Breve storia della Costituzione italiana
- Koinè Journal

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di Michele Mariani.
Quest’anno la festa della Repubblica cadrà in un anniversario particolare, infatti dal 2 giugno del 1946 saranno trascorsi esattamente ottant’anni dall’inizio di quel processo costituente che portò all’entrata in vigore della Costituzione italiana. Una Carta che fin dalle origini ha subito numerosi tentativi di eversione e una non totale applicazione, ma che grazie alla partecipazione popolare, ai valori e principi fondati su una visione orientata al futuro ha saputo resistere agli svariati attacchi antidemocratici.
Per questo la Costituzione non può essere assunta come un mero documento giuridico asettico privo di agganci con la nostra epoca. Inquadrare storicamente il processo che portò alla nascita dello stato democratico può portarci a riflettere sull’importanza di difendere ancora oggi l'impianto costituzionale in un contesto in cui l'ascesa dell’estrema destra è diventata la normalità e le politiche belliche degli stati prendono il sopravvento.
Se ci collochiamo sulla linea del tempo storico ottant’anni dall’inizio del processo Costituente e settantotto dall’entrata in vigore della Costituzione non sono nulla rispetto alle molteplici epoche che si sono succedute. Ma la sensazione troppo spesso è che vi sia una limitata conoscenza dei propri diritti e doveri e, della lunga, travagliata e rivoluzionaria storia che ha portato alla nascita della nostra democrazia.
Da cosa potrebbe derivare questo distacco dalla storia e, di conseguenza, la scarsa conoscenza dell’impianto costituzionale?
In primo luogo, il linguaggio giuridico presenta di per sé del tecnicismo che potrebbe contribuire ad allontanare chi non è esperto della materia. Ma la Costituzione non può essere relegata solo a chi si occupa di questioni giuridiche, la Carta parla a tutti noi e ci esorta a metterla in pratica e ad utilizzarla come base sociale e politica con la quale difendere i nostri diritti di cittadinanza. In secondo luogo e, - probabilmente rappresenta un aspetto più problematico e maggiormente da attenzionare - è che, disabituati a capire cosa sia la politica, rimaniamo disorientati di fronte alle scelte che dall’alto irrompono sulla nostra realtà sociale. Infatti il coinvolgimento dei cittadini è minimo e la politica appare distante, come se le decisioni restassero chiuse nei palazzi istituzionali. Tuttavia i cittadini sono portatori di diritti e di interessi legittimi e, comprendere che la realtà è eminentemente politica significa riconoscere i rischi e i pericoli legati a determinate riforme, leggi o scelte politiche.
Per esercitare davvero questo ruolo attivo di cittadinanza sarebbe necessaria un’educazione politica di base per evitare questo progressivo allontanamento delle istituzioni dai bisogni sociali delle persone. D’altronde un'educazione politica di base è fondamentale per formare cittadini attivi. Infatti radicarla nei luoghi di formazione - dalla scuola secondaria all'università - potrebbe essere il miglior argine contro la disaffezione. Non si tratta di fare propaganda, ma di fornire gli strumenti critici per comprendere i processi decisionali e incidere sulla propria comunità. Altrimenti il rischio tangibile sarebbe quello di vedere la politica ridotta a mera amministrazione. Mentre fare politica dovrebbe significare occuparsi dei bisogni delle persone e assumersi la responsabilità etica di decisioni orientate al bene comune.
In ciò si deve inserire la visione di lungo respiro che i costituenti e le costituenti, hanno voluto imprimere al testo costituzionale. Un testo giuridico che contiene una precisa concezione di società, che custodisce determinati principi e valori che parla al passato, ma inevitabilmente si colloca nel presente ed è proiettata nel futuro. Vivere seguendo i principi e i valori contenuti nella Costituzione è anche un esercizio filosofico e culturale da perseguire poiché esorta la persona e, il cittadino, a sentirsi parte di una comunità, a rifuggire il suo tornaconto individuale e a difendere il bene comune, i diritti e le tutele che sono state conquistate. Per tale motivo la Costituzione è uno strumento imprescindibile di salvaguardia dei nostri diritti, ma è inoltre un programma che si appella alla responsabilità pubblica dei rappresentanti eletti che hanno l’obbligo di prestare giuramento davanti ad essa e hanno il dovere di seguirla ed applicarla.
Dopo questa breve premessa caliamoci nella storia e tuffiamoci nel passato per comprendere cos’è stato quel processo costituente che ha dato vita alla Carta costituzionale italiana e alla nostra democrazia.
