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Shabbiha: le milizie fantasma che hanno insanguinato la Siria

Updated: May 17


di Lorenzo Ruffi. “Una Mercedes con i vetri oscurati si affianca al marciapiede e parcheggia poco più avanti. Il campo del lunotto dell’auto è occupato da una gigantografia della trinità degli Asad: Hafez e i due figli Basil e Bashar, tutti e tre rigorosamente ritratti con indosso occhiali da sole e baffi. Dalla vettura escono due uomini, con pantaloni scuri e un giubbotto di pelle (…).”

“Sono shabbiha!”, mi sussurra Abu Sus. “Cosa significa?”, domando. “Sono uomini dei servizi. Le loro auto sono chiamate shabah, fantasmi, perché sono ovunque, ma non sempre ti accorgi quando ti arrivano alle spalle.” (Trombetta,2013, p.133)

Era il 1998, e il giornalista italiano Lorenzo Trombetta ricorda così il suo primo incontro a Damasco con la figura più temuta dal siriano medio.

Ma chi sono veramente questi shabbiha? In questo articolo si cercherà di gettare nuova luce su un fenomeno pressochè sconosciuto al di fuori della Siria, ma la cui storia merita di essere approfondita.

Partita come una piccola gang criminale dedita allo spaccio e al contrabbando, si è lentamente trasformata in una delle milizie più violente e spietate che abbiano preso parte al conflitto siriano: da criminali più o meno combattuti dal regime del ba’th, a difensori in prima linea dello stesso regime degli Asad durante la guerra civile.

Le origini: lo spaccio, il contrabbando, i legami col regime

Per inquadrare correttamente questo fenomeno bisogna, innanzitutto, capire cosa significhi in arabo la parola shabbiha (singolare Shabah). La traduzione più immediata di questo termine, in dialetto levantino, è quella di fantasma, di un qualcosa di cui non si può avvertire fisicamente la presenza. Alcuni fanno invece derivare questa parola dalla radice trilittera sh, b, h, che indica qualcosa o qualcuno inerente alla sfera del popolo, con accezione, solitamente, dispregiativa.

Alla seconda accezione del termine si rifacevano le popolazioni delle montagne alawite nel nord della Siria, che indicavano con shabbiha quei giovani che non erano attratti né dal mondo del lavoro, né dalla carriera accademica, e che iniziarono a guadagnarsi da vivere contrabbandando merce fra il vicino Libano e la costa mediterranea siriana. (Trombetta, 2013, p. 135)

Salta subito all’occhio un elemento: la maggior parte degli shabbiha è di fede alawita e proviene dalle regioni montane del nord-ovest della Siria, proprio come la famiglia Asad e i principali vertici del partito Ba’th. E’ un legame che si rivelerà di enorme importanza.

Nascono dunque come una piccola gang criminale alla fine degli anni settanta, dedita al contrabbando e allo spaccio lungo la costa mediterranea, senza apparenti collegamenti politici col regime di Hafez Al-Asad. Le città costiere di Latakia e Tartus sono le loro roccaforti, ma la loro maggior fonte di guadagno è in Libano.

Con lo scoppio della guerra civile a Beirut e il caos che di conseguenza avvolse il paese dei cedri, le bande di shabbiha trovarono terreno fertile per espandere i loro traffici criminali, contrabbandando beni primari di cui la popolazione necessitava, ma anche tabacco, droga e, ovviamente, armi. Riuscivano a far entrare in Siria anche prodotti occidentali banditi dal socialismo del Ba’th, come apparecchi elettronici e vestiti costosi, che venivano venduti al mercato nero a prezzi astronomici.

Per i vertici del regime siriano queste piccole gang di stampo mafioso rappresentavano una spina nel fianco, che doveva essere ad ogni costo estratta. Per ottenere lo scopo vennero incrementati i piani di completa nazionalizzazione delle risorse siriane, al fine di indebolire il potere economico degli shabbiha e sottrarre loro risorse.

A guidare i principali gruppi criminali erano in maggioranza membri di tribù alawite imparentate con gli Asad, il che scatenò un certo imbarazzo ai piani alti di Damasco. Uno dei principali leader era infatti Jamil Al- Asad, fratello del presidente Hafez (sic!). I suoi due figli, Fawwaz e Mundhir, gestiranno i principali traffici di droga del Mediterraneo orientale per tutti gli anni novanta e i primi duemila. (Chapman, 2014, p.23)

Fawwaz in particolare, soprannominato il “gangster di Latakia”, era noto per i suoi eccessi e per la sua brutalità. Presidente della locale squadra di calcio, girava in città armato di pistola e circondato da corpulente guardie del corpo. Sembrava che la costa siriana fosse diventata un feudo degli shabbiha, cosa che al nuovo rais Bashar Al-Asad non poteva andare a genio.

