6 anni dopo il COVID non ci siamo ancora ripresi
- Koinè Journal

- Jun 30
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di Riccardo Cuppoletti.
La storia è piena di eventi che segnano il percorso dell’umanità in maniera indelebile: dalle guerre, passando per le rivoluzioni industriali, tecnologiche e le crisi economiche, sino ad arrivare alle grandi pandemie. Eppure, raramente nella storia eventi di tale portata si sono concentrati in un arco temporale così ristretto come quello degli ultimi sei anni.
Se ancora abbiamo nitidamente in memoria le immagini del lockdown dovuto al Covid-19, anche gli anni immediatamente successivi sono stati segnati da profondi cambiamenti politici sul piano degli equilibri internazionali ed economici, ma anche da una ridefinizione e un rinnovamento radicali degli strumenti e degli spazi virtuali, sempre più abitabili e cuciti su misura individuale.
Come immaginabile, tutto ciò non può non aver avuto un impatto nella vita di tutti i giorni, ridefinendo le nostre abitudini. Ma c'è di più: questi cambiamenti modificano la biologia neurologica ed il modo in cui leggiamo il mondo che ci circonda, rischiando di renderci sempre meno inclini al confronto e allo sforzo di comprendere davvero le dinamiche profonde degli eventi.
Per capire meglio in che modo, partiremo da quello che ci hanno saputo dire la psicologia clinica e le neuroscienze cognitive riguardo il confinamento e lo stress cronico prolungato derivato dai periodi di lockdown caratterizzanti la pandemia di Covid-19.
Le ricerche sottolineano che questi eventi hanno modificato la biologia cerebrale, in particolare nei soggetti che in quegli anni si trovavano in finestre critiche dello sviluppo: studi longitudinali di neuroimaging hanno evidenziato che gli adolescenti e i giovani adulti esposti alle restrizioni pandemiche mostrano un invecchiamento precoce della struttura cerebrale (Gotlib et al., 2022), rilevando, attraverso risonanza magnetica, un assottigliamento prematuro della corteccia cerebrale e un aumento volumetrico dell'amigdala, l'hub deputato alla processazione della paura. La causa sarebbe attribuibile alla deprivazione del contatto fisico tra pari in maniera non confondibile con altri elementi, ad esempio l’utilizzo di smartphone, come emerso dal confronto di McLean et al. (2025) con un database storico di scansioni effettuate a ragazzi pre-2020.
In termini concreti ciò si traduce, a livello soggettivo, in una diffusa riduzione delle risorse attentive ed emotive, che i clinici definiscono social exhaustion o esaurimento sociale (Smith & Jones, 2024). Oggi, muoversi in mezzo alla folla richiede al cervello un carico computazionale e un dispendio energetico raddoppiati rispetto al passato (Buckner & DiNicola, 2024). Insomma, non siamo di fronte a una fobia sociale classica, ma a una vera e propria stanchezza cognitiva ed emotiva soggettiva: le persone sono tornate a popolare spazi comuni, ma con una soglia di tolleranza agli stimoli relazionali drasticamente abbassata.
Gli strumenti che hanno mantenuto vivi i contatti interpersonali durante i periodi di lockdown sono stati senza dubbio i social network. Da qui, l’importanza dello sviluppo di una rete online con cui condividere idee e un senso di appartenenza che trascendesse la realtà fisica ha assunto dimensioni sempre maggiori, persistendo anche dopo l’allentamento delle misure restrittive.
Tuttavia, questo spazio di confronto digitale è stato progressivamente allestito a campo di battaglia virtuale, specchio degli scontri politici o ideologici della quotidianità, in maniera sempre più polarizzata e polarizzante. Così, le modalità comunicative tipiche della rete – dove dominano la depersonalizzazione dell’utente e l'engagement generato da idee estremizzate (Bail, 2021) – sono state inevitabilmente trasposte anche nella vita di tutti i giorni. Se già la deprivazione sociale del lockdown ha reso gli individui meno “resistenti” all’incontro con l’altro, il potenziamento della rete di contatti virtuale in questi termini ha favorito la creazione di uno spazio sicuro, a basso impegno emotivo, svincolato dalle norme macro-sociali che comunemente regolano le piazze, i negozi, i bar (Turkle, 2015).
È questa transizione ad aver privato l’essere umano dello strumento principe a sua disposizione per smantellare i pregiudizi: il contatto (Allport, 1954). Un’interazione diretta, continuativa ed in condizioni di parità costringe il cervello ad una faticosa revisione degli stereotipi che popolano naturalmente la mente. Con l’architettura social, invece, questa “palestra della tolleranza” è interrotta. Senza il feedback emotivo e biologico della presenza fisica, l'alterità smette di essere un interlocutore complesso e si trasforma in una minaccia da cui difendersi, cercando conferma nel simile.
Qui vale la pena soffermarsi un attimo: la ricerca di un gruppo di appartenenza è un bisogno innato umano, che contribuisce in maniera diretta alla definizione del sé (Tajfel, 1979) e proprio per questo durante il lockdown è avvenuto quanto descritto in precedenza.
Ma in una realtà dove si concatenano una crisi sanitaria globale che ci restituisce un funzionamento sociale alterato, lo scoppio di conflitti internazionali, lo spettro di minacce nucleari e un’economia in sofferenza e in cui lo spazio politico e pubblico si fa palcoscenico di costanti controversie, si corre un grosso rischio: quello di ricondurre le proprie opinioni ad una questione identitaria piuttosto che al frutto di una ponderata riflessione informata.