2 giugno 1946
La cultura politica che caratterizzò i dibattiti della Costituente risaliva ai tre principali schieramenti di idee e di forze sociali riemersi dalla dittatura: la democrazia liberale, il mondo cattolico, i socialisti e i comunisti. Alla democrazia cristiana si deve l’impronta garantista dell’impianto statuale, alle sinistre il disegno socialmente riformatore e l’impegno egualitario, e infine i deputati repubblicani, azionisti e indipendenti di sinistra che esibivano la loro tendenza a voler coniugare istituzionalmente le autonomie regionali in rapporto con lo stato centrale. Da queste istanze, ben radicate nella vita del paese, la nascita di uno stato sociale, fu la novità più rilevante di tutta l’organizzazione repubblicana ed elemento di modernizzazione e democratizzazione. Mentre ovunque in Europa l’alleanza antifascista entrava in crisi, e anche in Italia le sinisrre venivano espulse dal governo, la Costituente riuscì a portare a termine i lavori. Forse fu proprio l’accordo non scritto e lo spirito che animò i lavori dei costituenti a determinare la buona riuscita dell’operazione. Infatti il carattere unitario che discendeva dalla resistenza e dall’antifascismo programmatico o militante - e, allo stesso tempo, la reciproca convenienza a non rompere i ponti su questo delicato aspetto, fu probabilmente l’elemento centrale che limitò il rischio di condurre il paese in una nuova guerra civile[1].
Mai in Italia si era assistito, almeno formalmente - sul piano giuridico - ad un’affermazione così piena di valori e principi quali la giustizia, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia e l’internazionalismo. Le atrocità del fascismo e le catastrofi del secondo conflitto mondiale erano ancora vive negli occhi di chi si impegnava a intraprendere il percorso che portò alla scrittura della Costituzione. Furono cinquecento cinquantasei i membri dell’Assemblea Costituente, di cui ventuno donne, eletti il 2 giugno del 1946 dal popolo italiano. Settantacinque di questi, all’interno del quale figuravano solo cinque donne, composero la commissione incaricata di redigere il testo costituzionale.
Oggi il 2 giugno fa parte del calendario civile delle feste nazionali, ma nonostante venga concepito come una mera celebrazione fine a se stessa; in verità racchiude tantissimi significati ancora oggi attuali. Di certo fu un giorno storico. In primo luogo, oltre all’elezione dell’Assemblea Costituente, per la prima volta nella storia a suffragio universale - dopo oltre venti anni di abolizione del diritto di voto da parte della dittatura fascista - il popolo italiano fu chiamato alle urne per votare al referendum istituzionale per la modifica della forma di governo; fu scelta la Repubblica che spazzò via i vecchi retaggi monarchici, resisi complici del regime mussoliniano. In secondo luogo, fu un giorno storico per il voto alle donne. Il riconoscimento del diritto all’elettorato attivo e passivo - il riferimento è, naturalmente, all’Assemblea Costituente, della quale fecero parte ventuno donne - fu emblematico della trasformazione sostanziale che si respirava nel paese dopo la Resistenza e la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Infatti il processo costituente italiano (1946-1947) è stato un momento di alta autonomia politica e culturale, pur svolgendosi in un contesto che di lì a poco fu condizionato dalla Guerra fredda e dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti. Un periodo storico che ha visto emergere in Italia numerose spinte eversive e antidemocratiche che non accettavano la nascente democrazia e la Costituzione nata dalla Resistenza[2]. (Ne abbiamo parlato anche in questo articolo)
L’impegno a ricostruire la democrazia dopo il fascismo e la guerra - con una forte spinta ideale volta a integrare culture politiche diverse - ha consentito di creare un terreno comune che ha permesso di separarsi nettamente dal passato autoritario. Le idee politiche che giunsero al compromesso istituzionale condividevano un’impronta nazionale e antifascista che aveva caratterizzato tutte quelle forze politiche che avevano contributo a formare il Comitato di Liberazione Nazionale.
Nonostante le numerose divergenze di vedute le forze politiche che incaricarono la “commissione dei settantacinque” di redigere la Costituzione, avevano compreso che vi erano delle questioni primarie che, sia durante la fase liberal-monarchica sia durante il fascismo erano state negate, ma su cui si voleva costituire la Costituzione: il valore della persona, la creazione dello stato sociale - nonostante le resistenze liberali -, il diritto al lavoro come garanzia dallo sfruttamento e come strumento per l’emancipazione umana e, infine, il riconoscimento della vita sociale come base per lo sviluppo delle libertà collettive.
