• Koinè Journal

Ucraina in fiamme: lo spettro della crisi torna a materializzarsi anche per il Medio Oriente


di Lorenzo Ruffi.


Mentre il conflitto fra Kiev e Mosca non accenna a diminuire di intensità, molti governi e regimi del Medio Oriente e Nord Africa guardano con estrema preoccupazione agli eventi che stanno devastando l’Ucraina. Perché paesi come l’Egitto, la Siria, la Tunisia o la Turchia temono fortemente che il prolungamento della guerra possa nuocere ai loro interessi e a milioni dei loro cittadini? In un precedente articolo avevamo analizzato le conseguenze che il conflitto russo-ucraino avrebbe potuto avere sul sistema delle relazioni internazionali euro-atlantico, trascurando il resto del pianeta. Obiettivo di questo articolo, invece, sarà spiegare come e perché questa guerra possa innescare un processo di deflagrazione di quella bomba a orologeria che è il Medio Oriente, sviscerando i delicati equilibri economico-politici su cui questa macroregione si regge. Per comprendere come ciò sia possibile, è necessario fare una breve disamina delle recenti crisi che hanno coinvolto questa parte del mondo.


Primavere arabe: pane e democrazia

Tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011 l’intero mondo arabo venne scosso da una serie di proteste che finirono per mutare radicalmente l’assetto politico di quasi tutti i paesi coinvolti (Kepel, Uscire dal caos. Le crisi nel Mediterraneo e Medio Oriente, 2019). Alla base di questi sommovimenti vi erano diversi fattori che possono essere riassunti, per comodità, in due principali moventi: una forte richiesta dal basso per l’introduzione di forme democratiche di governo e per la cessazione della violenza politica, e un’improvvisa impennata del costo dei beni alimentari di prima necessità. Secondo gli esperti della FAO, l’ente preposto dall’ONU per monitorare la produzione agricola nel mondo e per aiutare i paesi bisognosi di beni primari alimentari a soddisfare il loro fabbisogno interno, fu una terribile siccità che colpì l’est Europa (Russia e Ucraina) e il Kazakistan a costringere i governi dei paesi mediorientali, molti dei quali importatori netti di grano dalle regioni caucasiche, ad aumentare il prezzo del pane e dei beni primari. La situazione si fece presto esplosiva, con conseguenze devastanti per la stabilità politico-economica dell’intera regione.


Il caso che più ci aiuta a capire come questo meccanismo possa portare ad una cronica instabilità è quello dell’Egitto. Questo paese, considerato per buona parte dello scorso secolo come uno dei più stabili dell’area, venne travolto da una improvvisa crisi politica che minò le fondamenta istituzionali su cui il Cairo si reggeva dai tempi dell’indipendenza dal colonialismo inglese. Sull’onda delle Primavere arabe, centinaia di migliaia di egiziani scesero in piazza e nelle strade per chiedere la rimozione del generale Mubarak, al potere dal 1981. La crisi economica ed alimentare in Egitto aveva toccato punte altissime, al punto che molti osservatori dichiararono che il paese si stesse pericolosamente avvicinando ad una fase di carestia. A catalizzare il malcontento della popolazione rurale e meno abbiente furono i Fratelli Musulmani, una formazione di matrice islamista che era nata e si era formata proprio in Egitto. Perché furono proprio loro a cavalcare il malcontento delle masse egiziane e non altre forze politiche di ispirazione laica e democratica? La risposta va cercata nell’agenda politica della Fratellanza: questa formazione aveva, fin dagli esordi, posto grande importanza sul ruolo dei ceti contadini, promettendo riforme agrarie che avrebbero permesso a questa popolazione di godere maggiormente dei frutti della propria terra senza dipendere dalle importazioni dall’estero (Wickham, The Muslim Brotherhood, 2015). Il risultato dei moti popolari egiziani fu l’elezione del candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, a presidente. La presidenza Morsi, durata solo un anno, poiché nel luglio 2013 una contro-rivoluzione organizzata dall’esercito mise al potere il generale Abdel Fattah al-Sisi, fu un evento a dir poco straordinario, che mise in luce un processo che di lì a poco avrebbe sconvolto gli equilibri di altri paesi mediorientali. La popolazione voltava le spalle ai regimi che si erano affermati dopo l’indipendenza e dopo la lotta anticoloniale, preferendo dar fiducia a forze politiche relegate da decenni ai margini del sistema: è un processo che si sarebbe verificato anche in Libia, Tunisia, Siria e Bahrain.


