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Nelle fauci del Dragone: storia e geopolitica della crisi di Taiwan

Updated: Sep 29


di Lorenzo Ruffi


Mentre Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei Rappresentanti americana, visitava lo scorso 3 agosto l’isola di Formosa, oggi nota in tutto il mondo con il nome di Taiwan, diversi aerei da combattimento della Repubblica Popolare cinese sfrecciavano a tutta velocità sopra le teste della delegazione statunitense, mentre le navi della Marina Militare di Pechino ormeggiavano minacciosamente a largo di Taipei. Le esercitazioni militari su larga scala a due passi dall’isola sono la risposta concreta offerta dal Partito Comunista cinese alla storica visita della donna che riveste la terza carica politica per importanza degli Stati Uniti d’America. Perché questa piccola porzione di terra è al centro delle tensioni fra le due principali potenze del XXI secolo? Crocevia di concreti interessi economici e strategici per gli americani, ultimo tassello per la riunificazione nazionale cinese, Taiwan rappresenta una delle sfide geopolitiche più calde del nuovo millennio. A ciò si aggiungono le mai sopite tensioni fra le due Coree, naturalmente agli antipodi nello schieramento a fianco delle due potenze, il riarmo del Giappone e lo slittamento di Mosca verso oriente a seguito della guerra in Ucraina. Il baricentro geopolitico del mondo si sta spostando ad est, con l’Indo-Pacifico protagonista del nuovo scontro per la supremazia globale.


Perché Taiwan?


L’attuale dicotomia fra una Cina continentale a guida comunista e una Cina insulare caratterizzata dalla democrazia e dal libero mercato affonda le sue radici nei confusionari anni della guerra civile cinese. Combattuto dal 1927 al 1950 fra le forze comuniste riunite sotto l’egida del Partito Comunista cinese (PCC) e quelle nazionaliste, organizzate politicamente e militarmente nel Partito Kuomintang (KMT), il conflitto pose violentemente fine all’ancien regime cinese, caratterizzato dal dominio della millenaria monarchia celeste, dando vita de facto alla Cina contemporanea. I comunisti sognavano la trasformazione socialista del paese attraverso una rivoluzione che avrebbe dovuto avere la sua base nei contadini e nel proletariato agrario, sfruttati per secoli dalla prepotenza dei grandi signori feudali, mentre i nazionalisti volevano attuare un programma politico-economico di stampo nativista, basato su un programma di distribuzione di risorse e beni ai cinesi di etnia han non troppo diverso dai rivali comunisti: in un paese scarsamente industrializzato, entrambi gli schieramenti vedevano l’enorme massa rurale come il soggetto più adatto per portare a termine la trasformazione delle istituzioni statali. Dopo un periodo di collaborazione a causa dell’invasione militare del Giappone nel 1937, i due schieramenti tornarono a scontrarsi dopo il ritiro nipponico dalla Manciuria. Alla testa dell’Esercito Popolare di Liberazione vi era Mao Zedong, un cinquantenne emaciato originario della provincia di Hunan che aveva scalato i ranghi del Partito Comunista attraverso la sua brutalità e la profondità dei suoi scritti politici, destinati a diventare la Bibbia dei rivoluzionari di sinistra negli anni a venire; a guidare i nazionalisti, invece, vi era Chiang Khai-shek, un figlio della borghesia che si era formato presso le migliori accademie militari giapponesi e che era tornato in patria con la ferrea volontà di trasformare la Cina in un paese moderno e dalle velleità imperiali. Grazie alla conoscenza di Sun Yat-sen, Chiang aderì fin da subito al Kuomintang, divenendone in breve uno dei principali esponenti.