Shabbiha e Bashar: un matrimonio di convenienza?

Giunto al potere, Bashar si presentò all’opinione pubblica siriana come un presidente innovatore. Era giunta l’ora di abbandonare l’economia pianificata e di aprire la Siria al libero mercato, di smantellare lo stato di polizia delle mukhabarat per instaurare un regime più democratico e meno dispotico.

Per contrastare lo strapotere degli shabbiha lungo la costa era necessario trovare una soluzione ingegnosa. Bashar pensò di riformare l’intero sistema economico attraverso un intricato sistema di deleghe e cooptazioni dei vari settori produttivi ai privati. Così facendo, piccoli gruppi di appaltatori legati alla cerchia del presidente per motivi politici o, molto spesso, di sangue, ereditarono l’intero apparato economico siriano. Fra i beneficiari di queste concessioni rientravano diversi leader shabbiha, che godevano di legami di parentela più o meno stretti con il clan degli Assad.

Con questa mossa, il nuovo rais aveva velatamente incluso nella legalità le bande di criminali che in precedenza erano state contrastate, delegando loro alcuni settori produttivi, riuscendo a porre freno alla violenza degli shabbiha sulla costa siriana una volta per tutte. Dal canto loro, gli ex picchiatori e gangster di Latakia divennero una colonna portante nell’apparato di sicurezza del regime. Affiancandosi ai servizi segreti delle mukhabarat e all’esercito, gli shabbiha divennero una delle principali risorse di controllo endogeno della popolazione siriana. (Trombetta, 2013, p.135)


Non facendo parte, a titolo ufficiale, delle forze armate siriane, essi si mimetizzavano facilmente fra la popolazione civile, nei bar, nelle strade, nelle palestre. Spesso indossavano occhiali da sole e avevano folti baffi neri. Nessun siriano si sentiva libero di criticare il regime in luoghi publici, perché qualche shabbiha poteva essere nelle vicinanze, se non il diretto interlocutore.

Il matrimonio fra il regime siriano e le gang di Latakia si rivelò estremamente felice. All’orizzonte, però, si stavano accumulando nubi grigi per il regime; gli shabbiha sarebbero scesi in campo per difenderlo ad ogni costo, portandosi dietro una scia di morte e violenza apparentemente senza fine.


La guerra civile e il massacro di Houla

Con lo scoppio della guerra civile fra le forze lealiste e le formazioni anti-governative riunite sotto la sigla dell’Esercito Siriano Libero (ESL) assistiamo all’incredibile mobilitazione di intere unità di shabbiha a difesa del regime di Bashar Al-Assad. Come abbiamo visto, questi gruppi criminali avevano beneficiato molto della liberalizzazione economica intrapresa nei primi anni duemila dal regime siriano, e si erano silenziosamente integrati nel tessuto affaristico-repressivo della nuova Siria di Bashar.


Nella primavera del 2011, all’inizio delle proteste, molte organizzazioni non governative arabe segnalarono l’improvviso ritorno in scena delle bande di shabbiha. Esse si introducevano nelle manifestazioni, mimetizzandosi nella folla, per poi eliminare, all’interno di essa, gli elementi sgraditi al regime. Questa tattica all’inizio paralizzò i manifestanti, che non si aspettavano di trovare fra loro agenti sotto copertura.

Con lo scoppio del conflitto a partire dal 2012 gli squadroni della morte entrarono pienamente in azione. Molti gruppi di shabbiha affiancarono le unità dell’esercito regolare per contrastare i nemici del regime, mentre altre prestarono fede alla propria originale nomea di fantasmi, continuando ad agire nell’ombra.

Il 25 Maggio 2012 la violenza dei miliziani fantasma raggiunse uno dei suoi punti più alti. Nel villaggio di Houla, località a maggioranza sunnita controllata dai ribelli, 108 persone, di cui quasi la metà bambini, vennero massacrate da squadroni di shabbiha.

Nei giorni seguenti anche gli alleati più stretti, come Russia e Iran, restarono inorriditi davanti alle decine di corpi mutilati e sgozzati che infestavano il villaggio a nord di Homs. Il governo negò ogni coinvolgimento, ma era chiaro che gli shabbiha avessero agito per conto di qualcuno.

Per il regime gli squadroni della morte erano e sono una risorsa fondamentale per varie ragioni.

Innanzitutto va ricordato che, salvo pochi casi di mercenari, gli shabbiha sono tutti alawiti, ovvero legati alla minoranza religiosa di cui fa parte la stessa famiglia Asad. Essi vedono il regime come l’unico argine al dilagare del sunnismo, e il regime, a sua volta, incanala la loro violenza per proteggere sé stesso.