Tornando al presente, possiamo osservare come la guerra in Ucraina stia influenzando negativamente la raccolta e la distribuzione di grano mondiale. Kiev e Mosca sono fra i principali produttori di grano al mondo, e molti paesi che beneficiano delle loro scorte si trovano proprio nel mondo arabo. La possibilità che si verifichino nuove proteste e rivoluzioni causate dalla mancanza di beni alimentari è un rischio enorme che molti paesi mediorientali stanno correndo in questi giorni. Ancora oggi, l’Egitto importa più dell’80% del proprio fabbisogno di grano dall’Ucraina;

pure il Libano si avvicina a questa percentuale. Anche la Tunisia, paese in cui si accese la prima fiamma delle proteste nel 2010, rischia di andare incontro alla carestia senza le scorte dall’est Europa. Ma il problema dell’approvvigionamento del grano non è certo l’unico che il conflitto in Ucraina potrebbe scatenare nella regione. Tale guerra ha causato uno smottamento negli equilibri di potere nel pianeta, ed il Medio Oriente non ne è affatto esente.


Il graffio dell’Orso: Turchia al bivio, Egitto e Iran rivedono la partnership con Mosca

L’invasione russa dell’Ucraina è stata accolta in maniera diversa da alcuni dei principali attori politici della regione: c’è chi si è schierato nettamente a favore dell’invasore come la Siria di Bashar al-Assad, chi ha condannato la guerra come la Turchia, e chi, come l’Iran, pur approvando l’operato militare di Mosca, resta una mina vagante nel sistema di alleanze del Cremlino. Andiamo per ordine.

La Siria è uno storico alleato della Russia: le relazioni fra Damasco e Mosca godono di un ottimo status fin dagli anni Sessanta del XX secolo, e tale partnership si è rafforzata grazie al fondamentale sostegno militare offerto da Putin al regime siriano durante la guerra civile, scoppiata nel 2011 in seguito alle proteste antigovernative infiammate dagli eventi già descritti in Egitto, Tunisia e Libia. Comprendere perché Assad si sia schierato col regime amico, alla luce di ciò, è semplice. In realtà, il potere politico e la sovranità esercitato dal rais siriano sul suo paese sono velleitari, poiché il suo potere è garantito dalla massiccia presenza militare di Mosca e Teheran sul suolo siriano. L’aiuto che Damasco può fornire a Putin è esiguo: si è parlato dell’invio di volontari siriani, esperti nella guerriglia urbana, per portare aiuto alle truppe russe durante l’assalto a Mariupol, ma tali voci non sono mai state pienamente confermate. La Siria, tuttavia, è importante ai fini del nostro discorso poiché è il terreno su cui si articolano e si incrociano gli interessi di molteplici attori, fra cui quelli dell’Iran e di Erdogan.