Fallite le trattative fra i due schieramenti all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, il conflitto civile riprese senza sosta. I comunisti, supportati massicciamente dall’Unione Sovietica, riuscirono in breve a conquistare una dopo l’altra le roccaforti nazionaliste, fino a penetrare, nell’aprile del 1949, all’interno delle mura di Nanchino, la roccaforte del Kuomintang. I nazionalisti, nonostante l’aiuto militare ed economico statunitense, non riuscirono a riprendere l’offensiva, preferendo trasferire le proprie forze interamente sull’isola di Taiwan, poiché l’esercito di Mao, privo di navi da combattimento, non avrebbe potuto tentare un’operazione anfibia per sbaragliare definitivamente i nemici. Qui Chiang proclamò la nascita della Repubblica di Cina (ROC) con capitale Taipei, in aperto contrasto con ciò che stava accadendo sul continente, dove Mao, il 1° ottobre 1949, annunciò solennemente la creazione della Repubblica Popolare cinese, con capitale Pechino. Da quel momento in poi due Cine quotidianamente si affrontano e si osservano. Le conseguenze di questa separazione, ignorate per decenni, stanno riemergendo oggi in tutta la loro rilevanza.


Il triangolo Pechino, Washington, Taipei: la politica statunitense verso le due Cine


Gli Stati Uniti continuarono a riconoscere in sede internazionale come unica e vera Cina quella nazionalista almeno fino all’inizio degli anni Settanta. A Taipei, il KMT aveva insediato un governo dai caratteri autoritari e fortemente anticomunisti che venne supportato e finanziato da Washington fin dalla sua creazione. Il Pentagono e il Dipartimento di Stato avevano individuato in Chiang e nella ROC i suoi bastioni di difesa della cosiddetta Pacific Belt, una zona da sempre strategicamente importante per gli USA che si allunga dalla Cina fino all’Australia, lambendo le Filippine, la penisola di Corea e il Giappone. Le cose iniziarono a cambiare quando le crescenti tensioni fra la Cina di Mao e l’Unione Sovietica toccarono un punto di non ritorno con lo scontro fra le truppe dei due giganti comunisti lungo il fiume Ussuri. Mao capì che per contrastare i sovietici aveva bisogno dell’aiuto dell’altra superpotenza globale: il clamoroso rapprochment fra Cina e Stati Uniti si consumò nel giro di qualche anno, culminando nella visita segreta di Henry Kissinger a Pechino nel 1971. L’anno seguente lo stesso presidente Nixon visitò il paese asiatico, segnando un indelebile cambio di rotta per quanto riguardava l’atteggiamento americano verso Cina e Taiwan. A quest’ultimo venne tolto il seggio in qualità di membro permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il diritto di appellarsi come unico rappresentante del popolo cinese: significava di fatto riconoscere la Cina comunista come vera detentrice della sovranità politica e come interlocutrice in sede diplomatica internazionale.


Questo, tuttavia, non significò abbandonare completamente Taiwan: l’America ha continuato negli anni a vendere armi a Taipei attraverso il TRA (Taiwan Relations Act), approvato dal Congresso negli anni Ottanta per continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l’isola nonostante il governo americano non considerasse ufficialmente Taiwan un paese sovrano ed indipendente. I motivi per cui Washington non ha mai tagliato i rapporti con Taipei sono molteplici, e risiedono in particolare nella natura strategica dell’isola e nel ruolo che essa esercita nell’economia globalizzata del XXI secolo. Innanzitutto, Taiwan è uno dei principali avamposti americani nel Pacifico: insieme all’isola di Guam, che ospita la più importante base navale statunitense nella regione, Formosa gioca un ruolo di primo piano nel contenimento geostrategico della Cina. Con Giappone, Corea del Sud e Filippine, Taiwan completa l’accerchiamento di Pechino nel Mar Cinese Orientale. Dalla piccola isola, inoltre, transita circa il 40% dell’economia mondiale, per un valore annuale di oltre 5,3 trilioni di dollari. Taiwan è particolarmente all’avanguardia in settori strategici come la nanotecnologia e la produzione di semiconduttori avanzati, fondamentali per la costruzione in serie di beni comuni quali auto, smartphone, apparecchiature mediche e militari. Tutto ciò rende Taipei un alleato imprescindibile per gli americani, ma anche un boccone particolarmente prelibato per la Cina continentale. Pechino ha sempre considerato l’isola di Taiwan come parte integrante del suo territorio, ma per decenni ha mantenuto i toni bassi perché impegnata prima a ricostruire internamente il paese, e poi a trasformare la Cina nell’impero commerciale transnazionale che appare oggi. Ora che il Dragone è tornato forte, il Partito Comunista è pronto a flettere i muscoli e ad esibire la propria forza per realizzare la tanta ambita politica dell’unica Cina, andandosi necessariamente a scontrare col vecchio partner americano.


