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  • Writer's pictureKoinè Journal

Ci siamo dimenticati troppo presto di cosa sia la guerra


di Tommaso Di Ruzza.


Guerra a Gaza. Guerra in Ucraina. Gli Houti. Lo Yemen. La Siria. La Serbia. La prima guerra mondiale. E ancora, Hitler, Churchill, Roosevelt, Biden, Zelensky, Nethanyau, Putin. 

 

Tutto è guerra, e tutto è stato guerra. Già, proprio tutto.  

Non soltanto (purtroppo) le battaglie sul campo, i bombardamenti, il bilancio dei caduti, i monumenti postumi o le dichiarazioni di guerra depositate presso l’ambasciata dello stato nemico annunciate  ad una folla di migliaia di persone da un balcone rialzato. 

È stato e tristemente continua ad essere guerra anche tutto ciò che sta di lato, che non si vede, tutto quello che non finisce in prima pagina o nei titoli del notiziario in tivù.  

È guerra ad esempio una famiglia che per via della crisi economica dovuta ai sommovimenti dei mercati internazionali che scaturiscono dal conflitto del momento, si trova in difficoltà con l’aumento dei tassi di interesse dei mutui sugli immobili, e quindi è costretta a tagliare sui conti del mese per riuscire a far quadrare gli stessi. Anche quella è guerra

Ma andiamo per gradi. Al dettaglio ci arriveremo e, soprattutto, focalizziamo la nostra attenzione su un evento bellico preciso, dalle conseguenze addirittura fatali per qualcuno, tristemente nette invece per altri, pesanti per qualcun altro e addirittura vantaggiose per qualcun altro ancora.  Meglio ancora se parliamo di oggi, di pura e cruda attualità.  

Ecco quindi che, nonostante sembri essere meno protagonista di qualche anno fa nel sistema mediatico, ma comunque al centro delle narrazioni odierne, si staglia proprio la guerra Russo-Ucraina. 

 

Quella che dal febbraio 2022 chiamiamo “guerra russo-ucraina” infatti, anche se in divenire quantomeno dal 2014, è un conflitto regionale e territorialmente circoscritto alle aree dell’Ucraina sud-orientale. Nonostante siano passati 2 anni dal suo inizio, non sembrerebbe aver assunto dal punto di vista meramente geografico caratteri estesissimi, presentando però una catena di effetti del più disparato tipo non soltanto sul continente europeo, ma nell’intero globo. 

Si pensi solo a tutte le conseguenze in ambito economico, finanziario, sociale, culturale ed addirittura generazionale che sono sotto gli occhi di tutti noi, e che nessuno, fin dal suo maledetto principio, abbia mai pensato di negare o comunque non riconoscere. 

Nei confronti del nostro paese, ad esempio, pienamente coinvolto nella messa a punto dei vari pacchetti sanzionatori inflitti alla Russia di Putin, il conflitto Russo-Ucraino non è stato per niente misericordioso; in particolare con riferimento alla sfera economica.  

D’altronde le sanzioni inflitte alla Russia si sono dimostrate ampiamente deficitarie se si ripensa agli effetti che si riteneva potessero avere. Il PIL russo, come riportato anche dal fondo monetario internazionale è infatti cresciuto negli ultimi due anni


Soltanto nell’arco del primo anno dall’inizio del conflitto, l’Italia ha visto un’onda inflativa senza precedenti almeno dai tempi della crisi economica del 2008.  L’inflazione ha toccato il 9% al termine del 2022, e si è fatta accompagnare da una crisi energetica che ha determinato una spesa da parte delle famiglie italiane superiore di oltre il 105% rispetto a quella del 20211L’inflazione in Italia è dovuta infatti in gran parte proprio ai rincari sull’energia, rincari frutto non soltanto di una fisiologica difficoltà di reperimento delle risorse tipica dei tempi di guerra, ma anche di una miopia di alcune fette della classe politica, che non hanno saputo né diversificare nei decenni passati le fonti energetiche da cui attingere, nè condurre con successo una ricerca di risorse alternative da cui rifornirsi. Il tutto dopo che il mercato energetico russo, che nel caso del gas naturale legava a sé l’Italia per almeno il 40% del nostro fabbisogno, si era chiaramente chiuso per via del riconoscimento del nostro paese di una aggressione russa ai danni dello stato sovrano ucraino.  Per non parlare di tutto quello che è l’universo dell’alimentazione, in un contesto mondiale che come sappiamo bene, già fatica a mantenersi a galla tra le tensioni e le spinte della globalizzazione.  

