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Middle East's Cold War: origine e sviluppo dello scontro Iran-Arabia Saudita


di Lorenzo Ruffi.


Dopo aver analizzato gli interessi geopolitici e strategici di due potenze a carattere globale, quali sono Stati Uniti e Cina, sarà ora necessario restringere il campo d’indagine ad attori regionali e locali, ma non per questo meno importanti, per capire le dinamiche e le evoluzioni politiche che si stanno verificando in quello che viene definito come Medio Oriente post-americano”.

Questo articolo è stato pensato come un’introduzione ad un tema estremamente ampio e complesso: analizzeremo le cause storiche, politiche e religiose che hanno portato la Repubblica islamica dell’Iran allo scontro, nemmeno troppo latente, con l’altro gigante della geopolitica mediorientale, l’Arabia Saudita, andando poi ad analizzare la rete di alleanze che rende questa una classica “ guerra per procura”, in cui ad affrontarsi non sono direttamente i due contendenti, ma una serie di attori regionali a loro legati.

La posta in palio è altissima: dall’esito di questo conflitto non dipendono solo gli equilibri politici dell’intero Mashrek (la regione che grossomodo si estende dal Sinai fino all’estremo oriente iracheno), ma anche il possibile accesso a nuove fonti energetiche e a porzioni strategiche di territorio, che potrebbero alterare completamente i rapporti di forza nella regione.

Prima di passare agli interessi in gioco è tuttavia necessario andare alla radice del problema, e capire perché Teheran e Riyad sono, ad oggi, sul piede di guerra.


Due nemici antitetici: rivoluzione vs conservatorismo

L’Arabia Saudita è retta da un governo monarchico praticamente fin dalla sua creazione, risalente agli anni trenta del Novecento. Questo paese, insieme alla Giordania, si è sempre tenuto alla larga dai repentini e spesso violenti cambiamenti di governo che hanno interessato un po’ tutti gli altri paesi della regione. Il potere è concentrato da sempre nelle mani della famiglia Al-Saud, che ha amministrato lo stato come fosse, de facto, un proprio feudo personale (3). Detentrice della maggior parte delle azioni del colosso petrolifero della Saudi Aramco, la Corona saudita ha saputo rendere l’economia nazionale una delle più floride fra i paesi arabi. Il livello di benessere (puramente economico) dei cittadini sauditi non è affatto disprezzabile, ma ciò ha comportato che, in cambio, il popolo rimanesse sempre fedele alla famiglia reale e agli ideali religiosi e politici del Regno. La stabilità saudita si basa sul precario equilibrio di questo contratto sociale.

Sede delle principali città sante della tradizione musulmana, l’Arabia Saudita si caratterizza per essere il baluardo regionale di una tradizione particolarmente conservatrice dell’islam sunnita, ovvero quella wahhabita (4).

Nato come movimento di riforma alla fine del XVIII secolo, il wahhabismo è diventato un punto di riferimento per tutti coloro che desideravano purificare l’islam da quelle che erano considerate influenze corruttrici, quali l’occidentalizzazione della penisola arabica, il sufismo e lo sciismo. In tempi moderni, tale corrente è stata adottata dai regnanti sauditi, i quali volevano assicurarsi che nella “culla dell’islam” fosse professata la forma più pura e originale della religione maomettana. Senza soffermarci troppo sulle complicate questioni teologiche, basterà ricordare che, nella versione wahhabita, chiunque non segua suddetta corrente è da considerarsi un infedele e nemico dell’islam.

A differenza dell’immobilismo saudita, l’Iran è stato protagonista del più grande bradisismo politico nella storia dei paesi mediorientali. La rivoluzione khomeinista del 1979 ha rappresentato un punto di rottura su più fronti (2). Nella storia del pensiero politico islamico, il potere spirituale e quello temporale sono sempre appartenuti a due ambiti separati; a guidare la nazione era il califfo, mentre gli ulama erano i guardiani della scienza religiosa e della sua corretta applicazione. Mischiare questi elementi avrebbe prodotto “fitna, ovvero caos (4). Il rivoluzionario pensiero dell’ayatollah Khomeini avrebbe spazzato via questa tradizione millenaria, e posto al vertice del nuovo Iran proprio il clero sciita. Ciò rappresentava, per l’ortodossia sunnita, un’eresia.

Il messaggio insito nella rivoluzione iraniana era applicabile non solo alla Persia, ma a qualunque paese musulmano che volesse liberarsi da governi laici e filo-occidentali, per costruire una nuova nazione che si sarebbe basata veramente sull’islam e sulle sue leggi. Quest’ultimo aspetto permise all’ideologia khomeinista di varcare i confini nazionali e di radicarsi in ogni paese che presentasse, al suo interno, una comunità sciita, garantendo così al regime iraniano un raggio d’azione assai ampio per proiettare all’estero i suoi interessi (2).