Non essendo legati ufficialmente ad esso, gli shabbiha possono essere utilizzati per compiere azioni brutali e immorali senza che il governo siriano venga direttamente tirato in ballo. Il massacro di Hama del 1982 perpetrato da Hafez Al- Asad ed eseguito dai reparti dell’esercito sconvolse l’opinione pubblica siriana; il figlio ha appreso la lezione, facendo commettere atrocità ingiustificate durante la guerra non al suo esercito regolare, ma alle sue milizie fantasma. (Chapman, 2014, p.26)

Resta un dubbio ancora da sciogliere. Chi comanda gli shabbiha? Agiscono spontaneamente, o eseguono gli ordini di una misteriosa gerarchia al cui vertice c’è la famiglia Asad?


Un fenomeno isolato? Comparare realtà diverse


Non possiamo sapere realmente se a guidare questi squadroni della morte ci sia il Presidente in pectore o meno. Non sappiamo inoltre se questi gruppi abbiano una leadership centralizzata o agiscano autonomamente. Ciò che è certo è che gli interessi del regime e degli shabbiha coincidono.


Per il resto del conflitto, essi hanno continuato a sporcarsi le mani, combattendo contro tutti i nemici del ba’th: ESL, jihadisti, curdi etc. Hanno fornito importante sostegno anche alle milizie sciite operanti in Siria, come le Forze Quds iraniane e l’Hezbollah libanese.


Allargando lo spettro di indagine ad altri contesti sorge spontanea una domanda. Gli shabbiha esistono solo in Siria o si trovano anche altrove?


Molti regimi repressivi hanno utilizzato squadroni della morte per tenere a bada la propria popolazione senza dare troppo nell’occhio.


Per esempio, durante le Primavere arabe il governo Mubarak era ricorso ad analoghi gruppi per tenere a bada le proteste di Piazza Tahrir. I baltagiyya egiziani avevano lo scopo di mantenere particolarmente sotto controllo i manifestanti della Fratellanza musulmana, considerata il principale pericolo per il regime. (Kepel, 2018, p.150)


Diverso è il caso iraniano. Qui quelli che più si avvicinano agli shabbiha siriani sono i cosidetti basiji, gruppi di volontari che si arruolavano durante la guerra Iran-Iraq per farsi saltare in aria contro i carri armati di Saddam. Oggi sono parte dei servizi di sicurezza, e tutelano e vegliano sulla “morale” della Republica Islamica, occupandosi di sequestrare e imprigionare i dissidenti. Essi sono però legati ai Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, e quindi considerati, a tutti gli effetti, pubblici ufficiali del regime iraniano. Abbiamo visto come per gli shabbiha non ci sia alcun legame ufficiale col governo siriano; è un importante punto di discontinuità.


Un ultimo esempio forse può risultare più calzante, anche se appartenente ad un contesto e ad un’epoca lontanissimi.


Per il ruolo che gli shabbiha hanno avuto durante la guerra civile, il loro equivalente più prossimo è, forse, quello dei Freikorps tedeschi nei primi anni venti del XX secolo. Assoldati indirettamente dal governo Ebert per distruggere il nascente movimento comunista a Berlino, essi erano composti da squadracce di reduci dal fronte, senza una leadership centralizzata. Distruggevano per non essere distrutti, come gli shabbiha. Cieco fanatismo, rozzo cameratismo e un inguaribile amore per la violenza sono altri elementi di contatto.


Detto ciò, è impossibile stabilire una connesione univoca fra gli shabbiha e altri gruppi simili in contesti ed epoche differenti. La specificità del contesto siriano ha permesso a questi uomini di salire agli onori della cronoca, e di guadagnarsi un potere impensabile rispetto ad altri gruppi nei contesti sopra elencati.


Lungi dall’essere solo signori della guerra, picchiatori incalliti o membri di gang mafiose, gli shabbiha rappresentano il volto più crudo della Siria di Bashar Al-Asad.


Finchè a Damasco regneranno violenza e disordine, le milizie fantasma non scompariranno, perché indissolubilmente legate a questo terribile binomio.





Bibliografia di riferimento


1. Trombetta Lorenzo, Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre, Mondadori, Milano, 2013

2.Kepel Gilles, Uscire dal caos. Le crisi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019

3. Chapman Andrew, Defining and Dangerous? An examination of the Assad regime’s use of the Shabbiha militia in the Syrian conflict, Center for international studies and diplomacy, school of Oriental and Asian studies, University of London, 2014 Copyright: Cover Image: Business Insider In text image 1: Spiked Stories In text image 2: Spiked Stories In text image 3: Anadolu Agency

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