L’ampio consenso interno che si palesò durante i lavori costituzionali, come accennato sopra, ha dovuto operare all’interno di un quadro geopolitico che ha limitato la sovranità dello stato e di conseguenza ha minato l’applicazione concreta della carta costituzionale; - si pensi alla mancata istituzione, fino al 1955 della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura, reso operativo dal 1959, alla mancata riforma del codice penale o al rinvio della nascita delle Regioni; all’assenza di una riforma del diritto del lavoro piuttosto che a quella del diritto di famiglia; alla mancata riforma di scuola e università[3].
La Resistenza, il ruolo delle donne, il colonialismo e la defascistizzazione dell’Italia
Consapevoli di non poter attraversare ottanta anni di storia Repubblicana dobbiamo da subito mettere per inciso che l’Italia non ha attraversato un’opera di defascistizzazione seria come, ad esempio, è accaduto con il nazismo in Germania in cui sono state riconosciute le responsabilità storiche della Shoah e del secondo conflitto mondiale. Inoltre il nostro paese non ha mai saputo fare i conti con il progetto coloniale intrapreso nel Corno d’Africa fin dalla fase liberale. Di ciò è esemplificativo il fatto che si è soliti definire come fallimentare l’esperienza coloniale e imperiale intrapresa nei confronti delle popolazioni somale, libiche, eritree ed etiopiche che subirono una brutale repressione da parte delle truppe italiane.
La natura scomoda della lotta, tanto in ambito anticoloniale quanto resistenziale, è stata progressivamente attenuata nel discorso pubblico per agevolare una transizione politica percepita come meno traumatica, favorendo così un compromesso che ha consentito il parziale riassorbimento degli apparati burocratici del precedente regime e sacrificando una piena elaborazione della memoria storica in nome della stabilità. In questo contesto, la Resistenza italiana - con la sua carica sovversiva e profondamente popolare, capace di saldare istanze differenti e di unire componenti sociali eterogenee contro una duplice oppressione, esterna rappresentata dal nazismo e interna incarnata dal fascismo - viene spesso marginalizzata nelle ricorrenze pubbliche. Inoltre, le politiche coloniali hanno costituito a lungo un nodo critico e difficilmente assimilabile, la cui complessità è stata spesso ridotta o distorta all’interno di narrazioni ufficiali più concilianti, contribuendo così a una rappresentazione parziale della storia italiana del Novecento che ha privilegiato la continuità istituzionale rispetto a una più radicale resa dei conti con il passato[4].
La storiografia contemporanea ha tuttavia ampiamente superato queste letture edulcorate, restituendo al periodo una complessità più aderente alla realtà storica, facendo emergere in primo luogo il ruolo centrale e a lungo rimosso delle donne[5], il cui contributo fu massiccio e multiforme, non limitato a funzioni ausiliarie, ma esteso alla partecipazione diretta alla lotta armata, all’organizzazione clandestina e soprattutto all’attività di collegamento tra le formazioni partigiane. Un protagonismo che nel dopoguerra venne sistematicamente ridimensionato da una retorica pubblica orientata a ricondurre la figura femminile entro schemi tradizionali, oscurando l’immagine di soggetti politicamente attivi e autonomi. Allo stesso tempo, si è affermata una lettura della Resistenza come fenomeno non esclusivamente militare ma profondamente civile e popolare, capace di coinvolgere ampi strati della popolazione e di produrre una frattura nei ruoli sociali e di genere imposti dal fascismo, configurandosi come una forma di ribellione che fu insieme politica e sociale e, che, contribuì a trasformare la società italiana dal basso.
Il protagonismo delle donne durante la Resistenza ha contribuito all’affermazione successiva del diritto di voto. Da questo punto di vista l’uguaglianza sul piano politico ha rappresentato il traguardo di un processo di liberazione sociale e di rivendicazione storica, che ha segnato il superamento di quella rigidità sessuale che la società, prima liberale e poi fascista, aveva imposto attraverso ruoli ben definiti, relegando il genere femminile in una posizione di subordinazione “naturale” rispetto a quello maschile. Il voto alle donne è stato un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. Ha ridefinito il perimetro della cittadinanza, ma non ne ha esaurito il senso. Ottant’anni dopo, la sfida è fare in modo che quella conquista continui a produrre effetti reali: nella distribuzione del potere, nelle opportunità, nella qualità stessa della democrazia. Perché una democrazia è davvero tale solo quando non si limita a includere, ma mette tutti e tutte nelle condizioni di contare.
Parallelamente, come dicevamo poc'anzi, un ulteriore nodo riguarda la lunga rimozione delle violenze legate al progetto imperiale fascista, in particolare nelle campagne coloniali in Etiopia e Libia, dove l’uso di gas tossici, l’istituzione di campi di concentramento e i massacri di civili vennero per decenni marginalizzati nella memoria pubblica al fine di sostenere il mito autoassolutorio degli italiani “brava gente”. Un’immagine che ha occultato la reale natura dell’imperialismo fascista e che solo recentemente è stata sottoposta a una revisione critica, anche attraverso l’analisi del ruolo delle truppe coloniali, come gli àscari, impiegate nelle operazioni di conquista e talvolta protagoniste di episodi di diserzione, elementi che nel loro insieme restituiscono la complessità e la durezza del volto imperiale del regime.