L’Ucraina è stata d’altronde ribattezzata come “il granaio d’Europa”, essendo il maggior produttore sul continente di frumento, grano, orzo e mais. Il nostro paese quindi, in cima anche alle classifiche dei rifornimenti di queste risorse alimentari dall’Ucraina, ha visto un aumento dei prezzi di circa il 7% sui prodotti cerealicoli, essendo ormai il 40% del territorio ucraino inutilizzabile a fini agricoli a causa delle devastazioni

 

E oltre ai numeri? 

Oltre ai numeri e alle conseguenze in ambito economico e finanziario che il conflitto russo-ucraino ha avuto e continua ad avere sul sistema Italia in generale, non possiamo non andare ad analizzare la catena di conseguenze che questo conflitto, come ogni guerra della storia, ha creato sotto altri punti di vista, a partire da quello socio-culturale, passando per quello informativo ed anche generazionale. 

Non è poi così sbagliato in effetti, a fronte della valanga di dichiarazioni che abbiamo sentito in questi ultimi due anni, chiederci se sappiamo ancora che cosa voglia significare la parola “guerra”, o ancor di più “guerra nucleare”. 


Siamo sicuri di riuscire a carpire fino in fondo la portata devastante del significato non soltanto letterale, ma anche sostanziale, di queste parole che fino a non molto tempo fa venivano impiegate con molta più parsimonia? 

E’ come se ci si senta in massa automaticamente capaci di configurare il significato di “guerra mondiale”. E lo stesso ovviamente, anzi forse ancora di più, vale per il conflitto atomico. Sembra di essere di fronte ai classici casi da film Holliwoodiano di ex atleti di successo che in tempi oramai remoti erano i numeri uno nel loro sport, e a distanza di anni, magari in preda ad una nostalgia senile dai caratteri arroganti, decidono di sfidare il campione attuale per mostrargli quanto duri e forti nonostante l’età siano ancora, e quanto superiore sia la loro tecnica, quella dei “grandi tempi passati”. 

 

Si insomma, dietro c’è una arroganza autolesionista, ma nel caso della società di oggi forse le motivazioni non si limitino solo a questo. 

D’altronde l’ex atleta e anziano campione cade nella tentazione di sfidare il giovane avversario, perlopiù perché fatica ad accettare e soprattutto a comprendere come il suo sport sia cambiato, e come sia caratterizzato nel presente. In altre parole, l’atleta tramontato, dall’alto del suo passato, crede di conoscere e di saper leggere al meglio anche il presente, ma non sa (o forse nel profondo lo sa eccome) che sta soltanto andando incontro ad una sonora sconfitta ed umiliazione.  


Forse questo è esattamente il punto in cui si trova la comunità internazionale al giorno d’oggi. 

Si pensi soltanto al fatto che il mondo non è più testimone di un possibile conflitto di carattere mondiale o di un pericolo nucleare da tempo immemore, nonostante i lunghi decenni di Guerra Fredda e di equilibrio del terrore.  

Forse non è troppo azzardato avere l’impressione che nell’arco di questo periodo trigenerazionale è molto probabile che la direzione su cui i popoli e la politica mondiale abbiano proceduto sia esattamente quella della perdita di coscienza del pericolo di guerra mondiale, per non parlare della minaccia nucleare


Ed ecco quindi come ci si è dimenticati del significato delle parole, di tutto ciò che i tempi bui delle due guerre mondiali hanno portato con sé, e di tutto ciò che ancora oggi rappresentano, nonostante se ne parli perlopiù nei libri o nei documentari storici, che sono però ogni giorno che passa consultati e studiati sempre di meno. 

Per fornire dunque una spiegazione definitiva della questione, è necessario comprendere che una delle cause più rilevanti del parlare a vanvera o per sentito dire di un qualcosa come la “guerra mondiale nucleare”, è proprio l’assenza di memoria

Si. L’assenza del ricordo. La mancanza di reminiscenza collettiva. Una malattia della società odierna che si fatica a combattere e talvolta addirittura a diagnosticare, e che si può estirpare soltanto con la cultura, con l’istruzione, e con lo studio dei grandi errori dell’umanità.  

 

Adesso sta a noi. 

Sta a noi decidere se vale la pena comprendere e rimuginare sugli errori commessi, oppure sentire sulla nostra pelle le conseguenze della scelta di dimenticare il passato. 





Image Copyright: ISPI

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