80 anni di Repubblica: tra voto alle donne ed emancipazione ferita
- Koinè Journal

- 45 minutes ago
- 5 min read

di Sofia Lazzarini.
Una volta terminato il Secondo conflitto mondiale, lo Stato italiano aveva continuato ad inquadrare numerosi aspetti della vita delle donne, come il lavoro, la famiglia o la sessualità, nella cornice della politica emancipazionista. La “questione femminile”, infatti, tra fine XIX ed inizio XX secolo si era fossilizzata su di un’unica nozione: le donne avrebbero raggiunto l’uguaglianza attraverso i diritti politici, il lavoro salariato, l’educazione e la partecipazione socioassistenziale (Maud Anne Bracke: 33). Durante il periodo delle guerre mondiali, inoltre, il passaggio da “tempo di pace” a “tempo di guerra” aveva portato le donne ad assumere nuovi doveri, in particolare patriottici, uscendo eccezionalmente dai confini tradizionali di genere. A tal proposito nel 1919 la Legge Sacchi abolì la cosiddetta autorizzazione maritale che fino ad allora aveva limitato fortemente l’azione femminile in diversi ambiti, dall’azione politica a quella sociale, economica e famigliare. Se da una parte, tuttavia, le donne si accorsero dei limiti teorici e pratici dell’emancipazionismo, in parte a seguito dei cambiamenti dagli anni Cinquanta, dall’altra le guerre appena concluse avevano contribuito a far emergere in loro una nuova comprensione di sé stesse, delle proprie ambizioni e aspirazioni nella vita privata come nella società. Accanto a questa consapevolezza, si affermarono presto nuovi spazi e possibilità di partecipazione alla res publica anche per il genere femminile (Silvia Salvatici: 110).
L’attivismo delle donne, sia civile che in armi, caratterizzò la guerra di Liberazione nazifascista sin dagli scioperi del 1943 (circa 70.000 donne, di cui 35.000 in armi, presero parte alla Resistenza); tuttavia, dopo il 25 aprile del 1945, la transizione verso la pace e un nuovo ordine democratico si rivelò più complessa di quanto molte avessero sperato. Le stesse esperienze delle donne che avevano preso parte alla Resistenza, vennero a lungo volontariamente oscurate in quanto destabilizzanti: per evitare di mettere in crisi la linea di demarcazione tra i tradizionali ruoli di genere, si preferì ricordare le martiri più che le combattenti. Celebrarne e ricordarne le memorie, infatti, avrebbe significato mettere in pericolo il processo di “normalizzazione” postbellico che trovava uno dei suoi cardini proprio nel presunto ordine naturale dei generi: «In Italia l’allontanamento della figura della partigiana in armi andò di pari passo con l’esaltazione dell’immagine maschile del combattente e con il richiamo a un modello femminile improntato sulla domesticità. Tuttavia, proprio l’esperienza della guerra e della Resistenza, di cui si riduceva lo spazio nella memoria pubblica, contribuiva a dare forza ed estensione all’impegno politico delle donne» (Silvia Salvatici: 130).


Avrebbe mai potuto l’Italia diventare una democrazia, la stessa per la quale molte avevano messo a rischio la propria vita, se non avesse consentito alle donne di diventare pienamente cittadine? Il movimento suffragista mondiale già da tempo aveva richiesto anche tale riconoscimento, introdotto negli Stati uniti nel 1920 e nel Regno Unito nel 1918 al termine della Grande guerra ma non ancora nel nostro Paese. Così, finalmente, nel marzo del 1946 le italiane poterono per la prima volta votare ed essere votate nel corso di un’elezione amministrativa e nel giugno furono chiamate a scegliere tra Repubblica o Monarchia. Contemporaneamente si votò anche per eleggere l’Assemblea costituente: l’affluenza delle donne raggiunse l’82% (leggermente più basso rispetto al dato totale dei votanti stimato intorno al 89,08%) e le deputate elette furono ventuno (il 3,7% dei seggi), cinque delle quali faranno parte della Commissione incaricata di elaborare e proporre il progetto della futura Costituzione repubblicana (poi entrata in vigore dal gennaio 1948); nello specifico: Maria Federici (DC), Angela Gotelli (DC), Nilde Jotti (PCI), Teresa Noce (PCI) e Lina Merlin (PSI). Molto diverse tra loro per età, cultura ed esperienze politiche, ognuna di loro contribuì all’elaborazione della Carta costituzionale soffermandosi su tematiche eterogenee a seconda delle proprie sensibilità. Alcuni dei punti rivendicati confluiranno in articoli centrali della Costituzione, come l’articolo 3 sull’uguaglianza e l’articolo 37 sulla tutela della donna lavoratrice.