Da questo punto di vista si potrebbe ipotizzare che il revisionismo sulla Resistenza e sulla Liberazione, insieme all’oscurantismo sulle atrocità del progetto imperiale, derivano dal fatto che entrambi furono processi popolari di liberazione. Essi videro infatti il protagonismo di tantissime forze che condividevano l’antifascismo, come valore cardine da cui partì il processo costituente che culminò nella stesura della carta costituzionale ad opera dell’Assemblea Costituente.
L’opera di revisionismo storico è divenuta una costante nel dibattito pubblico italiano inizialmente per permettere al paese una transizione “pacifica”, dallo stato fascista allo stato democratico, e successivamente per gettare fango sugli eventi che hanno contribuito a far nascere la Repubblica. Le narrazioni equilibranti che pongono sullo stesso piano partigiani e fascisti hanno contribuito a creare un immaginario in cui la festa della Liberazione è divenuta la festa della Libertà e la festa dei Lavoratori è stata svuotata in una semplicistica festa del Lavoro e, in ultimo, la festa della Repubblica ridotta a una sfilata delle forze armate. Per lasciarsi alle spalle questa riformulazione del calendario civile nazionale - per quanto è importante attenzionare questi slittamenti semantici - occorre fin da subito sottolineare l’importanza di difendere la democrazia e la giustizia da chi, invece, quella democrazia e quella giustizia la vuole svuotare dall’interno e imporre l’ordine e la disciplina a colpi di decreti legge securitari.
2 giugno 2026 e ……. oltre
Era il 2 giugno del 2023 quando, durante la parata per la festa della Repubblica, gli incursori del Comsubin[6] batterono il passo gridando “decima” facendo un gesto interpretabile come saluto romano. Nello stesso istante il sorriso e il segno della vittoria del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, fu ripreso dalle telecamere. Il gesto e il sorriso non passarono inosservati e tra polemiche da salotto per portare alla lunga l’ennesimo talk show televisivo, occorre ricordare e menzionare l’unico intervento degno di nota: quello di Michela Murgia. Un discorso che dovrebbe essere ascoltato in tutte le scuole, università, tribunali e piazze del paese. La scrittrice propose una riflessione sulla natura antifascista delle istituzioni statali, della Carta costituzionale e su come le parate militari, che si svolgono durante le ricorrenze del calendario civile nazionale, non rappresentino per nulla l’essenza democratica del paese. In tale contesto Murgia espresse forti perplessità e critiche sul fatto che si debba celebrare la nascita di una democrazia repubblicana facendo mostra dell’apparato bellico e delle armi. Inoltre sottolineò che sono gli stati dittatoriali quelli che sentono la necessità di esibire la forza pubblicamente per dare sfoggio della propria potenza. In chiusura di discorso suggerì un esercizio di immaginazione proponendo una vera lezione di civiltà da mostrare alle nuove generazioni: far sfilare insegnanti, medici, artisti, operatori dello stato sociale, giornalisti, lavoratori industriali e agricoli, insomma tutte quelle categorie che ogni giorno mantengono vivo il paese e ne rappresentano le espressioni migliori della sua vita democratica.
Il discorso di Murgia ci offre la possibilità per chiederci cosa significhi oggi festeggiare la festa della Repubblica, difendere la democrazia e la Costituzione e, inoltre, ci esorta a trovare nuove strategie per tramandare alle nuove e le future generazioni l’importanza dei principi e dei valori contenuti nella Carta costituzionale.
Diseguaglianze crescenti e torsioni democratiche
Di certo dobbiamo avere ben chiaro che cos’è oggi la realtà in cui viviamo.
Il contesto storico e sociopolitico in cui viviamo è connotato dall’ascesa dell’estrema destra, da ideologi tecnocratici e da un uso della violenza come strumento per risolvere le controversie tra gli stati. Per non parlare del corto circuito socio-economico che si palesa sempre di più nelle nostre realtà quotidiane e del capitalismo selvaggio che contribuisce a generare crisi sistemiche e strutturali continue.
Infatti in un mondo segnato da gravi conflitti, tensioni commerciali e shock climatici, i livelli di diseguaglianza, già elevati, si stanno ulteriormente aggravando. Ad esempio secondo il rapporto Oxfam del gennaio 2026, “Nel baratro della diseguaglianza”[7] la concentrazione di ricchezza ha registrato un incremento portentoso: in 5 anni il valore dei patrimoni miliardari globali è cresciuto dell’81% e, da soli, 12 tra gli individui più ricchi del pianeta detengono più ricchezza del 50% più povero dell’umanità.
