Andarsene, ma dove?
- Koinè Journal

- May 13
- 7 min read

di Ivan Rubino.
In un mondo dove
In galera va il povero.
Il sole arde il suo viso
Luccicano le sue mani
Polvere rossa nel deserto.
Vagando nell’atro quartiere
Ogni tanto coglie un fiore.
Ama Immaginare nel palmo
Una speranza tangibile
Di Essere di questo Mondo.
Il ricco sta seduto
Avvolto sopra un tavolo di marmo.
Felicità statica, rigida;
Lui si che sa recitare la Bibbia
Spendere tesori in centri commerciali
Lui si che sa godersi la propria vita.
Se non fosse per un leggera brezza
Ricorda in questo mondo
Qualcosa si sta muovendo;
Senza, sarebbe solo una statua
In un misero cosmo inerte
Si immagini un uomo giovane, poco più che ventenne: ha orecchie, gambe, occhi, due braccia vigorose e lo sguardo sfidante, tipico di chi vuole avere di diritto un posto in questo mondo.
Questo ragazzo apparentemente normale ha un tratto che va oltre la semplice estetica di un essere umano, una vera e propria condanna (soprattutto ai giorni nostri!): è povero.
Egli è stanco di dover tutti i giorni sbarcare il lunario, non ne può più di mangiare pane e acqua la sera, nei giorni fortunati, o di andare a letto senza cena, se il pasto non basta per i due figli che ha generato ancora prima di essere maggiorenne.
È stufo di giocare a carte con la vita e non vincere mai, d'altronde, anche con le istituzioni, dalle sue parti, la partita è persa ancora prima di iniziare, non alzano nemmeno un dito per colmare questa precaria situazione, il ragazzo si sente come lasciato da parte da chi ha tratteggiato i confini lungo le sue campagne ormai aride, svuotate di ogni operosità animale e vegetale: l’unica soluzione resta quella di andarsene.
“Andarsene?” “Ma dove?”; viene d’istinto l’atto di prendere una cartina, controllarla, bagnarsi leggermente il dito con la saliva e spostarlo di qua e di là, di giù, di su, agitandolo però verso l’alto, rispetto alla propria città, perché, lo sappiamo, la fortuna si trova sempre più a nord di dove si è.
Una volta decisa la destinazione, non resta che preparare quei bagagli, che saranno l’unico indizio delle sue storie, quelle tradizioni che rimarranno radicate nell’anima, ma che si perderanno con il viaggio, come fiori di acacia nel vento: accompagnato da qualche baldo compaesano, con un destino analogo al suo, con una valigia di cartone o un sacchetto di plastica che contiene tutta la sua vita.
Arrivato in città, ha subito fame di lavoro: lui e la sua gente sono un popolo di lavoratori, si danno da fare, attaccano a lavorare quando tutti stanno dormendo e staccano quando fanno la medesima cosa, forse nessuno li ha mai visti ricoprire cariche davvero importanti, tanti dicono che non siano biologicamente adatti a esse, ma solo a rompere dure rocce con il piccone.
Tutto si può dire di loro, tranne che non hanno voglia di lavorare; è vero, tanti finiscono con l’essere inghiottiti dalla nuova realtà, si lasciano appassire dal grigio del cielo che ricopre la loro testa, che non ricorda neanche lontanamente le azzurre vedute della costa della propria città nativa, per meglio dire, si danno da fare in maniere non conformi alla legge; tuttavia si possono notare veri e propri quartieri abitati da queste persone, quartieri vivi e brulicanti, tanto quanto le nobili vie del centro: il cuore pulsante del quartiere risiede nelle attività commerciali più disparate, che i proprietari nutrono con gioie e fatiche.
Il ragazzo, purtroppo, non ha una casa vera e propria, a volte nemmeno le scarpe; quando piove le ha tutte bagnate, ogni passo che fa, per ritornare nella sua “casa”, pesa come quello di un elefante, ma allo stesso tempo non è mai stato così attaccato alla vita; dorme in baracche di periferia, a volte costruite alla meglio dai popolani stessi, in stazioni dei treni o in appartamenti sovraffollati con altri come lui, stipati in condizioni igieniche precarie.
