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Burr vs Hamilton. Storia di un duello all’americana


di Cosimo Bettoni. La moda dei duelli nel XVIII secolo e il culto dell’onore


Pochi sono i fenomeni socio-culturali dell’età moderna che hanno goduto di un successo maggiore rispetto alla pratica del duello.

Figlio del nuovo sistema valoriale costruito dalle aristocrazie europee intorno proprio al concetto di ‘’onore’’, il duello conobbe nel corso della Modernità un successo che merita una spiegazione che vada oltre la semplice differenza di mentalità.

Esso infatti, almeno fino all’ultimo quarto del XVII secolo (Kiernan, 2016), fu utilizzato dalla nobiltà come mezzo per rendere visibile la propria egemonia sulle altre classi dell’Antico Regime.

Duellare divenne già nella seconda metà del XV secolo un mezzo attraverso il quale gli aristocratici volevano sottolineare la loro diversità: uno sfoggio di supremazia possibile perché sostenuto da un complesso sistema valoriale costruito attorno al concetto di onore.


Come aveva intuito già nell’Ottocento Jakob Burkhardt, ‘’onore’’ per l’uomo moderno era ben più di una semplice parola, in quanto rappresentava ‘’Quel misterioso complesso di egoismo, che rimane ancora all’uomo moderno, anche quando egli, con o senza colpa, ha perduto ogni altra cosa, fede, amore e speranza’’ (Burkardt 1955: 466).

Avvalendosi di un codice di condotta e di un lessico elaborati in Italia (Cavina 2009: 63), la nobiltà trovò il modo di giustificare a livello etico una pratica che andava tanto contro la morale cristiana quanto contro la pubblica utilità.

Andando però oltre questo aspetto altamente ideologico, che in qualche modo ci tenta a credere che si duellasse per seguire un ideale di perfezionamento personale, si potrà notare che in realtà questo contenuto morale ad un certo punto venne scalzato da contingenze molto meno ‘’onorevoli’’.


Nel corso del XVIII secolo, infatti, i nobili praticavano il duello soprattutto perché esso sembrava loro un mezzo virtuoso attraverso il quale sconfiggere la noia della routine che caratterizzava la vita aristocratica.

Come ha osservato infatti lo storico britannico Victor Kiernan, ‘’with no more serious occupation than hunting, gambling, drinking, wenching….duelling could lend a pinch of spice to the monotony, and, because of its risk, a touch of elevation’’ (Kiernan 2016: 49).

Duellare divenne il mezzo per riscattare un’esistenza mediocre, pertanto si ricercavano tutti i tipi di pretesti per arrivare ad impugnare le spade (e in seguito le pistole); in questo non si può negare che il bere e il gioco d’azzardo non furono d’aiuto.

Il substrato morale del duello non si perse però con la decadenza del costume gentilizio, ma sopravvisse nella cultura della nuova classe dominante in ascesa: la borghesia.

Anche i borghesi, come gli aristocratici prima di loro, cominciarono a duellare sostenendo di dover difendere il proprio onore e la propria integrità.

Il duello conobbe così una progressiva rinascita, diffondendosi anche in Russia e nei neonati Stati Uniti, due società diverse e per certi versi antitetiche, eppure allo stesso modo sensibili all’influenza europea.


Il duello negli Stati Uniti: eredità raccolta o lascito indesiderato?


La diffusione e il successo del duello nella Russia zarista di Pietro il Grande (1682-1725) chiaramente non può stupirci, e questo per almeno due motivi fondamentali: il fatto che la sua introduzione faceva parte di un più grande progetto di introduzione di pratiche tipiche dell’Occidente; la presenza in Russia di un’aristocrazia che, sebbene dotata di tratti autonomi e originali, possedeva molti tratti che l’avvicinavano a quelle occidentali.

Differente è invece il discorso che si deve fare per gli Stati Uniti.


Qui la diffusione del duello risulta in qualche maniera più difficile da comprendere, e questo non tanto per la presenza di un sistema democratico privo di un’aristocrazia e dunque della cultura che tradizionalmente ad essa era connessa, quanto piuttosto perché esso conobbe anche qui un successo notevole.

I padri fondatori degli Stati Uniti, nella maggior parte dei casi intellettuali e latifondisti, per quanto desiderosi di indipendenza, non riuscirono a sottrarsi all’influenza del culto nobiliare dell’onore.


Diffusasi inizialmente negli Stati del Nord, fu in quelli del Sud, dominati da un ceto di grandi latifondisti che avevano il monopolio delle piantagioni di tabacco e cotone, che i duellanti trovarono un contesto fertile per la loro 'schizofrenica' attività.

