Come e quando nasce l'idea di "Nazione sovrana"?
- Koinè Journal

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di Andrea Di Carlo.
Al di là delle sterili polemiche se la nazione sia sovrana o meno, lo scopo di questo articolo è dimostrare che la nazione non è sovrana perché non esiste. Gli stessi partiti o movimenti che si foggiano del titolo di “sovranisti” in realtà stanno compiendo un’operazione politica dai piedi d’argilla: essi si stanno spendendo per qualcosa che esiste concettualmente (la sovranità) ma non nei fatti. Perché la difesa della nazione, delle tradizioni (parola chiave di cui parleremo a breve) e della patria fa creare partiti politici o agita le folle? La risposta è il romanticismo e la riscoperta dell’idea stessa di nazione e dei suoi valori. Allo stesso tempo, tuttavia, le tradizioni a cui teniamo rischiano di essere, come hanno magistralmente scritto Eric Hobsbawm e Terence Ranger, un’invenzione. In altre parole, le tradizioni inventate esistono perché ricostruiscono il passato in modo discutibile ma funzionale a una causa (Hobsbawm e Ranger 1983). Prima di descrivere come si inventa una tradizione, è opportuno spendere qualche parola sul Romanticismo.
Il Romanticismo e la nazione
L’Illuminismo, seppure con non pochi problemi, credeva nella razionalità umana. Kant, come noto uno dei pensatori di spicco del periodo, aveva addirittura parlato di un cosmopolitismo basato sull’accoglienza. Possiamo tutti vivere insieme in quanto siamo tutti razionali. Dalle riflessioni kantiane prendono le mosse quelle di Derrida, il quale argomenta che l’ospitalità sia un dovere. Levinas sostiene che l’Altro sia il problema etico per eccellenza. Questi tre pensatori non credono nella nazione come comunità di costumi e valori; essi credono che i confini siano porosi e che l’ospitalità, l’Altro e il cosmopolitismo sono più importanti di una visione accentratrice della realtà. A questa visione irenica si oppone il Romanticismo. La riscoperta del Medioevo quale momento di nascita della cultura nazionale e le tradizioni popolari lodate nella stessa letteratura romantica (si pensi a Manzoni oppure al Romanticismo tedesco) hanno diffuso il senso che il rispetto dei nostri valori o delle tradizioni siano più importanti invece dell’ospitalità, dell’Altro e del cosmopolitismo come garanzia di pace perpetua Non è un caso che ai sovranisti di ieri e oggi guardino con ammirazione al Medioevo, in quanto è il momento in cui si costruisce e si definisce l’idea stessa di identità nazionale, di appartenenza a un gruppo etnico-culturale. Non bisogna dunque stupirsi che uno dei più importanti poeti romantici tedeschi, Novalis, abbia scritto il saggio La Cristianità, ossia l’Europa (1799), dove l’autore celebra il Medioevo cattolico e il papa, che poi sarebbero stati spogliati della loro importanza dalla Riforma e dall’Illuminismo. Novalis vorrebbe ritornare al Medioevo in quanto è lì che è nata ed è stata plasmata l’Europa. Questa è la temperie socio-culturale che sottostà a una delle opere chiave per comprendere come il nesso tra Medioevo e nazionalismo, Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa (2002) dello storico statunitense Patrick Geary. Sintetizza Geary che è proprio l’identità etnica ad aver prodotto gli orrori dei totalitarismi novecenteschi (Geary 2002: 4). Non bisogna stupirsi se politici come Salvini elogino Benedetto da Norcia, in quanto rappresenterebbe la guida spirituale di un’età perduta. A conclusione di questo ragionamento torniamo alla premessa iniziale, cioè che la nazione è un costrutto socio-culturale come descritto da Hobsbawm e Ranger.
Tra nazione e tradizione: dov’è la verità?
