La smaterializzazione del corpo: come la violenza di genere si applica nel digitale
- Koinè Journal

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di Denise Capriotti.
Il superamento del dualismo digitale
Uno dei principali nodi epistemologici della sociologia dei media contemporanea risiede nel definitivo superamento del dualismo digitale, ovvero l’erronea convinzione che lo spazio virtuale e quello fisico siano due regni separati e indipendenti. Oggi la realtà si configura come uno spazio fondamentalmente ibrido, all'interno del quale le dinamiche di potere, le asimmetrie di genere e le strutture patriarcali della società materiale vengono rimediate, amplificate e automatizzate dalle architetture tecnologiche. In questo contesto, il corpo femminile subisce un processo sistematico di datafication, venendo ridotto a un insieme di dati biometrici, immagini e tracce informative sacrificabili. La violenza di genere digitale non costituisce dunque una rottura improvvisa rispetto al passato, ma rappresenta l'evoluzione tecnologica di strategie storiche di controllo, sorveglianza e sottomissione del corpo delle donne.
La violenza algoritmica e l’espropriazione simbolica
L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa ha radicalmente ridefinito i confini dell’oggettivazione sessuale, introducendo strumenti capaci di operare una profonda violazione dell'identità personale. Il fenomeno dei deepfake pornografici non consensuali non rappresenta un semplice abuso grafico o una goliardia digitale, bensì un atto di espropriazione dell'autodeterminazione corporea. Nelle loro ricerche sui cyber-diritti civili, le giuriste e sociologhe Danielle Keats Citron e Mary Anne Franks hanno teorizzato il concetto di “intimate privacy” come estensione del diritto fondamentale alla dignità psichica. Franks argomenta che la creazione di pornografia sintetica senza il consenso della persona coinvolta costituisce una vera e propria svestizione forzata, un attacco che ricalca da vicino le dinamiche di potere del controllo sessuale tradizionale, basato sull'umiliazione e sulla privazione dell'agenzia individuale.
Un caso di studio emblematico a livello internazionale è rappresentato dalla manipolazione digitale subita dalla nostra Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i cui tratti somatici sono stati innestati sui corpi di attrici pornografiche per essere poi diffusi in rete. Nella prospettiva sociologica di Sarah Banet-Weiser, espressa nel suo saggio sulla misoginia in rete, l'ascesa delle donne in posizioni di leadership storicamente maschili genera una reazione simmetrica e violenta online, definita popular misogyny. Il deepfake, nel caso di figure istituzionali, opera una precisa riduzione simbolica dello status. Questo significa che, indipendentemente dal potere politico o dall'autorità che una donna riesce ad accumulare nello spazio pubblico, lo sguardo algoritmico conserva il potere di ricondurla in qualsiasi momento alla dimensione di corpo oggettivato e sacrificabile per il consumo maschile. I sistemi di intelligenza artificiale, come ampiamente dimostrato da Safiya Umoja Noble, non sono strumenti neutrali, poiché apprendono da dataset internet saturi di bias sessisti, finendo per standardizzare e automatizzare la violenza visiva.
Tra gruppi Incel e Bot Telegram
La circolazione e il consumo di questi simulacri digitali non avvengono in un vuoto sociale, ma trovano il proprio habitat naturale all'interno della manosfera, un ecosistema interconnesso di subculture digitali unite da una forte retorica anti-femminista e misogina, ampiamente studiato da Debbie Ging. All'interno di questa rete, una posizione di rilevante centralità è occupata dalla comunità degli Incel, i celibi involontari. Il sociologo Michael Kimmel ha coniato il termine aggrieved entitlement, ovvero il diritto rivendicato e frustrato, per descrivere la rabbia di soggetti maschili che avvertono la perdita del proprio storico privilegio di accesso al corpo femminile come un’ingiustizia intollerabile causata dall'emancipazione delle donne. In questo scenario degradato, la tecnologia offre uno strumento di giustizia compensativa, dove la manipolazione dell'immagine altrui diventa un sostituto di possesso e controllo.
La distribuzione di questi contenuti sfrutta infrastrutture tecnologiche specifiche, tra le quali spicca la piattaforma di messaggistica Telegram. Questo spazio si è trasformato nel centro cruciale della violenza di genere digitale a causa della cifratura dei canali e della proliferazione di bot automatizzati che consentono la democratizzazione dell'abuso. L'utente comune non necessita infatti di competenze informatiche avanzate, poiché è sufficiente caricare la foto di una donna reale, come una conoscente, una collega di lavoro o una compagna di scuola, per ottenere in pochi secondi un'immagine nudificata altamente realistica. All'interno di queste chat di condivisione, il corpo femminile smaterializzato viene utilizzato come una vera e propria valuta sociale. Il deepfake o la foto rubata non servono esclusivamente alla gratificazione sessuale solitaria del singolo utente, ma fungono da trofeo per ottenere status, prestigio e riconoscimento reciproco all'interno del gruppo dei pari. Si consolida così una forma di omosocialità tossica digitale, in cui i legami tra uomini vengono cementati attraverso l'umiliazione collettiva della donna.
Estrattivismo visivo e intrusione digitale
La violazione dello spazio e del corpo femminile si manifesta anche nell'interazione diretta tra l'ambiente fisico urbano e i dispositivi indossabili o mobili, configurando due dinamiche opposte ma complementari, l'estrattivismo e l'intrusione. L'introduzione sul mercato di occhiali intelligenti dotati di telecamere integrate ha sollevato forti proteste da parte delle comunità femminili, specialmente in contesti ad alta vulnerabilità corporea. Esperimenti tecnologici recenti hanno ampiamente dimostrato come questi dispositivi, interfacciati con motori di ricerca visiva a riconoscimento facciale, possano estrarre nome, indirizzo e dati privati di una passante in tempo reale, semplicemente inquadrandola per strada.