La Turchia non ha accolto favorevolmente l’invasione russa per una serie di ragioni. Nonostante Erdogan abbia rapporti cordiali con Putin, gli interessi geopolitici di Ankara sono antitetici a quelli del Cremlino. I turchi si trovano in una posizione fortemente ambivalente: il loro paese è parte della NATO e fornisce armi alla resistenza ucraina (i formidabili droni Bayraktar), ma allo stesso tempo non partecipa alle sanzioni contro il regime putiniano. Ciò che interessa ad Ankara è proteggere la parte meridionale dell’Ucraina dall’attacco russo, ove lungo la costa del Mar Nero si concentrano importanti riserve di gas ancora da sfruttare. Le offensive dell’esercito di Putin, fallito l’assalto alla capitale Kiev, si sono concentrate esclusivamente nel Donbass meridionale, per chiudere l’accesso al mare agli ucraini. Erdogan, che ha ereditato la classica politica estera ottomana di difesa del Mar Nero dalle mire espansionistiche russe, vuole assolutamente impedire a Mosca di mettere le proprie mani sulle città costiere ucraine come Odessa e Mariupol. Ciò spiega come mai il leader turco sia stato il più attivo, fino ad ora, nel cercar di portare i due belligeranti ad un tavolo delle trattative. Altro terreno di divergenza fra Ankara e Mosca è, appunto, la Siria, dove Erdogan ha appoggiato massicciamente la componente islamista dei ribelli antigovernativi. Il presidente turco considera la caduta del regime di Assad come un tassello fondamentale per estendere la sua influenza a quella che era una delle più importanti province ottomane (la cosiddetta Bilad al Sham) ed imporre la propria pax turanica ad un paese praticamente in ginocchio. Non sorprende, dunque, la decisione di Erdogan di chiudere il suo spazio aereo ai voli russi diretti a Damasco in risposta alla rinnovata offensiva moscovita nel Donbass meridionale.


L’Iran e l’Egitto sono altri due attori ambivalenti, le cui posizione nei confronti di Mosca potrebbero cambiare in base al prolungamento della campagna in Ucraina. Il Cairo gode di importanti legami con Mosca, soprattutto per quanto riguarda i rapporti di natura economica ed energetica. L’Egitto importa grandi quantità di grano anche dalla Russia, ma il commercio fra i due paesi è proficuo anche per quanto concerne l’approvvigionamento di armi e gas naturale. Per queste ragioni, al-Sisi non ha mai condannato apertamente l’operato di Putin. Il generale egiziano, però, potrebbe presto cambiare posizioni, a causa delle pressioni occidentali e della crisi alimentare legata al prolungamento della guerra. Le sanzioni imposte alla Russia potrebbero renderla incapace di esportare il suo grano nel resto del mondo, e ciò costringerebbe il Cairo a trovare nuovi venditori. L’Europa è il candidato ideale, poiché in cambio potrebbe ricevere dal regime egiziano gas a basso prezzo per sopperire ai probabili tagli da parte di Mosca. L’Iran, invece, ha approvato l’operato di Putin in Ucraina più per la storica postura antioccidentale del regime degli ayatollah che per la volontà di difendere l’ambigua alleanza con la Russia. Teheran, infatti, si è trovata in una situazione incerta in Siria, in cui il rischio di pestarsi i piedi a vicenda col Cremlino si è più volte profilato; inoltre, il principale partner economico del paese resta la Cina, la quale permette all’economia iraniana di restare a galla nonostante le sanzioni e l’isolamento internazionale. Un fattore che potrebbe portare Teheran ad allontanarsi da Mosca è proprio legato al tema delle sanzioni: la presidenza Raisi si è dichiarata disponibile a rivedere gli Accordi di Vienna sul nucleare iraniano, che si erano interrotti sotto la presidenza Trump. Un compromesso su questo tema sarebbe fondamentale per alleggerire le sanzioni che soffocano l’economia iraniana: se tale accordo venisse raggiunto, l’Iran potrebbe ridurre ulteriormente le sue dipendenze energetiche dalla Russia e incrementare ancor di più la sua partnership con Pechino. Al momento ciò rappresenta solo un grosso punto interrogativo, vista anche l’imprevedibilità a cui Teheran ci ha sempre abituati.


Il ritorno della fitna: instabilità politica e pericolo jihadista

Analizzando retrospettivamente gli eventi che hanno sconvolto il mondo arabo negli ultimi dieci anni possiamo accorgerci che uno dei più tragici prodotti di tale instabilità è stato il proliferare di formazioni jihadiste operanti su scala globale. La sostituzione di regimi dispotici e corrotti non è stata seguita, salvo in Tunisia, dall’instaurazione di governi democratici e laici, ma da quella di forze politiche che hanno portato diversi paesi al caos (fitna) e alla guerra civile. La maggior parte di queste formazioni era di ispirazione islamista, come i Fratelli Musulmani, o addirittura jihadista, come i casi del Fronte al-Nusra e dell’ISIS. Non è obiettivo di questo articolo analizzare i complessi meccanismi che hanno portato alla diffusione e alla proliferazione di questi gruppi, ma per l’ottica seguita dalla nostra analisi, è importante capire in che condizioni essi si siano formati e abbiano prosperato.