Allo stesso tempo la metà della popolazione mondiale continua a vivere intrappolata in una quotidianità che non ha i tratti di un’esistenza dignitosa. Chiaramente questa indebita ricchezza concentrata nelle mani di pochi diventa strumento di influenza e pressione politica a vantaggio di privilegi individuali e a discapito dell’interesse collettivo e del bisogno comune.
Inoltre, assistiamo a processi di torsione democratica e autocratizzazione politica che si radicano sempre più nelle nostre società facendo leva su paure e malcontento sociale. È chiaro che tutto ciò è incentivato da un sistema economico che spinge verso l’accumulo privato di ricchezza e da decisione politiche che invece che invertire la tendenza delle diseguaglianze hanno incentivato un gioco al ribasso per favorire i multimiliardari e la crescita economica a discapito di tutele, diritti e salari.
Per giustificare tale abisso di disuguaglianza, l’immaginario dominante si è consolidato su una narrazione morale ferocissima: il mito della meritocrazia. In questa logica, la posizione sociale è considerata l'esatto riflesso del talento e dell'impegno individuale. Il successo non è più solo visto come il risultato di una combinazione di privilegi di partenza, infrastrutture pubbliche e fortuna, ma come una prova di superiorità morale.
La conseguenza diretta di questa divinizzazione del successo è la colpevolizzazione del fallimento. La povertà, in questo sistema, non è più considerata una disfunzione strutturale dell'economia, ma una colpa personale, una mancanza di volontà. Se non riesci, se sei povero, se sei precario, la colpa è tua. Questa pressione psicologica sta conducendo, nonostante fatichiamo a comprendere questa correlazione, all'esplosione di sempre più sintomi depressivi, di ansia e disagio sociale: l'ansia da prestazione e la difficoltà a trovare un posto nel mondo non sono solo problemi medici, ma sintomi di un sistema che richiede performance continue e competizione tra le persone. In tutto ciò la povertà o la disoccupazione viene vissuta come una vergogna intima, un marchio di infamia che giustifica l'esclusione sociale.
In tal senso le diseguaglianze prodotte dal sistema economico erodono la democrazia e mettono a serio rischio la partecipazione civica e sociale di un numero sempre più ampio di persone. Da questo punto di vista dobbiamo sottolineare che se la vulnerabilità viene assunta come normalità vi è un grosso problema. Si sente sempre più spesso affermare che se vogliamo far crescere l’economia dello stato abbiamo bisogno di far agire indisturbate le imprese, le uniche in grado di produrre benessere. La fallacia logica di questo ragionamento è evidente, dato che la ricchezza prodotta non verrà distribuita, come presuppone la trickle down economy e la teoria dello sgocciolamento verso il basso[8].
Se l’unico fine che si assume lo stato è una crescita fine a se stessa, è ovvio che lo sgretolamento dello stato sociale e dei diritti sociali ne rappresentano la conseguenza più evidente. In tale contesto la politica sembra ridursi a mera esecutrice di decisioni prese nelle stanze dei potentati economici e finanziari, sempre più lontane dallo sguardo del Parlamento e da quello dei cittadini. Se la politica come afferma Simone Weil deve avere per oggetto la giustizia ed è equiparabile ad una forma d’arte - l’arte di realizzare la giustizia - questa non può essere ricondotta ad un mero gioco strategico per la conquista del potere. In sostanza per la filosofa il compito della politica è quello di curare lo spazio pubblico esortando i decisori politici ad assumersi una piena responsabilità nell’esercizio delle loro funzioni, per il bene dei cittadini[9].
Dunque che fare se le istituzioni alienano le loro decisioni dai problemi della vita quotidiana delle persone, nonostante il loro compito è quello di farsi carico della cura dello spazio pubblico, operando con piena responsabilità morale per il bene dei cittadini e la tutela dei più deboli, come sostiene Simone Weil.
Probabilmente stiamo attraversando una fase di stallo e allo stesso tempo di grandi cambiamenti globali, ma nel dibattito pubblico non si discute sufficientemente del nesso tra arretramento democratico e involuzione culturale, che sta svuotando la nostra partecipazione civica, e sta rendendo sempre più complesso orientare in maniera critica il caos informazionale di cui ci cibiamo quotidianamente. Un caos che produce, da una parte, un consumo passivo di informazioni e, dall’altro, stati emotivi di panico e paura che finiscono per invocare maggiore sicurezza o generano ancor più immobilismo civico.