La città lo guarda con sospetto, non consente a tutti di entrare nei suoi meccanismi, lo blocca, lo respinge, lo allontana dal centro, non gli concede gli stessi occhi (e punti di vista) del vero concittadino: lui sa che cosa vuol dire godersi la vita, tutte le mattine usa il migliore collirio, per non seccare gli occhi, le scarpe le butta anche solo perché sono sporche.
Per i giornali, è un potenziale criminale, un portatore di degrado, un “invasore” che minaccia la sicurezza e la pulizia dei “quartieri bene”.
La storia di questo ragazzo, con le sue scarpe bagnate e la sua valigia carica di sogni impolverati, potrebbe essere analoga a tanti vissuti reali, avvenuti nei contesti, nelle modalità e con personaggi più disparati, ma con la matrice comune di essere legati a concetti quali marginalità sociale estrema, povertà assoluta, vera e propria ghettizzazione nei luoghi periferici delle maggiori città italiane.
Lo si è chiamato “terrone”, colui al quale è stato impedito di affittare una casa, dal momento che non si affitta ai “meridionali” quando questi, dal 1950 circa, negli anni d’oro italiani, quelli del “Grande miracolo economico”, arrivavano con i treni del sole nel triangolo industriale; subito, il ragazzo viene posto in quel bivio sociale che vedeva preferire un lavoro stipendiato, il motore della modernità, a scapito delle campagne, viste ormai come un preludio di un destino misero e mediocre.
La svolta avviene solo nel 1961, con quella che prevedeva “l’abrogazione della legislazione sulle migrazioni interne e contro l'urbanesimo nonché disposizioni per agevolare la mobilità territoriale dei lavoratori”: la libertà di muoversi diventa una legge, un assunto, ma l’integrazione tra identità così vicine, ma così diametralmente opposte, è ancora da intendere come un miraggio. Questi “abitanti non abitanti” si trovano in Italia, hanno uno stile di vita che oggi possiamo chiaramente definire proprio di tutta la penisola già da secoli, seppur con le dovute precisazioni che non si possono includere per non dilungarsi, è come se non parlassero (a volte letteralmente) la stessa lingua, non si riconoscevano a vicenda, seppur analogamente “cristiani cattolici”.
Nell’agosto del 1991, lo stesso ragazzo di prima, con poco più di vent’anni, sempre con lo stesso sguardo di sfida e le stesse braccia forzute, così forti da potersi guadagnare un posto nella remunerativa edilizia in nero, che ha contribuito a creare enormi città come Milano e Torino, lo si chiama “albanese”; stavolta non era arrivato su un binario dell’unico treno capace di fare quelle tratte, ma era appeso a una nave gigante chiamata Vlora. Lo si immagini lì, insieme ad altri ventimila, aggrappato ai fumaioli, ai bordi di una nave che sembrava un formicaio impazzito, senza cibo né acqua, con il sole che scotta sulla sua faccia; fuggiva da un mondo che faticava a sostenere il peso della modernità, un deserto di cemento e ideologie, inseguendo, ancora, di qua e di là, di su, di giù, il riflesso di quel mondo che aveva tanto sognato, quando, con le antenne quanto più fatiscenti, riusciva a eludere il regime e guardare i programmi TV, nuovi, scintillanti, della Mediaset.
I giornali, le istituzioni, la popolazione italiana iniziarono a interpretare la sceneggiatura del solito teatrino, la stessa che si è letta prima, nel ’61 ma con nomi diversi: ora l’albanese era il capro espiatorio designato, quello perfetto, diventando il più violento, colui che portava una criminalità nuova e oscura, che con la sua “mafia” avrebbe divorato le strade insieme a quella nostrana.