Nel momento in cui gli stimoli sopraffanno la nostra mente, iniziamo a seguire quella urgenza psicologica di ottenere risposte immediate rifiutando l'ambiguità, che in psicologia viene definita bisogno di chiusura (Kruglanski & Webster, 1996). Per uscire da una condizione di incertezza cercheremo, quindi, spiegazioni e soluzioni semplici a questioni complesse e filtreremo selettivamente le informazioni coerenti con le nostre assunzioni, ignorando le altre che le contraddicono (bias di conferma).
Sappiamo che il bisogno di chiusura cognitiva si impenna in contesti di minaccia percepita (Jost et al., 2003). Lo shock post-pandemico non ha fatto in tempo a essere rielaborato che è stato immediatamente amplificato da una condizione di "policrisi" globale. Di fronte a un mondo esterno percepito come caotico e minaccioso, il cervello applica la legge del minimo sforzo energetico per proteggere l'Io dall'ansia clinica. Scegliere "da che parte stare" di fronte a dinamiche geopolitiche o sociali macroscopiche diventa così un potentissimo analgesico emotivo: dividere la realtà in fazioni dicotomiche (noi/loro, giusto/sbagliato) esonera il sistema cognitivo dallo sforzo di analizzare la complessità.
L'arroccamento identitario che osserviamo oggi nelle piazze e nei dibattiti online non è solo frutto di un rinnovato calore politico, ma deriva da una necessità clinica di protezione: l'appartenenza a una fazione rigida offre una "caverna psicologica" sostitutiva rispetto a quella domestica, un rifugio tribale entro cui l'incertezza del mondo attuale viene artificialmente azzerata.
Se già la nostra mente segue questo processo mentale, gli algoritmi dei social network non fanno altro che monetizzare questo bisogno di chiusura cognitiva, incanalando la nostra social exhaustion in bolle informative polarizzate.Algoritmi non passivi, ma costantemente allenati e limati dalla nostra attività, capaci di tener conto di cosa cattura maggiormente la nostra attenzione nel corso del tempo, proponendo immagini, video, prodotti da acquistare secondo i nostri gusti e le nostre necessità.
E questi processi non potevano che subire una spinta ulteriore con l’avvento dei chatbot IA, sviluppati appositamente per avallare discussioni senza creare il disagio della contraddizione.
Poiché ricevere informazioni contrarie al proprio gruppo viene recepito da una mente stanca come una minaccia diretta alla stabilità dell'Io, assistiamo al totale irrigidimento degli atteggiamenti (Nyhan & Reifler, 2010). L'identità sociale contemporanea si definisce così per sottrazione e in violenta opposizione all'altro: ci si schiera non per costruire un pensiero, ma per trovare protezione dal caos esterno all'interno della trincea del proprio gruppo.
Così, ci ritroviamo ognuno nel proprio algoritmo, fruitori passivi di ciò che viene proposto piuttosto che esploratori attivi di una realtà ultra-sfaccettata che contempla, anzi, necessita il confronto.
Di certo, puntare il dito contro la tecnologia sarebbe facile, ma cadremmo nello stesso errore descritto fino a poco fa, semplificando una questione complessa. In fondo, gli spazi virtuali non sono altro che lo specchio delle dinamiche interpersonali o intrapersonali che definiscono la vita quotidiana, ridimensionati ed adattati al contesto.
Quello che si riflette nel nostro rapporto con utenti online o chatbot non è altro che la risposta ad un intimo bisogno di rassicurazioni e certezze, elementi che negli ultimi anni abbiamo scoperto non essere così scontati, e che abbiamo imparato a ricercare scansando la contraddizione piuttosto che confrontandoci con essa.
Forse, allora, la vera sfida sta nel rieducarci alla fatica del dubbio. Se la stanchezza biologica e l’ansia della complessità ci spingono a trovare rifugio in risposte identitarie iper-personalizzate, la scelta consapevole dell’incertezza diventa un atto di resistenza capace di aprire le porte alla complessità del mondo.
Resta allora da chiederci se preferiamo vivere in un'illusione rassicurante, confortati da sistemi digitali che annuiscono alle nostre fragilità, o se abbiamo ancora il coraggio di essere esploratori attivi della realtà; perché nel momento in cui decidiamo che la protezione dall'ansia vale più della ricerca della verità, smettiamo di essere cittadini di un mondo complesso per ridurci a prigionieri volontari dell'algoritmo più perfetto: quello dei nostri automatismi mentali.
Bibliografia
Allport, G. W. (1954). The Nature of Prejudice. Addison-Wesley.
Bail, C. (2021). Breaking the Social Media Prism: How to Make Our Platforms Less Polarizing. Princeton University Press.
Buckner, R. L., & DiNicola, L. M. (2024). The brain's default network: updated anatomy and functional implications. Nature Reviews Neuroscience.
Gotlib, I. H., et al. (2022). Effects of the COVID-19 Pandemic on Mental Health and Brain Maturation in Adolescents: Pre-pandemic Prevalence Simulating Accelerated Brain Aging. Biological Psychiatry: Global Open Science.
Jost, J. T., et al. (2003). Political conservatism as motivated social cognition. Psychological Bulletin.
Kruglanski, A. W., & Webster, D. M. (1996). Motivated closing of the mind: "Seizing" and "freezing". Psychological Review.
McLean, M. A., et al. (2025). Isolating Pandemic Social Deprivation from Digital Screen Time: A Longitudinal Neuroimaging Control Analysis. Journal of Cognitive Neuroscience.
Nyhan, B., & Reifler, J. (2010). When corrections fail: The persistence of political misperceptions. Political Behavior.
Smith, K. A., & Jones, L. M. (2024). Social Exhaustion Syndrome: Clinical and Cognitive Manifestations in Post-Pandemic Young Adults. Lancet Psychiatry.
Tajfel, H. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. The Social Psychology of Intergroup Relations.
Turkle, S. (2015). Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age. Penguin Press.
Image Copyright: william87/Getty Images




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