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Asse Pechino-Kabul: gli interesi cinesi nell'Afghanistan dei Talebani


di Lorenzo Ruffi.


Nelle caotiche ore che hanno preceduto la conquista talebana di Kabul, quasi tutte le nazioni occidentali hanno fatto evacuare frettolosamente il proprio corpo diplomatico dalla capitale. Sono pochissimi i paesi che hanno deciso unilateralmente di far rimanere i propri ambasciatori nel nuovo Afghanistan, fra questi, spicca il nome della Repubblica Popolare Cinese.

Conoscere gli interessi strategici ed economici che legano a doppio filo Pechino e Kabul è di fondamentale importanza per capire i nuovi orizzonti geopolitici nel continente asiatico. È di fondamentale importanza analizzare i motivi strutturali di questa alleanza apparentemente bizzarra, ma che rappresenta uno degli assi più importanti su cui si regge l’intera politica estera voluta dal Presidente Xi, tentando inoltre di dimostrare che dall’Afghanistan non passano solo interessi economici, ma anche preoccupazioni e timori per ciò che riguarda la sicurezza interna del colosso cinese.


La “nuova via della seta” passa per Kabul

Il faraonico progetto della cosiddetta “nuova via della seta” (one belt, one road) fu annunciato nel 2013 dal leader cinese Xi Jinping, ed ancora oggi riveste un ruolo di assoluta importanza nell’agenda politica del Partito Comunista. Questa iniziativa strategica è stata pensata per accrescere notevolmente l’influenza di Pechino negli affari economici europei e centro-asiatici. Attraverso un corridoio commerciale, sia terrestre che marittimo, che dovrebbe collegare la Cina con l’Europa occidentale, il governo mira a favorire investimenti internazionali nel suo paese e, allo stesso tempo, a garantire nuovi sbocchi commerciali per i prodotti cinesi di esportazione. La riuscita del progetto garantirebbe quindi al “Dragone” un’influenza gigantesca su un mercato sostanzialmente sconfinato, finendo per scontrarsi direttamente con l’America per il ruolo di egemone commerciale a livello globale.

Tuttavia, per portare a termine tale iniziativa, Pechino necessita che i governi asiatici, in cui questa “nuova via” dovrebbe passare, le siano amici, o quantomeno non ostili.

Se apriamo una cartina, ci accorgiamo subito che l’Afghanistan è uno dei primi paesi interessati.

Di fondamentale importanza è, in questo caso, una sottile e montuosa striscia di terra, lunga appena 76 km, che collega direttamente i due paesi, nota come corridoio del Wakhan. Tale corridoio, inutilizzabile per buona parte dell’anno a causa della neve e del ghiaccio, permette di raggiungere la regione autonoma cinese dello Xinjiang, uno dei territori più turbolenti della Repubblica Popolare, poiché prevalentemente abitato dagli Uiguri, popolazione turcofona e di fede musulmana sunnita.

Alla luce di ciò, è bene iniziare a spiegare perché la Cina punta così tanto sull’Afghanistan, e perché l’aiuto di Pechino rappresenta per i Talebani una risorsa imprescindibile per la sopravvivenza del loro governo.


Interessi economici e ricerca di consenso: due facce della stessa medaglia

Il ritiro delle forze americane e Nato ha rappresentato un’opportunità incredibilmente ghiotta per il governo cinese, ma è sbagliato pensare che gli interessi di Pechino verso l’Afghanistan si siano materializzati solo recentemente. Da anni infatti il Politburo stava studiando politiche per inglobare Kabul nell’orbita cinese, senza commettere l’errore di intervenire militarmente. Ben prima del ritorno dei Taliban, la Cina aveva proposto all’allora governo Ghani di partecipare alla costruzione di un corridoio infrastrutturale che avrebbe collegato lo Xinjiang con il porto di Gwadar, in Pakistan.