Il voto femminile, per il quale si celebrano quest’anno gli ottant’anni, non portò a un aumento della presenza delle donne in parlamento, dal momento che il numero delle parlamentari scese gradualmente tra 1946-1968 passando dal 5% al 3% (Maria Rosa Cutufrelli e AA.VV: 87). Nonostante l’articolo 3 della Costituzione prevedesse un’uguaglianza senza distinzioni di sesso, le donne continuavano a essere escluse da molti ambiti professionali - come la magistratura o la diplomazia - fino al 1960, a essere subordinate nella società, nella politica e nella famiglia e la memoria dell’attivismo femminile appena verificatasi dissolta. Molte di coloro che presero parte al “secondo risorgimento”, ovvero la Resistenza, si incontrarono infatti a Torino nel febbraio del 1948 per chiedere che la propria partecipazione politico-sociale di lungo periodo non venisse dimenticata nella neonata Repubblica. Fu grazie ai gruppi femminili come l’Unione donne Italiane (UDI), nata dai Gruppi di difesa della donna (GDD) istituiti nel 1943 e legati al Comitato di Liberazione nazionale (CLN), che molte delle testimonianze delle partigiane, di cui «quasi nessun giornale ha parlato ed i loro nomi non sono conosciuti» (“Noi donne”, n.6, 1948), vennero raccolte, studiate e riscoperte. In questo senso, vi contribuirono in seguito anche documentari come quello del 1965 di Liliana Cavani, “Le donne nella resistenza”, o il testo di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina dal titolo: “La resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi” uscito nel 1974 (Benedetta Tobagi: 327).
La transizione post-fascista non segnò dunque una completa discontinuità né sul piano politico-istituzionale, né su quello simbolico. Nonostante l’ingresso femminile nella sfera pubblica, infatti, la prostituzione rimase regolata dallo Stato attraverso il sistema delle “case chiuse” fino al 1958, il divorzio e l’aborto non vennero ammessi nell’ordinamento giuridico sino al 1970 e al 1978 e la Costituzione assegnò alla famiglia, naturale e fondata sul matrimonio, un valore fondamentale all’interno della quale le donne svolgevano un ruolo “essenziale” (Paola Stelliferi: 94). La Costituzione riconfermava inoltre i ruoli di genere proponendo una definizione di lavoro a misura maschile volta a mantenere il modello famigliare patriarcale incentrato sul “male breadwinner” (almeno fino al nuovo Diritto di famiglia del 1975). Se da una parte gli articoli 36 e 37 garantivano agli uomini il diritto ad un salario «sufficiente per soddisfare i bisogni della famiglia», alle lavoratrici l’occupazione doveva permettere soprattutto di svolgere a pieno la propria «essenziale funzione all’interno della famiglia» (Anna Rossi-Doria: 190). Le donne erano perciò ancora costrette a vivere una doppia subalternità, nella famiglia come nella società.


I cambiamenti del periodo postbellico disveleranno in modo ancor più caro quell’emancipazione “ferita”, illusoria e formale, non in grado dunque di portare un reale e radicale cambiamento della condizione femminile in una società in costante mutamento (Anna Bravo: 191). Tuttavia, le premesse non mantenute diverranno la base per nuove rivendicazioni sia da parte delle organizzazioni di massa legate al PCI, l’Unione donne italiane (UDI), e alla DC, il Centro italiano femminile (CIF), che dei gruppi femministi. Quest’ultimi si diffonderanno anche in Italia a partire dalla fine degli anni Sessanta, fino a diventare un fenomeno di massa nel decennio successivo, dando vita a una vera e propria rivoluzione ispirata a un motto destinato a lasciare il segno: «Il personale è politico».
Bibliografia e sitografia:
- Salvatici, Le donne nelle guerre mondiali, Carocci, 2022
- Bracke, La nuova politica delle donne, Edizioni di storia e letteratura, 2019
- Cutufrelli e AA. VV, Il Novecento delle italiane, Editori riuniti, 2000
- Le donne della Resistenza si incontrano a Torino, in “Noi donne”, n.6, 1948
- Tobagi, La resistenza delle donne, Einaudi, 2025
-Stelliferi, I femminismi dall’Unità ad oggi in Salvatici (a cura di), Le donne nelle guerre mondiali, Carocci, 2022
- Rossi-Doria, Dare forma la silenzio, Viella, 2007
- Bravo, A colpi di cuore, Laterza, 2008




Comments