Ancora all’indomani della guerra di secessione (1861-1865), Mark Twain (pseudonimo di Samuel Langhorn Clemens, 1835-1910) notava con grande dispiacere che la pratica rimaneva diffusissima tra i gentiluomini del Sud (Kiernan 2016)

La riflessione di Twain è interessante perché ci permette di porci una domanda di fondamentale importanza: il duello e il culto dell’onore erano percepiti negli Stati Uniti come un’eredità da raccogliere o un lascito spiacevole mutuato dall’originario retaggio europeo?

Se guardassimo alla storia istituzionale e legislativa dei primi Stati del paese, ci potremmo facilmente schierare a sostegno della seconda posizione.

A confermare questa prima impressione, è il fatto che nella maggior parte degli Stati del Nord la pratica era stata abolita e accomunata all’omicidio, nel caso della presenza di un defunto, già all’inizio dell’Ottocento.


Mai come in questo caso però è necessario adottare una posizione sincronica, capace di valutare la discrasia tra l’evoluzione storica delle istituzioni e quella delle società umane.

Nonostante fosse condannabile e punibile nella maggior parte degli Stati, il duello rimase largamente praticato, senza che nella maggior parte dei casi i suoi esecutori materiali venissero poi condannati.

La legge si era espressa con forza contro i duellanti, tuttavia gli uomini di legge tendevano a tollerare la pratica, perché in essa vedevano la legittima pretesa di due uomini di difendere ciò che essi avevano imparato a tenere come il loro bene più caro: l’onore.

Per comprendere meglio quanto appena detto sarà utile ricostruire la vicenda del più famoso duello avvenuto in suolo statunitense, quello tra gli acerrimi rivali politici Alexander Hamilton (1755-1804) e Aaron Burr (1756-1836).


L’onore leso e gli scopi politici: Burr contro Hamilton


Il nome di Alexander Hamilton, padre fondatore e principale sostenitore della svolta federalista negli U.S.A., occupa senza dubbio una posizione molto più luminosa rispetto a quella del suo rivale Burr, anch’egli personalità di spicco al tempo della guerra d’indipendenza (1775-1883).

I due si conobbero proprio in quanto entrambi membri dell’esercito continentale comandato da George Washington (1732-1799).

Hamilton riuscì ad arrivare ad un grado più alto di quello di Burr, il quale si vide una promozione negata proprio in favore di Hamilton (Rorabaugh 1995: 5).


Non sembra però che fu il diverso successo nella carriera militare ad aver causato la rottura tra i due, causata piuttosto dalle differenti scelte politiche compiute alla fine della guerra.

I due inizialmente erano membri dello stesso partito, quello federalista, dal quale però Burr si allontanò decidendo di entrare in quello democratico, guidato da Thomas Jefferson (1743-1826), che a suoi occhi gli offriva delle opportunità migliori.

La scelta di Burr si rivelò quanto mai azzeccata, nel 1801 venne infatti eletto vicepresidente (mentre Jefferson divenne presidente), tuttavia essa venne vista dai suoi ex alleati del partito federalista come una mossa dettata da una sfrenata ambizione.

Nonostante si fosse ritirato dalla politica nel 1795, anche Hamilton aveva poco apprezzato la scelta di Burr, il cui nome comincia a comparire con sempre maggiore frequenza nelle sue lettere.


Più volte nel suo carteggio Hamilton utilizza parole poco lusinghiere per Burr: ‘’He is as unprincipled and dangerous a man as any country can boast – as true a Catiline ad ever met in midnight conclave’’ (Rorabaugh 1995: 6).

Più volte Hamilton si espresse, anche al di fuori del suo epistolario, nei confronti di Burr definendolo un ‘’Catilina’’, appellativo sicuramente poco desiderabile all’interno di una cultura politica come quella degli Stati Uniti delle origini, che si richiamavano molto al mito della Roma repubblicana.


Anche se lo stesso Burr sembrasse non nutrire grande stima nei confronti di Hamilton, egli non si rivolse mai apertamente contro questo, scegliendo una posizione più defilata.

La situazione divenne irrecuperabile solo quando Burr venne a sapere che Hamilton aveva cominciato a parlare pubblicamente male di lui ad una cena avvenuta nel 1804.

In realtà il motivo per cui Burr aveva in odio Hamilton era legato ad un altra faccenda: il lavoro di sabotaggio che questo aveva compiuto ai suoi danni per far sì che alle elezioni del 1801 i democratici candidassero Jefferson come presidente, e lui come vice.

Le maldicenze espresse pubblicamente nel 1804 erano solo la goccia che aveva fatto traboccare il vaso: dopo lo smacco politico, Burr poteva ora avvalersi anche delle maldicenze di Hamilton, che ledevano pubblicamente il suo onore.

Deciso a mettere a tacere il suo più grande eversore, Burr sfidò Hamilton a duello nell’Aprile del 1804.

Qui si entra in quella che è la parte più interessante della vicenda, ovvero l’analisi degli stati d’animi e delle personalità dei due contendenti.

Entrambi avevano già combattuto diversi duelli, eppure i loro stati d’animo alla vigilia dell’11 Luglio 1804 (data scelta per risolvere la contesa), erano totalmente differenti.