Nell’ottica della fruizione della nuova via della seta, il territorio afghano rappresenta una pedina fondamentale in due direzioni: una a Nord-Ovest, per collegare Pechino alle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, l’altra a Sud, per avere libero accesso all’Oceano Indiano, senza dover passare dal Mar Cinese Meridionale, dove sono presenti numerose basi militari americane.

Inoltre, il suolo afghano è estremamente ricco di litio, un minerale, scarsamente sfruttato dagli USA durante la loro ventennale occupazione, che garantirebbe alla Cina un’importante risorsa proprio per quanto riguarda la corsa al predominio tecnologico che si sta disputando tra Washington e Pechino.

Dal canto loro, i Talebani hanno fortemente bisogno del supporto cinese per varie ragioni. In primis, gli investimenti del gigante asiatico in Afghanistan rappresenterebbero una vera e propria boccata d’aria per la disastrata economia di Kabul, alle prese con un embargo di carattere quasi planetario, che potrebbe causare a breve carestie e crisi alimentari senza precedenti. Inoltre, il nuovo governo è alla disperata ricerca di riconoscimento in sede internazionale. La Cina è stata infatti uno dei pochi paesi a riconoscere immediatamente l’Afghanistan talebano e a collaborare con esso, mentre il resto del mondo gli voltava le spalle, considerandolo un regime oscurantista e lesivo dei più basilari diritti umani. Non sorprende dunque ciò che ha affermato recentemente il portavoce talebano Zabihullah Mujahid, il quale ha definito Pechino “il principale partner economico dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

Non è comunque sufficiente spiegare questa alleanza solo su basi economiche, ma è necessario allargare lo spettro d’indagine alla Cina e alle sue vicende interne.


La questione uigura: fra indipendentismo e radicalismo islamico

Il ritorno al potere dei Taliban potrebbe rivelarsi un giano bifronte per la Cina di Xi. Se da un lato il paese rappresenta una gigantesca risorsa su cui investire, dall’altro rischia di diventare una seria minaccia per la sicurezza interna della stessa Repubblica. In passato gli studenti coranici sono stati fra i principali finanziatori e sostenitori del terrorismo di matrice islamista, e il timore che

l’Afghanistan possa tornare ad essere una sorta di santuario del Jihad globale non è pura fantasia. Le paure di Pechino

sono tutte rivolte alla regione di confine dello Xinjiang, ove la maggior parte della popolazione è, come detto, di origine uigura e di fede sunnita. Qui è molto radicata una formazione d’ispirazione integralista islamica che lotta per l’indipendenza del Turkestan (lo Xinjiang in lingua turca) dal governo cinese. L’ETIM, meglio noto come Movimento Islamico del Turkestan Orientale, ha causato non pochi grattacapi negli ultimi anni, colpendo diversi obiettivi civili di etnia Han con attentati kamikaze, fino ad arrivare a vere e proprie rivolte armate contro la polizia cinese.

I legami dell’ETIM con altre organizzazioni radicaliste islamiche, come Al-Qaeda ed Hezbollah, sono appurati, e ciò rende assai complicato il coinvolgimento di Pechino in un paese la cui classe dirigente potrebbe essere, almeno sottobanco, sponsorizzatrice di tali gruppi. La possibile rinascita del jihadismo in Afghanistan, dovuta all’instabilità e debolezza del nuovo governo, unita alla sempre più virulenta repressione del governo cinese verso la popolazione uigura, rappresenterebbe una minaccia potenzialmente letale per il paese.

Come si muoverà dunque la Cina? Pechino cercherà di porre una “conditio sine qua non” per offrire ausilio economico e “know-how” tecnologico ai nuovi padroni di Kabul. I Talebani dovranno cercare di contrastare il più possibile i gruppi integralisti, e di non finanziare a loro volta la guerriglia islamica in altri paesi. In poche parole, dalla stabilità interna dell’Afghanistan passa la stessa stabilità del colosso cinese.

C’è ancora un altro motivo che bisogna tenere in considerazione per capire la natura di questa alleanza, ed è strettamente legato alla lotta in corso per la supremazia nel continente asiatico.