Dov’è finita la partecipazione, la responsabilità, il dovere di proteggere il bene comune e la nostra capacità critica?
Immobilismo, arretramento culturale e degenerazione democratica non sono sintomi slegati tra loro, ma vanno tenuti assieme, compresi e analizzati.
Di certo l'ordinamento democratico dello stato è un elemento fondamentale, ma non sufficiente a fondare una democrazia compiuta. Per questo è indispensabile anche la partecipazione popolare. Infatti se la maggioranza dei cittadini non ha acquisito una cultura democratica in grado di stimolare una partecipazione consapevole, le democrazie imposte dall’alto si svuotano e diventano democrazie di facciata o si disintegrano, senza rendersene conto.
Da questo punto di vista ribadire il ruolo fondamentale dei cittadini non è solo un esercizio retorico, ma serve per maturare una diffusa consapevolezza del proprio ruolo e mettere in pratica i comportamenti necessari per far funzionare i propri ordinamenti democratici. Non a caso ci si riferisce alla democrazia come a una “conquista” dei cittadini. Se la cultura democratica dei cittadini arretra, nel lungo periodo anche la democrazia regredisce. Quando l’ordinamento democratico non è più alimentato dalla crescita sociale e culturale dei cittadini si pone un problema decisivo per la tenuta dell’intero impianto democratico. Per esercitare e preservare la democrazia è necessario mantenere alta l’asticella, essere partecipativi, consapevoli del proprio ruolo. Infatti conoscere e saper utilizzare il proprio ordinamento democratico significa anche coltivare gli anticorpi per non lasciarsi manipolare o cadere preda di facili strumentalizzazioni in modo tale da disinnescare i riflessi condizionati tipici delle folle e delle masse.
In difesa della Costituzione
Maturare la consapevolezza che i principi e i valori custoditi all’interno della Costituzione parlano ancora all’oggi deve essere assunto come un esercizio democratico e culturale che dobbiamo tenere bene a mente. La Costituzione non è un mero documento giuridico che vive nel passato senza produrre conseguenze nella nostra epoca. Di certo, i principi al suo interno rappresentano una critica nei confronti del passato, verso il regime fascista e liberale, ma pretendono di estendersi al futuro ed esprimere un giudizio inquisitorio nei confronti di chi, nell’esercizio della sua funzione pubblica, non agisce con responsabilità e giustizia.
Infatti ai cittadini è stato lasciato uno strumento potentissimo di rivendicazione socio politica che deve essere adoperato per prevenire gli abusi del potere e smascherare le malefatte dei politici. La Costituzione è nata storicamente per porre argini invalicabili al potere, tutelando i cittadini dagli abusi autoritari del potere. Al contrario l'insofferenza verso queste regole di garanzia è un segnale ricorrente nella storia politica italiana. Non è un caso che gli attacchi alla Costituzione, sintomi dell’indolenza del potere, vengono sferrati da coloro che vedono nella Carta un limite al proprio arbitrio.
Se elencassimo tutti gli attacchi che nel tempo sono stati diretti nei confronti della Costituzione potremmo narrare una storia dei molteplici tentativi con i quali si è cercato di di scavalcare la Carta, ma, dall’altra parte, vedremo come essa si presenti come lo strumento imprescindibile per difendere i nostri diritti e le nostre libertà. Devitalizzare la Costituzione è stato, e continua ad essere, l'obiettivo di tutte quelle forze politiche e sociali che non si riconoscono nella Repubblica nata dalla Resistenza. In questa operazione folkloristica di spoliazione della Costituzione si è presentata per certi versi una continuità tra la Prima Repubblica e la Seconda Repubblica. Forze politiche e sociali antidemocratiche invise alla piena applicabilità della Costituzione si sono succedute fin dalla fine del Secondo conflitto mondiale, basti pensare al Movimento Sociale Italiano. Inoltre occorre ricordare che lo spostamento del paese verso sinistra è sempre stato visto con sospetto anche da parte dei paesi alleati, su tutti Stati Uniti e Inghilterra.