Nuove e vecchie potenze: Cina e Stati Uniti a confronto nel nuovo millennio



La svolta degli anni Settanta in Cina, iniziata con l’apertura diplomatica agli Stati Uniti e ai paesi occidentali e culminata con le rivoluzionarie riforme economiche di Deng Xiaoping, catapultò il Dragone in una nuova era. Le fallimentari politiche economiche di Mao convinsero gli alti ranghi del PCC ad invertire la rotta, aprendo lo sconfinato mercato cinese alle imprese private straniere e al capitalismo di stato. Per la prima volta un paese comunista adottava un’economia di libero mercato: il take off cinese fu in grado di mutare radicalmente la fisionomia interna ed esterna del gigante asiatico, consegnando alla classe dirigente di Pechino un potere impensabile durante l’era di Mao. La Cina di Deng divenne ben presto un attore atipico negli schemi della geopolitica contemporanea: mentre l’Unione Sovietica si sgretolava e gli USA imponevano con la forza il loro potere ai quattro angoli del mondo, un nuovo impero stava silenziosamente sorgendo. Un impero che ha però costruito le sue fortune non attraverso la diffusione di un’ideologia messianica e teleologica, ma tramite il commercio e lo scambio di beni su scala globale.

L’impero economico cinese è, ad oggi, il più fiorente al mondo: Pechino ha stretti legami con paesi di ogni continente, mentre in Europa, zona esclusiva d’interesse americano da ormai un secolo, sta lentamente scavalcando proprio gli Stati Uniti come principale partner economico di paesi fondamentali come la Germania e l’Olanda. La Cina sta inoltre investendo miliardi di dollari per realizzare il futuristico progetto della “nuova via della seta”, un percorso terrestre e marittimo che collegherebbe i mercati cinesi al cuore dell’Europa, passando attraverso le fertili pianure dell’Asia centrale e gli aridi deserti del Medio Oriente. Nel secolo della globalizzazione, la partita fra le due principali potenze del pianeta si sta giocando sul tavolo del soft power e degli scambi commerciali. Gli americani sono sempre stati disposti ad accettare la Cina come potenza regionale, ma ora che il Dragone ha capacità di agire a livello globale è necessario quantomeno provare a contenerne l’espansionismo. Come si inserisce Taiwan in questa questione? Taipei segna una linea rossa sia per Washington che per Pechino: Xi Jinping, attuale leader cinese formatosi durante gli anni di Deng, ha ribadito più volte come l’obiettivo dell’unica Cina debba essere realizzato entro il 2050 (data che simboleggia il centenario della fondazione della Repubblica Popolare) ad ogni costo, mentre la presidenza Biden ha affermato che, qualora la Cina invadesse l’isola, l’America sarebbe disposta ad inviare i propri uomini a difendere l’integrità e la sovranità di Taiwan. Per gli Stati Uniti impedire l’assoggettamento di Taipei alla Cina significherebbe stroncare sul nascere le velleità imperiali di Pechino: sarebbe un colpo simbolico, oltre che materiale, di primaria importanza. Le ombre della guerra sembrano aleggiare minacciosamente sull’isola; le esercitazioni militari si moltiplicano giorno dopo giorno, mentre le missioni diplomatiche e commerciali americane a Taipei sono sempre più frequenti. Stiamo davvero per assistere ad una guerra frontale fra Stati Uniti e Cina?


La resa dei conti globale è davvero dietro l’angolo?