Applicando le teorie di Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza, questa infrastruttura si traduce in una sorveglianza patriarcale di tipo panottico. Viene completamente distrutta la disattenzione civile teorizzata da Erving Goffman, ovvero l'accordo implicito che garantisce il diritto all'anonimato e al rispetto reciproco nello spazio pubblico. Per le donne, la costante minaccia di essere fotografate o registrate in modo impercettibile elimina alla radice la possibilità di un consenso preventivo, inducendo uno stato di iper-vigilanza psicologica che limita di fatto la libertà di movimento e il senso di sicurezza all'interno delle città.
Se gli smart glasses operano in modalità estrattiva, rubando l'immagine del corpo, il fenomeno del cyberflashing agisce per intrusione, forzando la violazione dello spazio intimo della vittima. Questa pratica consiste nell'invio non consensuale di immagini genitali maschili tramite tecnologie di condivisione a corto raggio, come AirDrop, su mezzi pubblici affollati come autobus e metropolitane. Analizzato attraverso la prossemica di Edward T. Hall, il cyberflashing scardina la gestione dello spazio interpersonale e viola la bolla protettiva dell'individuo. L'aggressore combina un paradosso: l'anonimato digitale con la massima prossimità fisica all'interno dello stesso vagone o autobus. La vittima sperimenta immediatamente uno stato di sconcerto e paranoia, poiché è consapevole che il predatore si trova a pochissimi metri di distanza, ma rimane digitalmente invisibile. L'esibizionista digitale può così osservare in tempo reale le reazioni di disgusto o paura della donna che guarda lo schermo, traendo gratificazione dal controllo emotivo esercitato su di essa senza rischiare il confronto fisico o la sanzione sociale immediata.
Il quadro giuridico e i vuoti normativi
Di fronte a questo panorama, il diritto nazionale e internazionale si trova in una condizione di perenne rincorsa nei confronti della rapidità dell'evoluzione tecnologica, mostrando profonde difficoltà dottrinali nel definire e sanzionare il danno dematerializzato. Gli strumenti giuridici attuali mostrano evidenti limiti strutturali. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati europeo affronta la questione considerando il volto e i tratti somatici come dati biometrici particolari, sanzionandone il trattamento illecito senza consenso. Tuttavia, la normativa sulla privacy nasce per regolare la circolazione dei dati commerciali e non è strutturata per tutelare specificamente il danno morale, psicologico e di genere subito dalla vittima. Anche l'innovativo testo dell'EU AI Act introduce importanti obblighi di trasparenza e marcatura digitale per i contenuti sintetici, ma la tracciabilità dei singoli utenti maliziosi all'interno di reti decentralizzate rimane un obiettivo di complessa realizzazione.
Alcuni paesi hanno tentato risposte più dirette, come il Regno Unito attraverso l'Online Safety Act, che criminalizza esplicitamente sia il cyberflashing sia la condivisione di deepfake intimi, prevedendo severe pene detentive e configurandosi come uno dei modelli più avanzati di tutela della dignità digitale. In Italia, l'introduzione della norma sulla diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, nata per contrastare il fenomeno del revenge porn, è stata progressivamente estesa dalla giurisprudenza per coprire anche i falsi intimi creati dall'intelligenza artificiale. Il limite principale di queste riforme risiede tuttavia nell'impunità di fatto garantita dall'anonimato delle piattaforme crittografate o dei mittenti AirDrop, che rende quasi impossibile l'identificazione del colpevole da parte della Polizia Postale. I dati statistici globali forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite confermano l'urgenza di un intervento, rivelando che più della metà delle donne ha subito una qualche forma di violenza digitale e che la maggioranza delle giovani ha modificato radicalmente i propri comportamenti online e offline per il timore di subire molestie algoritmiche o tracciamenti indesiderati.
Un approccio globale al consenso digitale
L'analisi sociologica evidenzia che la violenza di genere nel digitale non deve essere considerata un problema meramente tecnico o informatico, bensì un fenomeno profondamente politico. Dalle molestie repentine sui mezzi pubblici tramite la condivisione di immagini, fino alla svestizione simbolica e mirata della massima carica istituzionale di un Paese, la tecnologia viene arruolata per riprodurre e perpetuare la storica subordinazione del corpo femminile. Il continuo perfezionamento degli strumenti giuridici di controllo dei dati o nelle politiche di moderazione dei contenuti da parte delle grandi piattaforme non basta. È fondamentale costruire una vera e propria ecologia del consenso digitale, capace di restituire a ogni individuo la piena autodeterminazione sulla propria estensione corporea, visiva e informativa all'interno dello spazio digitale contemporaneo.
Per raggiungere questo obiettivo, diventa indispensabile investire su due fronti paralleli e strettamente interconnessi. Da un lato, è necessaria un'educazione all'uso consapevole degli strumenti tecnologici che permetta di comprendere a fondo i rischi, i limiti e i meccanismi della rete. Dall'altro, occorre introdurre nelle scuole un’urgente educazione sessuale e affettiva, l'unica in grado di insegnare il valore profondo del rispetto e del consenso verso il corpo altrui.
Bibliografia
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