Se il passato dovrebbe insegnarci a fare i conti con quelle fasi storiche in cui la democrazia è stata presa di mira, il presente deve insegnarci a leggere criticamente quegli attacchi, più o meno diretti, che contribuiscono ad erodere, velatamente o palesemente, l’ordinamento repubblicano e la carta costituzionale. La risposta popolare al referendum sulla Giustizia è stata una reazione popolare forte, ma per certi versi inaspettata, nei confronti del tentativo del governo Meloni di sottoporre la Magistratura sotto il controllo dell’esecutivo. In questo caso il fine della riforma era quello di sferrare un duro colpo sia nei confronti dell’indipendenza dei magistrati che contro la Costituzione al fine di compromettere la separazione dei poteri e la forma di governo repubblicana. In altre situazioni gli attacchi all’ordinamento democratico vengono travestiti ideologicamente da interventi necessari per svecchiare il paese o renderlo più efficiente. Ad esempio lo abbiamo visto con la progressiva privatizzazione della sanità e la drastica riduzione della spesa pubblica per il Servizio Sanitario Nazionale; lo vediamo nei confronti di una scuola che non deve più formare culturalmente il pensiero critico del cittadino, ma deve introdurre il più velocemente gli studenti e le studentesse all’interno del mondo del lavoro svuotando così la funzione educativa della scuola e accrescendo le competenze lavorative e, infine, lo vediamo tradotto nell’incapacità delle varie classi dirigenti susseguitesi negli ultimi trenta/quaranta di creare sicurezza sociale tramite politiche lavorative di stabilizzazione dei contratti.
Tenere a mente questi attacchi alla Costituzione oggi deve essere assunta come una responsabilità collettiva al fine di mantenere vivo l’ordinamento democratico perché la difesa della Costituzione deve essere posto come obiettivo primario per tutte quelle forze sociali, civiche e politiche che vi si riconoscono. Ma il richiamarsi all’impianto nato dalla Resistenza, non significa avere nelle mani un orpello giuridico da giocarsi all’interno dei talk show televisivi per dissociarsi poi dall'ennesimo caso di violenza di genere o di violenza razzista, come quella avvenuta a Taranto che ha portato all’uccisione di Sako Bakari[10] e, quella del giugno scorso che ha portato alla morte di Satnam Singh[11]. Anzi, richiamarsi alla Costituzione dovrebbe significare battersi e lottare per affermare i diritti e le libertà di tutti e tutte le persone, senza distinzioni di sesso, razza, religione, opinione politiche e condizioni personali.
Dunque la difesa della Costituzione è anche e soprattutto una battaglia culturale necessaria per scardinare quelle anguste tradizioni sedimentate nel corpo sociale che tendono a marginalizzare determinate categorie di persone. Difendere la Costituzione significa comprendere che le categorie storiche e sociali, come l’antifascismo, devono essere estese all’interno delle problematiche della nostra epoca. Essere antifascisti oggi e allo stesso tempo difendere la Costituzione significa smascherare il razzismo sotterraneo che si annida nella quotidianità dei discorsi pubblici e mediatici, come all’interno delle stesse istituzioni politiche; significa non sovrastare la voce di chi finora non ha avuto voce, ma supportare il diritto ad avere diritti per coloro i quali vivono sulla loro pelle l’esclusione o la violenza sociale. Significa comprendere che la violenza e la sopraffazione non possono essere socialmente accettabili e che l’odio misogeno e xenofobo devono essere arginati. La risposta a tutto ciò è sì politica e legislativa, ma, inoltre, deve essere culturale e collettiva atta a scardinare stereotipi, pregiudizi e sensi comuni con il quale agiamo nella realtà.
Da questo punto di vista le parole di Piero Calamandrei devono risuonare come un monito quando afferma che: “ La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”,e inoltre, [...] “ È stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. […] Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana», riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini”[12].
La potenza della Costituzione a ottant’anni dall’inizio della sua stesura sta nel suo saper indirizzare e parlare con estrema franchezza sulle modalità attraverso cui è possibile costruire una società più equa e più giusta. D’altronde essa rappresenta di per sé un programma indirizzato a tutte le forze politiche - o perlomeno a quelle che vi si riconoscono - su cui dovrebbero semplicemente appoggiarsi per creare una società in cui le libertà e i diritti non derivino dai privilegi economici, sociali, di genere e razziali. Ecco perché in questi otto decenni trascorsi dall’inizio del processo costituente è necessario rimanere fedeli alla nostra Costituzione, attenzionando da vicino coloro i quali hanno cercato in tutti modi di esautorare, minare e svuotare. Non si tratta semplicemente di strumentalizzazioni o inscenare un discorso retorico vuoto e privo di fondamento con la realtà circostante. Infatti il lavoro collettivo che va intrapreso è quello di comprendere come e in che modo quei 139 articoli più le disposizioni finali e transitorie vadano indirizzati al presente di ogni epoca. Qual è l'obiettivo se non quello di spiegare alle future generazioni come i valori e i principi della Costituzione sono tuttora vivi e legati a doppio filo con il passato, il presente e il futuro; spiegando in questo modo i nessi con le lotte sociali passate, presenti e future che caratterizzano la nostra vita sociale. Difendere la Costituzione è una lotta di civiltà che non possiamo disertare, perché farlo significherebbe lasciare spazio alle ingiustizie, alle guerre e agli abusi del potere.