L’instabilità governativa, talvolta sfociata in vere e proprie guerre civili come in Siria, Yemen o Libia, è un fattore determinante nel permettere la crescita e il radicamento di formazioni salafite o jihadiste. Analizzando la situazione attuale, determinata da un equilibrio precario a livello economico e sociale in molti paesi dell’area, il timore di una nuova ondata di avanzamento del radicalismo islamico appare assolutamente fondata. Il caos generato dall’invasione russa dell’Ucraina, con le conseguenze che abbiamo analizzato sia sul piano economico che su quello dell’assetto delle relazioni est-ovest in Medio Oriente, rischia di diventare un formidabile catalizzatore di nuove tensioni e situazioni esplosive nell’intera regione, favorendo indirettamente l’emergere del jihadismo. Molti cittadini arabi, inoltre, rimasti profondamente delusi sia dall’atteggiamento dell’Occidente, reo di aver accolto i rifugiati ucraini in maniera decisamente migliore rispetto ai profughi siriani degli anni passati, sia dalla Russia stessa, vista come potenza imperialista al pari dell’America, le cui bombe hanno trucidato migliaia di persone in Libia e Siria, potrebbero voltare le spalle ai loro governi, orientati politicamente o verso Washington o verso il Cremlino, per abbracciare una causa apartitica, radicale e transnazionale come quella islamista o jihadista.


In questo articolo si è provato a dimostrare come la guerra che sta dilaniando il nostro continente abbia effetti indiretti e potenzialmente devastanti anche su altre parti del pianeta. L’Ucraina, considerata il “granaio d’Europa”, non è più in grado di esportare il suo oro giallo a causa dell’invasione della Russia, altra nazione esportatrice che potrebbe veder diminuire drasticamente la sua vendita di grano a causa delle sanzioni, causando un deficit di tale bene nei magazzini dei paesi più bisognosi. Tale mancanza, come durante il periodo che portò alle rivoluzioni arabe nel 2011, potrebbe generare una spirale di crisi mortale per questi paesi, i cui fragili equilibri domestici verrebbero nuovamente messi alla prova. La destabilizzazione politica è stata il fattore generante dell’affermazione, fra il 2013 e il 2017, dello Stato Islamico, la tristemente nota formazione jihadista che ha prosperato per diversi anni grazie all’anarchia che regnava fra Siria e Iraq; l’ISIS non è stato totalmente debellato, e una sua improvvisa ricomparsa non è da escludere, qualora i fattori che ne permisero l’affermazione si ripresentassero. Infine, la guerra russo-ucraina ha giocato e giocherà un ruolo fondamentale nel ridisegnare lo schema dei rapporti fra i principali attori locali e il loro balance of power nella regione. Alla luce di ciò che sta avvenendo in Ucraina, con Mosca fortemente impegnata nella sua campagna militare, e alla luce delle scelte strategiche di America e Cina di sfidarsi apertamente nell’Indo-Pacifico, in Medio Oriente si potrebbe creare un vuoto di potere colmabile solo da attori regionali come la Turchia, l’Arabia Saudita o l’Iran, che andrebbero a sostituire l’influenza esercitata da Washington e dal Cremlino negli ultimi anni. Il futuro del Medio Oriente è ancora tutto da scrivere, e molto dipenderà dall’andamento deli eventi in corso a est del fiume Dnepr.






Bibliografia consigliata

-G.Kepel, Uscire dal caos. Le crisi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, Raffaello Cortina

Editore, Milano, 2019

-J.Brownlee, T.Masoud , A.Reynolds, The Arab Spring, Pathways of repression and reform,

Oxford, 2016

-L. Fawcett, International relations of the Middle East, Oxford Oup, 2019

-S. A. Bellezza, Il destino dell’Ucraina, il futuro dell’Europa, Scholè, Napoli, 2022





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