Durante la prima settimana di agosto, Xi ha ordinato, durante le esercitazioni militari cinesi attorno a Taiwan, di simulare un attacco completo all’isola mentre Nancy Pelosi e la sua delegazione incontravano a Taipei la leader taiwanese Tsai Ing-wen. Le simulazioni di uno sbarco anfibio sono proseguite anche nei giorni seguenti al 3 agosto. Davvero la Cina è sul punto di invadere Taiwan, scatenando una guerra dagli esiti catastrofici contro la principale potenza del mondo? Sebbene la situazione resti estremamente tesa ed aperta ad ogni scenario, alcune indizi possono essere forniti dall’andamento interno del gigante asiatico. L’economia di Pechino ha rallentato vistosamente negli ultimi mesi, complice una situazione disastrosa del mercato immobiliare, che occupa circa il 30% del PIL cinese. Il governo aveva stanziato miliardi per la costruzione di case ed interi quartieri popolari che tuttavia non sono stati ancora venduti a causa della pandemia di Covid-19 e delle politiche draconiane del regime comunista per arginare i contagi: logica conseguenza è stato il mancato pagamento dei mutui da parte di molti cittadini che rischia di impoverire ulteriormente le casse dello stato. Altra falla nel sistema è l’indice di disoccupazione giovanile, schizzato nel giro di un anno al 19,3%, causando enormi proteste di piazza in tutto il paese. La politica “zero covid” e i rigidissimi lock-down imposti dal governo hanno lentamente strangolato le imprese nazionali, rallentandone vistosamente i tassi di crescita. La sensazione è che scatenare una guerra dagli esiti incerti in un momento di congiuntura economica particolarmente sfavorevole non sia una mossa molto congeniale, e probabilmente a Pechino questo lo sanno bene. Inoltre, Xi non vorrebbe assolutamente ripetere gli errori commessi dalla Russia in Ucraina: in caso di attacco a Taiwan, la Cina verrebbe isolata dai paesi del blocco occidentale, che rappresentano ancora i principali partner economici del Dragone. Ciò significherebbe far crollare l’intero impero commerciale faticosamente costruito negli ultimi quarant’anni, costringendo la Cina a rivolgersi esclusivamente alla fetta di mercato rappresentata dai paesi emergenti, che non garantirebbe a Pechino di certo le stesse entrate dell’Europa e dell’America. Infine, il problema militare: la Cina ha speso miliardi per modernizzare il proprio esercito, ma la parità strategica in armamenti con gli Stati Uniti è ancora molto lontana. Taiwan non può di certo contare sulle forze a disposizione di Pechino, ma possiede un esercito molto ben addestrato e armato dagli americani e dalla NATO. La fallimentare campagna russa in Ucraina è sotto gli occhi di tutti, e Xi, al momento, non è disposto a gettarsi in un’avventura militare che potrebbe avere esito simile. Il XX congresso del Partito Comunista che si terrà in autunno deciderà le sorti del leader cinese: il Politburo potrebbe rinnovargli la fiducia a Segretario Generale qualora la congiuntura economica e politica del paese fosse in ripresa. La Cina contemporanea si basa su un contratto sociale atipico: la popolazione è disposta ad accettare l’egemonia del Partito solo se questo è effettivamente in grado di portare pace e benessere; in caso contrario, i cinesi potrebbero sollevarsi e mettere a repentaglio la presa del PCC sul paese. Per quanto molti considerino Taiwan parte integrante del proprio paese e della propria cultura, in pochi sarebbero disposti ad accettare una guerra che stravolgerebbe l’equilibrio sociale in patria.