Se infatti da Burr non trasparivano insicurezze o ripensamenti, Hamilton appariva invece come un uomo profondamente turbato moralmente da quello che si stava apprestando a compiere (Freeman: 1996).

Dopo aver perso il proprio figlio in un duello nel 1801, Hamilton aveva decisamente cambiato atteggiamento nei confronti della pratica, che ormai gli appariva come un retaggio del passato da lasciarsi alle spalle.

Quando si trovarono faccia a faccia, i due contendenti, accompagnati dai rispettivi testimoni (la cui presenza era indispensabile nel rituale del duello), decisero di affrontare la pratica in maniera del tutto antitetica.


Burr si mostrò risoluto e al momento di sparare colpì Hamilton al ventre, mentre quest’ultimo decise di sparare in aria.

Avendo intuito di aver involontariamente colpito a morte il nemico, Burr cercò di avvicinarsi al ferito, venendo però portato via dai suoi testimoni, che volevano evitare che egli cadesse in mano alle autorità, che sarebbero potute sopraggiungere.

A questo punto il comportamento del moribondo Hamilton diviene però del tutto paradossale.

Sebbene si fosse descritto come fiero oppositore dei duelli, Hamilton in punto di morte rifiutò per due volte di confessare ai preti che erano giunti per l’estrema unzione che nell’atto di difendere il suo onore aveva peccato contro Dio (Rorabaugh 1995: 11).

Solo dopo essersi vista rifiutata l’opportunità di ricevere la comunione, egli si decise a confessare il suo crimine contro Dio.


La reticenza di Hamilton parla più di qualsiasi trattato o opera scientifica, dietro il suo rifiuto si annidano infatti più di mille anni di mentalità, per i quali l’utilizzo della violenza come mezzo per la difesa dell’integrità morale della persona non era affatto qualcosa di indecente.

Per quanto sia innegabile che tanto Hamilton quanto Burr fossero uomini moderni, nel senso più progressivista possibile, essi decisero di affrontarsi utilizzando una modalità antica e violenta, priva della razionalità illuministica in cui era maturata la Rivoluzione americana.

La vicenda del duello tra Burr e Hamilton ci ricorda che gli uomini non escono mai del tutto dalla mentalità dell’epoca che li ha generati, e che esisterà sempre tra noi e loro una distanza incolmabile, che ci separa e allo stesso tempo ci attira a loro.


I due avevano infatti servito troppo a lungo nell’esercito continentale per non rimanere profondamente segnati dalla cultura militare di questo, che vedeva nel duello una forma valida e da gentiluomini per risolvere le dispute.

Quanto avvenuto nel Luglio 1804 avrebbe però fortemente traumatizzato le coscienze dei contemporanei, che cominciarono (anche se quasi esclusivamente negli Stati del Nord) a guardare con maggiore freddezza al duello, che aveva raggiunto in quegli anni ‘’a scandalous point’’ (Rorabaugh 1995: 14) negli U.S.A. secondo un osservatore francese.

Fu dunque la scomparsa di uno dei più brillanti statisti ed intellettuali politici a fare in modo che nella coscienza degli Americani si attivassero quei meccanismi che secondo Lucien Febvre generavano quelle ‘’rivoluzioni dello spirito che avvengono senza rumore e che nessuno storico si cura di registrare’’ (Febrve, Annales III 1958: 14).



Bibliografia


- Cavina Marco. (2005). Il Sangue dell’Onore. Storia del duello. Roma-Bari. Laterza.


- Cavina Marco. (2009). La formalizzazione del duello nel Rinascimento. Contenuto in Il duello tra il Medioevo e l’età moderna, a cura di Uri Lowe e Gherardo Ortalli. Roma. Viella.


- Freeman J. B. (1996). Dueling as Politics: Reinterpretating the Burr-Hamilton Duel. Contenuto in The William and Mary Quarterly, terza serie, Vol. LIII, N.2. Williamsburg. Omohundro Institute of Early American History and Culture.


- Kiernan Victor. (2014). The Duel in European History. Honour and the Reign of Aristocracy. Oxford. Oxford University Press.


- Rorabaugh W. J. (1995). The Political Duel in the Early Republic: Burr v. Hamilton. Contenuto in Journal of the Early Republic, Vol. XV, N.1. Philadelphia. University of Pennsylvania Press.



Altro


Un’esaustiva e completa ricostruzione della vita di Hamilton e del suo duello con Burr possono essere trovati all’interno di:


-Hamilton J. C. (1879). Life of Alexander Hamilton. Parte di A History of the Republic of the United States of America, as tracked in his writings an in those of his contemporaries, Vol. VII. Cambridge (Boston, Massachusetts). The Riverside Press.


Il testo è disponibile su Google Books al seguente link:

https://books.google.it/booksid=7lYSAAAAYAAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false





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