Il nemico del mio nemico è mio amico: la questione indo-pakistana

Che i Talebani fossero, fin dalla loro creazione, legati a doppio filo al governo pakistano, è ormai cosa nota. Che fra Islamabad e Nuova Delhi non scorra buon sangue, è altrettanto lapalissiano, ma non è obiettivo di questo articolo analizzare le cause di tale scontro. Più interessante risulta invece studiare i motivi delle tensioni fra i due giganti asiatici, Cina e India. Riassumere le ragioni storiche e politiche di questa rivalità svierebbe il discorso verso altri binari; in questa sede, è sufficiente sottolineare il motivo attuale di tale scontro, ovvero la corsa per il predominio geopolitico dell’intero continente. Per ovvi motivi geografici, demografici, economici e militari, i due paesi sono i più potenti attori della regione.

L’alleanza sino-afghana è da leggere dunque, anche in termini strettamente strategici. Il supporto cinese a Kabul e Islamabad è volto a contrastare l’influenza indiana in tutto il subcontinente. Allargando lo spettro d’indagine a livello globale, possiamo però trarre anche altre conclusioni. L’India è uno dei principali alleati statunitensi, sia militarmente che economicamente. Indebolire Nuova Delhi sarebbe come indebolire la stessa America in una parte del globo di importanza strategica incalcolabile.

Grazie all’alleanza con i Talebani e con il Pakistan, la Cina ha di fatto accerchiato il suo nemico, negandone l’accesso ad aree strategiche del subcontinente, sia via terra che via mare. La minaccia nucleare pakistana, il rischio di un’escalation terroristica di matrice islamica nel Punjab e la pressione cinese a Nord, non faranno dormire sonni tranquilli ai policy-makers indiani.








E’ sempre più evidente che la Cina stia emergendo come una delle principali potenze globali e la sua politica estera, così attiva ed aggressiva, non può che confermare questo trend.

Pechino sta approfittando del ritiro statunitense dall’Afghanistan per plasmare politicamente ed economicamente questo paese secondo le sue direttive. L’alleanza con i Talebani potrebbe però rivelarsi tanto proficua quanto pericolosa. Al momento, Xi e la sua cerchia si sono limitati a spedire a Kabul personale tecnico e diplomatico, guardandosi bene dall’inviare alcun tipo di contingente armato, consapevoli della difficoltà di controllare militarmente il paese. Pechino, è bene specificarlo, non ha particolarmente a cuore il regime talebano in sé, quanto la stabilità politica dell’Afghanistan, senza la quale non sarebbe possibile attuare riforme e massicci investimenti. Attualmente, i Talebani rappresentano l’unica forza politico-militare in grado di controllare, più o meno direttamente, l’intero territorio nazionale. Mettendo da parte la retorica sul mancato rispetto dei diritti umani (di cui neanche Pechino sembra curarsi) ed analizzando la situazione afghana attraverso un’ottica di realpolitik bismarckiana, gli studenti coranici appaiono come gli unici interlocutori con cui stabilire un solido canale diplomatico.

La pedina afghana fa parte di un gioco assai più articolato e complesso, che sta vedendo sempre più contrapporsi i due colossi della politica mondiale. La costante minaccia cinese a Taiwan, le recenti tensioni fra Pechino e l’AUKUS per la vendita statunitense di sottomarini nucleari all’Australia, senza dimenticare problematiche presenti da decenni e pronte a riemergere con nuovo vigore, come la questione coreana o la corsa per il predominio nel Mar Cinese Meridionale, sono tutte facce dello scontro che si sta profilando, a livello globale, fra Cina e Stati Uniti.

L’Oceano Pacifico sarà l’epicentro di questa nuova crisi che qualcuno ha già definito, forse un po’ frettolosamente, come “nuova guerra fredda”. L’Afghanistan sembra essere rientrato dopo quasi due secoli di nuovo in un Great Game che si gioca tra Oriente e Occidente, e gli equilibri geopolitici del mondo potrebbero decidersi a Kabul.






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