L’Indo-Pacifico e i nuovi equilibri regionali

I problemi economici e sociali che la Cina è stata costretta ad affrontare negli ultimi mesi potrebbero far desistere Xi dall’intraprendere una guerra aperta con Taiwan e, molto probabilmente, con gli Stati Uniti in questo frangente. Il leader cinese potrebbe giocare la carta del conflitto per distogliere l’opinione pubblica dai problemi interni e concentrarla invece sulla crociata nazionale per conquistare la tanto ambita isola, ma sarebbe un gioco che non varrebbe la candela. Anche se l’invasione di Taiwan appare, ad oggi, abbastanza improbabile, ciò non significa che la crisi sino-americana sia rientrata, tutt’altro. Lo scacchiere geopolitico è cambiato radicalmente nel corso degli ultimi mesi, facendo tornare l’Europa al centro degli studi di sicurezza internazionali. L’invasione russa dell’Ucraina ha alterato il sistema delle relazioni globali, costringendo l’Europa e il Giappone ad un forzoso riarmo per contrastare la bellicosità del Cremlino e dei suoi alleati. Le sanzioni imposte a Mosca hanno allontanato la Russia dall’orbita dei paesi europei, spingendola verso la Cina e facilitandone la cooperazione col regime di Xi; il sogno dughiniano di un fronte euroasiatico in opposizione frontale all’Occidente sembra essere sul punto di realizzarsi, ma a tenere saldamente in mano le redini di questa alleanza è senza dubbio Pechino, economicamente e politicamente più in salute del partner moscovita. Per fronteggiare la sfida lanciata dall’Orso e dal Dragone, il Giappone ha già annunciato un massiccio riarmo, una novità di primo piano per il paese nipponico che teneva a freno la spesa militare fin dalla sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Orfano di Shinzo Abe, l’uomo che aveva rilanciato il paese nel novero delle grandi potenze, Tokyo si appresta ora a giocare un ruolo di primissimo piano nel contenimento strategico della Cina. Altro attore a giocare un ruolo chiave è la Corea del Sud: la “tigre asiatica” per eccellenza, dotata di uno degli eserciti più efficienti del pianeta, è impegnata nel pattugliamento del Mar Giallo e del famigerato trentottesimo parallelo, che traccia il confine più militarizzato del pianeta. A meno di duecento chilometri di distanza da Seul sorge Pyongyang, la capitale del regno eremita della Corea del Nord, un alleato “insopportabile” ma comunque strategico per la Cina. L’esistenza del regime di Kim Jong-un e del suo arsenale atomico funge da deterrente per qualsiasi piano americano di riunificazione armata della penisola di Corea; tuttavia, la Cina è costretta a spendere molto in beni alimentari e armi per mantenere in piedi il regno del dittatore nordcoreano, suo fondamentale avamposto nel cuore dell’estremo oriente asiatico. La partita non si gioca solo nel Mar Cinese Orientale, e gli Stati Uniti ne sono profondamente consapevoli. Per frustrare i sogni cinesi di dominio sull’intera regione, l’amministrazione Biden, congiuntamente al governo Johnson inglese e a quello australiano di Morrison, ha formalizzato la nascita dell’AUKUS, una nuova alleanza militare difensiva nel cuore del Pacifico. Il progetto nasce evidentemente in funzione anticinese con lo scopo di evitare che si formino nuovi focolai di crisi: la protezione di Taiwan rientra ovviamente fra i principali obiettivi congiunti dell’alleanza. Sebbene la guerra di Putin abbia riportato il Vecchio Continente al centro della cronaca, gli equilibri di potere e il futuro scontro per la supremazia globale sono ormai concentrati nell’Indo-Pacifico. Qui è dove vecchi e nuovi imperi si sfideranno, qui è dove sapremo se il nuovo bipolarismo sino-americano riuscirà a sopravvivere in maniera pacifica, o se la funesta logica delle armi e dello scontro frontale deciderà le sorti delle due superpotenze. Possiamo solo osservare esternamente, completamente imponenti, e aspettare che la storia faccia il suo corso.




Bibliografia consigliata


-Henry Kissinger, On China, Penguin, New York, 2012

-Marc Lanteigne, Chinese Foreign Policy: an introduction, Routdledge, London, 2019

-Giada Messetti, Nella testa del Dragone. Identità e ambizioni della nuova Cina, Mondadori, 2020

-Francesco Congiu, Barbara Onnis, Fino all’ultimo Stato. La battaglia diplomatica fra Cina e Taiwan, Carocci, 2022

-Kerry Brown, The trouble with Taiwan: History, Identity and a Rising China, Zed Books, 2019

-Graham Allison, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi Editor, 2018







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