Essendo il principale paese sciita al mondo, l’Iran è considerato dai teologi wahhabiti come una terra di pagani ed eretici, che ha smarrito e frainteso il messaggio del Profeta. Inoltre, il fatto che tutti i gruppi sciiti nei paesi a maggioranza sunnita siano supportati da Teheran, fa apparire, agli occhi dei Sauditi, il regime iraniano come una pericolosa “quinta colonna” pronta a spargere il seme della rivolta nel mondo sunnita.

Una volta esposto questo quadro generale, possiamo andare a vedere quali sono gli interessi dei due attori, e soprattutto da chi sono coadiuvati. Per far ciò, bisognerà analizzare diversi contesti.


Le macro-alleanze: il nucleare iraniano e il petrolio saudita

L’Iran è entrato nel XX secolo con l’aratro e ne è uscito con un programma di arricchimento dell’uranio” (1); cosi Ervand Abrahamian, importante storico persiano, commentava la straordinaria crescita di Teheran durante lo scorso secolo. La minaccia nucleare iraniana rappresenta uno dei problemi più dibattuti degli ultimi anni, almeno fra i governi occidentali. Se il regime di Khamenei si dovesse dotare davvero di un’arma di tale potenza, gli interi equilibri regionali andrebbero in frantumi.

Chi guarda con particolare sospetto a tale programma nucleare sono gli USA, il principale nemico del governo iraniano, e Israele.

Washington, un tempo il più stretto alleato dello scià di Persia, dopo la rivoluzione iraniana ha preferito puntare tutto sul Regno saudita, il quale offriva, allo stesso tempo, ingenti quantità di petrolio e un sicuro riparo da derive rivoluzionarie marxiste. L’alleanza con Ryad è da leggere, specialmente oggi, come una forma di contrappeso al potere iraniano nella regione. Limitare l’espansionismo degli ayatollah attraverso aiuti e rifornimenti militari ai Sauditi è uno dei principali interessi americani in Medio Oriente (5).

Se i Saud possono contare sull’appoggio americano e sul loro sconfinato arsenale bellico, gli Iraniani hanno dalla loro i due più importanti nemici degli USA, Pechino e Mosca. Occorre specificare che il supporto cinese e russo a Teheran è di natura diversa rispetto a quello americano verso i Sauditi. Non si può parlare qui di una vera e propria alleanza, quanto di un aiuto puramente strategico dettato dalle contingenze geopolitiche attuali. La Cina considera il regime iraniano come il partner più affidabile della regione, sia per le sue risorse economiche, sia per il suo spiccato antiamericanismo; inoltre, relazioni amichevoli con Teheran sono imprescindibili per Pechino per quanto riguarda l’attraversamento dello stretto di Hormuz, dal quale passano le navi petroliere cinesi dirette nel golfo dell’Oman e nell’Oceano Indiano.

Il rapporto russo-iraniano, invece, è volto interamente al mantenimento dello status-quo in Medio Oriente. La possibile destabilizzazione della regione, con lo spettro del dilagare del fondamentalismo sunnita, preoccupa parecchio il Cremlino, che potrebbe assistere ad una recrudescenza dei movimenti islamisti all’interno del Caucaso. Teheran si comporta come una sorta di “poliziotto” regionale, immischiandosi in quasi tutti i contesti esplosivi per calmare le acque. In cambio, Mosca fornisce le armi per portare a termine questo compito. Tale rapporto si è manifestato chiaramente durante la guerra civile siriana, nella quale Putin e Khamenei hanno contribuito in maniera decisiva a far restare in vita il regime di Bashar Al-Assad e a sconfiggere i ribelli sunniti.

Il conflitto in Siria è stato uno di quei teatri in cui le tensioni fra Iran e Arabia Saudita si sono trasformate in guerra aperta. Trattandosi di “guerra fredda”, a scontrarsi non sono i due diretti contendenti, ma i loro proxies, ovvero attori minori che dipendono ideologicamente, economicamente e militarmente da quelli maggiori. Andiamo ad analizzare ora quali sono gli alleati minori delle due potenze, e quali sono i contesti in cui si potrebbe decidere questa partita per l’egemonia in Medio Oriente.


Libano, Iraq e Afghanistan

Sorvolando sulla situazione siriana, cui è già stato dedicato interamente un articolo, concentriamo maggiormente l’attenzione su altri teatri particolarmente caldi.