Eric Hobsbawm, l’importantissimo storico marxista, vedrebbe nella nazione quella il pensatore di Treviri definì sovrastruttura, i valori che determinano una cultura o una visione del mondo. Ma cosa accadrebbe se la storia di una specifica nazione non è quella nota a tutti? In altre parole, come reagiremmo se scoprissimo che Il canto degli italiani fosse stato scritto nel Medioevo invece che durante il Risorgimento? Probabilmente stupiti e anche disorientati, in quanto tutti sappiamo che l’inno è il prodotto di un’epoca dove il nazionalismo era il motore per ottenere l’indipendenza. Hobsbawm e Ranger direbbero invece che non c’è niente da stupirsi in quanto i valori e le tradizioni di una nazione sono spesso una creazione successiva. Lo storico inglese (Hobsbawm 1987: 3) dà una definizione molto chiara di cosa sia una tradizione inventata:
Per «tradizione inventata» si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato.
Niente sembra più medievale e “autentico” di un palazzo medievale nel centro di Parigi, finché non si scopre che così era stato restaurato da Viollet-le-Duc, una figura emblematica dell’Ottocento francese. Hobsbawm (1987: 4) insiste su questo aspetto:
È appunto il contrasto tra il cambiamento e l'innovazione costanti del mondo moderno e il tentativo di attribuire a qualche aspetto almeno della sua vita sociale una struttura immobile e immutabile […].
Le parole chiave sono il tentativo di conferire al mondo una “struttura immobile e immutabile”. Si è sempre fatto così e bisogna continuare a fare così. Riutilizzando l’architettura è facile dire che la modernità e il progresso hanno creato strutture oppure edifici che non hanno niente a che fare con lo spirito o i costumi nazionali. Per questo si riscopre l’architettura o si imita la letteratura medievale perché il nuovo non piace. Non è detto che tutto ciò che è nuovo deve essere visto con sospetto, ma è certamente vero che esso causa la rottura tra ciò che ci è noto e qualcosa che non conosciamo. Anche in campo legale si è tornati alla tradizione che non è probabilmente mai esistita. L’originalismo, l’interpretazione della legge attualmente caldeggiata dall’attuale maggioranza della Corte Suprema statunitense, è una tradizione inventata. Interpretare la legge così come l’avrebbero interpretata Jefferson o Washington significa che il progresso socio-legale è stato tanto che bisogna tornare ai vecchi tempi, cioè a come si interpretava la legge dopo la Rivoluzione. Questo non significhi che la Corte è rimasta nel diciottesimo secolo (la storica sentenza Bostock v. Clayton County del 2020 è la contraddizione dell’originalismo), ma è preferibile tornare a un’interpretazione della legge “immobile e immutabile”. Meglio non cambiare se ci troviamo bene, anche se i risultati potrebbero contraddire lo spirito conservatore. La più famosa tradizione inventata è probabilmente la pretesa che l’Europa sia fondata su radici cristiane. Se è innegabile che il Cristianesimo è la religione egemone in Europa, allo stesso tempo non è possibile dimenticare che l’Europa medievale era costituita da sovrani islamici (a oriente) oppure da cristiani eterodossi (i Catari o gli Albigesi).
Conclusione
“Prima gli italiani!” “La Francia ai francesi!” oppure MAGA sono la conseguenza dell’identificazione di un’etnia con una cultura e una storia comune. Come spero di aver dimostrato in questo articolo questa premessa è problematica: l’attenzione quasi parossistica del nesso cultura/appartenenza nazionale è il prodotto del Romanticismo e della sua ricezione del Medioevo, in cui contano più usi e costumi che la storia vera e propria. Non voglio ripetere il trito e falso detto umanistico che vede nel Medioevo l’età oscura dopo i fasti di Roma, ma il problema risiede nel fatto che la retorica conservatrice sta creando non pochi problemi a coloro che vorrebbero salvare la cultura medioevale da Salvini e amici, in quanto l’associazione del periodo con politici estremisti non aiuta. Tuttavia, come ammoniscono Geary e Hobsbawm, bisogna sempre pensare due volte all’interpretazione del Medioevo, in quanto 9 volte su 10 è errata.
Bibliografia
Geary, Patrick (2002), The Myth of Nations: The Medieval Origins of Europe. Princeton, NJ: Princeton University Press.
Hobsbawm, Eric, Ranger, Terence (a cura di) (1987), L’invenzione della tradizione. Torino: Einaudi.
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