Note
[1] E. Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, pag. 33-34, Feltrinelli, Milano, 1996
[2] Nel dopoguerra in Italia abbiamo assistito a una guerra a bassa intensità, che prese il nome di strategia della tensione, in cui si coagularono soggetti che provenivano dell’intelligence americana, francese, inglese, militari delle forze armate italiane, elementi ripescati dall’Ovra fascista, la destra parlamentare rappresentata dal MSI, mafiosi, esponenti della massoneria nazionale e internazionale, oltre a personaggi delle istituzioni politiche tra cui esponenti della Democrazia Cristiana che pur avevano contribuito con abnegazione alla lotta al nazifascismo. Fu una strategia eversiva basata su una serie preordinata e congeniata di atti terroristici, volti a creare uno stato di tensione e paura nell’opinione pubblica tali da far giustificare una svolta di tipo autoritario e conservatore. Un elemento fondamentale per la realizzazione di questa strategia fu fornito dal ruolo svolto dalla stampa e dalla TV, che ebbero il compito, come per gli atti terroristici, di de-stabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzarlo in senso politico. Il fine ultimo era provocare uno spostamento del potere verso i partiti di centro/centrodestra in funzione di un esecutivo forte e di progetti di repubblica semi presidenziale o presidenzialista.
L’obiettivo della strategia fu quello di inasprire lo scontro sociale e spostare l’opinione pubblica verso destra in un momento in cui in Italia le richieste sociali e di maggiori diritti e di più democrazia, ispirate dal testo costituzionale, si stavano concretizzando e il peso elettorale dei partiti di sinistra era in continua crescita. Queste forze hanno operato durante tutto il periodo della Guerra Fredda fino alla caduta del Muro di Berlino con il sostegno esterno dei servizi segreti americani ed europei in quanto ritenuto un argine contro il pericolo dell’avvento dei comunisti al potere. Da questo punto di vista occorre ricordare che la Repubblica è stata inaugurata da una strage politico-mafiosa, qual’è stata Portella della Ginestra nel 1947, e la Prima Repubblica si è conclusa con le stragi politiche-mafiose del 1992-1993. Nel mezzo una sequenza ininterrotta di stragi e omicidi politici: la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quella di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, la strage di Peteano del 31 maggio 1972, la strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973, la strage di Piazza della Loggia il 21 maggio 1974, la strage del treno Italicus del 4 agosto 1974, la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e la strage sul rapido 904 Napoli-Milano del 23 ottobre 1984.
[3] D. Conti, Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della destra italiana (1946-1976), pag.12, Einaudi, 2023
[4] F. Filippi, Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri, 2021
[5] B. Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi, 2025
[6] Il COMSUBIN (Comando Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”) è il reparto d'élite della Marina Militare italiana, con sede a Varignano (Porto Venere, SP), specializzato in operazioni speciali, sminamento e immersioni profonde. Il suo cuore operativo è il Gruppo Operativo Incursori (GOI), forza speciale Tier 1 capace di agire in ogni ambiente, nota per le infiltrazioni subacquee e le azioni dirette.
[7] Oxfam, Nel baratro delle diseguaglianze, Rapporto 2026 , 19 gennaio 2026, https://www.oxfamitalia.org/disuguaglianza-erode-democrazia/
[8] La teoria economica dello sgocciolamento, nota in inglese come trickle-down economics, sostiene che i benefici economici concessi alle fasce più ricche e alle grandi imprese (es. sgravi fiscali, deregolamentazione) finiscano per diffondersi gradualmente a tutto il resto della società, migliorando anche le condizioni delle classi meno abbienti.
[9] S. Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l'essere umano, Edizioni di Comunità, 2017
[10] F. Ferri, L’omicidio di Sako Bakari, interroga Taranto, in «Dinamopress», 13 maggio 2026 https://www.dinamopress.it/news/lomidicio-di-sako-bakari-interroga-taranto/
[11] A. Sanchioni, A Latina Satnam Singh è stato ucciso dal sistema di sfruttamento, in «Melting Pot Europa», 21 giugno 2024, https://www.meltingpot.org/2024/06/a-latina-satnam-singh-e-stato-ucciso-dal-sistema-di-sfruttamento/
[12] Il discorso, qui riprodotto, fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare, in modo accessibile e a tutti, i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa. Per inaugurare il corso fu chiamato Piero Calamandrei, docente, avvocato, scrittore, politico, tra gli esponenti di “Giustizia e Libertà”, collaborò a movimenti clandestini durante la Resistenza e partecipò, come rappresentante del Partito d’Azione, alla Costituente.




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