In Libano è presente, sin dagli anni Ottanta, un movimento politico-militare di chiara matrice khomeinista noto come Hizb Allah, “il Partito di Dio” (Hezbollah) (6). Tale partito, considerato una diretta emanazione del potere iraniano nel paese dei cedri, rappresenta, ad oggi, la più importante forza politica libanese. Il raggio d’azione di Hezbollah non si esaurisce solo a Beirut, ma comprende altri contesti, come la Siria, l’Iraq e Israele. L’attuale leader del movimento, Hassan Nasrallah, è probabilmente il più importante referente dell’Iran al di fuori dei suoi confini. Avere accesso al Libano significa, per Teheran, avere accesso al Mediterraneo e ai suoi mercati, ma anche essere fisicamente presente a due passi dal confine dell’altro grande nemico, Israele.

In Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein, gli sciiti, a lungo oppressi dal Ba’th, rialzarono la testa e giocarono un ruolo primario nella ricostruzione del paese dopo la guerra. Gruppi armati sciiti, come l’Esercito del Mahdi di Muqtada Al-Sadr, furono i principali avversari dell’occupazione americana, e il loro maggior finanziatore era, ovviamente, l’Iran. Il regime iraniano ha saputo rafforzare, col passare degli anni, la propria influenza sull’Iraq. L’elezione a premier di Nuri Al- Maliki, noto esponente del partito sciita Da’wa, nel 2005 (7), il contributo delle forze armate di Teheran a sconfiggere l’ISIS e la creazione di infrastrutture nel sud del paese per migliorare l’estrazione ed il commercio del petrolio, sono tutti dati che confermano quanto profonda sia l’influenza iraniana su Baghdad. Ad oggi, dopo il ritiro americano e dopo la sconfitta di Daesh, l’Iraq è sprofondato definitivamente nell’orbita iraniana, essendo egemonizzato esclusivamente, a livello politico ed economico, da gruppi sciiti legati al potente vicino.

E’ necessario spendere due parole anche sulla situazione afghana dove i Talebani, da sempre sostenuti dal regime saudita, si stanno mostrando, come analizzato nel precedente articolo, particolarmente inclini a trovare nuovi partner che sostengano economicamente il loro governo. Non è escluso che in questa delicata situazione si inserisca proprio l’Iran, che, coadiuvato dalla Cina, andrebbe a giocare un ruolo di primo piano in quella che era considerato, fino a poco fa, un saldo alleato degli Al-Saud.

La questione palestinese e il rapporto con Israele

Un’altra situazione potenzialmente esplosiva è quella legata alle tensioni fra Teheran e Tel-Aviv: il regime iraniano considera infatti Israele il suo più grande nemico nella regione. I policy-makers israeliani considerano, a loro volta, il regime di Khamenei come la più pericolosa minaccia per la sopravvivenza dello Stato ebraico. Non solo Teheran sta cercando di dotarsi di armi di distruzione di massa, ma ha anche accresciuto notevolmente la propria influenza presso i gruppi di resistenza islamica in Palestina (6). Hamas, il principale movimento politico-militare presente nella Striscia di Gaza, ha ottimi rapporti con il regime, nonostante sia prevalentemente composto da islamisti sunniti. Durante la scorsa primavera, quando le tensioni fra Israele e i Palestinesi erano nuovamente salite alle stelle, l’Iran riforniva Gaza con centinaia di missili a medio e a corto raggio da lanciare contro le città israeliane. Le Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio armato di Hamas) ricevono da anni importanti finanziamenti dai Pasdaran e dal Ministero della Difesa iraniano, sia in termini di armamenti che di beni alimentari e di know-how tecnologico.

Così facendo, l’Iran sta anche sottraendo al mondo sunnita il ruolo di principale finanziatore e organizzatore della resistenza palestinese. L’Arabia Saudita, invece, è uno dei pochi paesi arabi ad avere relazioni diplomatiche tendenzialmente amichevoli con Tel- Aviv. L’alleanza in comune con gli Stati Uniti e il comune odio verso Teheran hanno giocato sicuramente un ruolo importante nella normalizzazione di tali relazioni. Tuttavia, bisogna considerare come le alleanze saudite nascondano, spesso e volentieri, un’altra faccia. Per capire ciò, è necessario analizzare un ultimo contesto.

(Nella foto, l’Ayatollah Ali Khamenei e Isma'il Haniyeh, attuale leader di Hamas)


Il conflitto in Yemen: da guerra fredda a “guerra calda”

Riassumere esaustivamente in questo paragrafo le complicatissime vicende che hanno portato allo scoppio della guerra civile in Yemen è pressochè impossibile; possiamo però, ai fini del nostro discorso, delineare quali sono le parti in gioco, e provare a capire perché tale conflitto rappresenta uno snodo decisivo nella nuova “guerra fredda” mediorientale. Come prima accennato, le alleanze e le relazioni intessute dai Sauditi sono spesso un giano bifronte: da un lato il Regno vende ed esporta ai colossi mondiali tonnellate di barili di petrolio, ma dall’altro utilizza i proventi derivanti dalla vendita del greggio per finanziare partiti e gruppi armati radicalisti islamici in tutta la regione (5). Figura che incarna perfettamente questo modo di fare è il Principe ereditario Mohammad Bin Salman. Giovane delfino della Corona saudita, egli sembra distaccarsi dall’usuale conservatorismo gerontocratico degli Al-Saud, adottando una politica estera particolarmente attiva su più fronti. Bin Salman, in particolare, ha deciso di puntare molto sullo Yemen, paese che confina a sud-ovest col Regno, la cui instabilità potrebbe nuocere gravemente ai danni dell’Arabia.

