacchi a “Report” e al suo conduttore, non attendendo neppure che i magistrati facessero luce sulla vicenda.
L’allontanamento di Ranucci da “Report” rappresenta il sintomo manifesto di un’annosa e pericolosa patologia delle nostre istituzioni: la tentazione costante, da parte di chi governa, di smantellare i presidi di controllo democratico e silenziare le voci sgradite. La narrazione dominante della destra al governo, da sempre insofferente al vaglio critico (purtroppo in buona compagnia), tollera il giornalismo a una sola condizione: che si riduca a mero megafono di palazzo o a innocuo intrattenimento. Non appena l’indagine scava negli intrecci opachi tra politica, grandi affari, sanità o gestione dei fondi pubblici, scatta la reazione: delegittimazione personale, accuse di "giustizialismo" e- infine- la spinta all'emarginazione.
Ma se in una democrazia il contraltare polemico del giornalismo è una conditio sine qua non, altrettanto essenziale, in un ordinamento democratico e liberale, è la presenza di una solida cultura delle garanzie. Il garantismo non è un ornamento retorico, né una formula da invocare a convenienza: è un principio di civiltà giuridica.
La vicenda Ranucci evidenzia, poi, anche l'ipocrisia del garantismo ondivago e variabile di cui la maggioranza si fa scudo. Un garantismo sbandierato (appena pochi mesi fa in occasione del Referendum) con forza a tutela dei propri sodali finiti sotto indagine, ma dimenticato un secondo dopo quando si tratta di imbavagliare chi lavora per garantire la trasparenza.
Il giornalismo d’inchiesta ha il compito di sollevare dubbi, di scavare nelle pieghe dell’amministrazione e della politica, di segnalare opacità, incompatibilità e conflitti d’interesse, di reclamare trasparenza e - quando necessario - di censurare condotte pubbliche o private che abbiano riflessi sulla sfera pubblica. Ma il risultato di un’inchiesta giornalistica può fondare una valutazione politica, può orientare il dibattito pubblico, può offrire elementi utili all’attività di polizia giudiziaria e, nei limiti e con le garanzie previste dal codice di rito, anche all’avvio di un’indagine preliminare. Non può, tuttavia, trasformarsi in una sentenza anticipata.
Decidere prima se Sigfrido Ranucci e la sua redazione siano eroi da proteggere o nemici da abbattere e sistemare poi i fatti dentro quella cornice è un discorso, di per sé, fallace. “Report” ha fatto la storia del giornalismo investigativo italiano, ha messo il naso dove molti non volevano metterlo, ha disturbato governi, aziende, partiti e potentati.
Non ha bisogno di un giudizio di valore da parte della politica.
Una condanna, infine, non dimostra automaticamente che un servizio sia falso così come - allo stesso modo- un’assoluzione non dimostra che un servizio sia vero: verità giornalistica e verità processuale non coincidono sempre.
Un giornalista non è un giudice e non deve aspettare una sentenza per raccontare ciò che sa. Questo è bene ricordarselo alla fine di tutta questa triste vicenda.
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