Insomma, diventò il nuovo mostro, l'invasore che arrivava dal mare, da quel brandello d’acqua lontano neanche 100 km da alcune coste italiane, per rubare la pace dei quartieri perbene, creandone altri in cui c’era una loro legge, un vero e proprio “pericolo albanese”.
Eppure, quel ragazzo, solo e stremato, era un altro figlio della povertà, che aveva bagnato il dito sulla cartina e lo aveva puntato un po' più in là, verso quello che loro chiamano tramonto, lo stesso che le nostre regioni dell’est chiamano alba, convinto che il destino si potesse cambiare con un viaggio.
Nel 2026, in cui la maggior parte della Generazione Z, che abita al nord Italia, quando talvolta le viene chiesta la provenienza del cognome, ricorda con grande ammirazione, ma talvolta anche dimentica, come se, giustamente, fosse la più completa normalità, la propria discendenza da una famiglia del Meridione; oggi, quando sempre più spesso si possono trovare in Italia medici, insegnanti, ingegneri, avvocati, imprenditori, ma anche amici fidati, relazioni, un futuro condiviso, che hanno impresso nella memoria il ricordo di un legame con la bandiera rossa con le due aquile, l’etichetta si è spostata: lo si definisce “maranza”, mentre lo si guarda con sospetto all'angolo della strada.
Ma se si riuscisse a togliere l'etichetta del momento, resterebbe solo un uomo con cui la società ha già perso la partita prima ancora di farlo sedere al tavolo; una generazione figlia, simbolo del collasso di alcune speranze di integrazione dei paesi del Nord Africa, la paura dell’Italia di rischiare di “sporcarsi” troppo con aspetti culturali propri di quelle nazioni, di cui si promette un articolo specifico, ma che allo stesso tempo, di fatto, devono fare i conti con un’assoluta certezza, cioè che in un mondo connesso, in un mondo ormai globalizzato, scoperto (quasi) nei suoi minimi dettagli, in un mondo dove, insieme, si è un solo mare inghiottito da altri oceani, non si può avere la presunzione di credere che popolazioni “vicine” all’Europa occidentale, con cui letteralmente si condividono le stesse acque dall’alba dei tempi, oppure confini naturali, culturali, interni all’Italia, quasi invalicabili addirittura fino al 1800, abbiano qualcosa di biologico che le determini a compiere azioni ai danni del “cittadino italiano”; molto spesso confinarli verso uno stereotipo negativo, che li faccia andare verso una vita che alcuni potrebbero non ritenere degna, un nemico (costruito con i propri riferimenti culturali) verso cui additare le colpe se “il raccolto non è andato bene quell’anno”.
Ma l’Italia, lo Stato, la popolazione non hanno un buon raccolto da molti anni, e le colpe dei microcrimini si dovranno dare a qualcuno, pur si dovranno popolare queste carceri, dovrà esserci qualche ladro che avvelena i campi di grano; è facile dare la colpa a un immigrato, allo straniero, associarlo nell’immaginario comune come la più diretta incarnazione di una persona naturalmente adatta a fare queste malefatte, senza capire che, quando parliamo di queste categorie di individui, si deve fare i conti con i luoghi di estrema povertà nei quali, seppur nelle tanto amate città, vivono, la disparità che vedono con i propri occhi quando vogliono uscire il sabato nelle piazze.
È estremamente ingiusto e semplicistico additare una cultura “altra” come “natura esposta a compiere delle azioni illecite”, oppure portare come tesi a sostegno delle fredde statistiche, che non solo escludono tutte le sfide psicologiche e sociali che un individuo trova di fronte alla sua strada, ma non permettono di capire che non è tanto il colore della pelle, il testo biblico di riferimento oppure il carattere “esotico” a ridurre a pezzi questo paese, quanto la povertà e la condizione giuridica precaria siano il vero motore delle azioni criminali, la scintilla che porta le persone a non vedere più “la retta via”.
Image Copyright: Croce Rossa Italiana




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