Teatro dal 2014 di uno dei più volenti conflitti civili della regione, lo Yemen è diventato terreno di conquista per entrambe le potenze mediorientali, a causa della prossimità delle sue coste al Golfo di Aden, per la ricchezza di petrolio e gas naturale nei suoi deserti e per il ruolo destabilizzante che potrebbe assumere nell’intera penisola arabica.

La stabilità yemenita sta a cuore ai Sauditi, i principali investitori nel paese, che stanno facendo di tutto per mantenere in vita il legittimo governo di Sana’a. Per contrastare i ribelli antigovernativi, Riyad non si fa scrupoli nel supportare massicciamente anche gruppi salafiti e jihadisti, come l’AQAP, il ramo di Al-Qaida nella penisola arabica, e varie formazioni più o meno legate all’ISIS.

Perché Bin Salman reputa così importante proteggere il governo centrale dagli attacchi dei ribelli?

I principali oppositori del governo yemenita sono un gruppo sciita armato che proviene dalle alture del nord-ovest, i cosiddetti Huthi. In breve tempo, grazie ai finanziamenti e al supporto iraniano, gli Huthi hanno conquistato buona parte del territorio yemenita, fino ad entrare trionfalmente nella stessa capitale Sana’a.

L’Arabia considera i ribelli sciiti come una quinta colonna eterodiretta dal regime iraniano a due passi dai propri confini nazionali; se lo Yemen dovesse cadere totalmente in mano agli Huthi, Riyad si ritroverebbe accerchiata a sud direttamente da Teheran e dai suoi alleati. E’uno scenario da scongiurare a qualsiasi costo.

I piccoli ma ricchissimi Emirati e Regni del Golfo, come Qatar e Bahrain, sono scesi in campo per supportare economicamente i Sauditi e i suoi proxies: in Yemen si decide una grossa parte di questo scontro per l’egemonia in Medio Oriente.

Va comunque sottolineato che tale conflitto non si svolge solo in questa regione, ma comprende altre crisi in Maghreb, Azerbaijan e Africa centrale, a loro volta regolate da dinamiche interne estremamente complicate e diversificate fra loro.

Ad oggi, risulta impossibile fare previsioni certe sull’esito di questa competizione egemonica; l’Iran sicuramente è più potente militarmente e, grazie alla specificità dell’ideologia khomeinista, è anche molto più ramificato all’estero di quanto lo sia il Regno saudita. Lo sviluppo dell’atomica renderebbe questo divario definitivamente incolmabile. I Sauditi hanno dalla loro più risorse su cui investire e due potentissimi alleati quali America e Israele, entrambi determinati a porre fine all’esistenza della teocrazia iraniana. L’intraprendenza di Bin Salman potrebbe fare la differenza, rilanciando il Regno nel novero delle grandi potenze.

Noi possiamo limitarci, dall’esterno, ad analizzare volta per volta i nuovi scenari, le nuove crisi e i nuovi attori, provando sommessamente a tracciare un bilancio, che potrebbe risultare anche totalmente sbagliato.

Ciò che è certo è che il futuro assetto politico e strategico del Medio Oriente dipenderà, quasi sicuramente, dall’esito di questo scontro.




Bibliografia di riferimento

1) Abrahamian E., “Storia dell’Iran”, Feltrinelli, Roma, 2013

2)Axworthy M., “Iran rivoluzionario”, LEG Edizioni srl, Gorizia, 2017

3)Campanini M., “Storia del Medio Oriente contemporaneo”, Il Mulino, Bologna, 2020

4)Campanini M, “Storia del pensiero politico islamico. Dal profeta Muhammad ad oggi”, Il Mulino, Bologna,2017

5)Vasapollo L., “Oro nero. Come l’Arabia Saudita e il Golfo Persico condizionano l’Occidente”, Bordeaux, 2018

6)Fraihat I. “Iran and Saudi Arabia: Taming a Chaotic Conflict”, Edinburgh UNIV. Pr., 2020

7)Nasr V., “The Shia Revival: How Conflicts Within Islam Will Shape the Future”, WW Norton and Co. Inc; Reprint Edition, 2016





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