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Cosa ci lascia questo Referendum?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 4 hours ago
  • 5 min read

di Luca Simone.


Era necessario far passare almeno 24 ore prima di poter pensare di fare analisi, lasciarsi scivolare via la sensazione di “storicità” di un voto referendario che, comunque la si pensi, ha portato alle urne quasi 30 milioni di persone. Alla fine a vincere, anzi, a stravincere è stato il NO, e lo ha fatto con numeri simil bulgari. I contrari alla riforma Nordio, infatti, hanno raccolto 14.461.573 voti, pari al 53,8%, mentre i favorevoli ne hanno raccolti 12.448.018, pari al 46,2%. Lo scarto è di ben 2.2 milioni di voti, e rappresenta uno smacco importante per la compagine di governo e, in particolare, per la premier Giorgia Meloni, che in questa campagna (dopo un inizio stentato e assente) aveva scelto di metterci la faccia e la credibilità.

 

La prima considerazione da fare riguarda proprio la campagna referendaria, una delle più violente (mediaticamente parlando) degli ultimi decenni, con uno scambio di accuse che fin troppo spesso ha sorpassato i limiti della decenza. Spiace dirlo per tutti coloro che, genuinamente e senza malafede, hanno votato Sì, ma la maggior parte di questa indecenza è piovuta dai comitati che li rappresentavano e dai politici che hanno fatto prendere aria alla bocca senza curarsi degli effetti di questa “caccia a chi la spara più grossa”. Tra attacchi a Barbero, Mattarella, Gratteri, il CSM definito come “covo paramafioso di consorterie”, casi di cronaca come Garlasco e la famiglia nel bosco tirati in mezzo senza che se ne capisse il motivo, fino ad arrivare agli appelli disperati delle ultime settimane rilanciati dalla stessa premier che metteva in guardia “dai giudici che libereranno immigrati e stupratori per vendicarsi del governo”. La campagna del sì, bisogna ammetterlo, ha sostanzialmente raschiato il fondo del barile, mettendo insieme il più delle volte mele e pere, e mancando comunicativamente di riuscire a trasmettere agli elettori l’obiettivo tangibile di questa riforma. Ciò si è tradotto in un drenaggio di voti a favore del NO, dagli stessi partiti di CDX che andavano a proporre la riforma.

 

Giusto per capirci il NO (quindi il campo largo) ha raccolto quasi 4 milioni di voti in più rispetto alle politiche del 2022, mentre il SI (quindi il governo) ne ha raccolti 2,5 in meno. Dati ancora peggiori riguardano poi le distribuzioni di questi voti. Per mesi si è parlato delle correnti nel PD, della “fronda” interna del SI capeggiata da Pina Picierno (non una con le stimmate di Nilde Iotti), ma alla fine il partito più spaccato è risultato Forza Italia, ovvero quello che da decenni ha come obiettivo quello di portare a termine il programma di Licio Gelli, Previti e Berlusconi, in larga parte contenuto in questa riforma. Secondo YouTrend, infatti, addirittura il 16% dell’elettorato degli azzurri ha votato NO, mentre il 12% si è astenuto. Praticamente quasi il 30% dell’elettorato disponibile ha scelto di non seguire le indicazioni del governo di cui fa parte. Si può tranquillamente soprassedere sul caso di Azione, partito che in poco più di un lustro ha percorso l’intero arco parlamentare nella sua ampiezza, lasciando un elettorato che quasi per metà ha votato SI e quasi per metà ha votato NO. Complimenti alla linea calendiana.

 

L’altra analisi numerica impietosa riguarda poi la redistribuzione geografica del voto. Il NO ha infatti vinto (in certi casi stravinto) in 17 regioni su 20 (ad eccezione solo di Lombardia, Veneto e Friuli) e ha vinto in tutti e 20 i capoluoghi di regione, comprese Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze e Palermo. Un quadro che consegna al campo largo, in vista del 2027, la quasi certezza che la partita politica è ancora aperta, e ci sono regioni su cui è ormai sempre più matematico poter contare. In casa Meloni, invece, questa tornata consegna una mappa dello stivale rovesciata rispetto a una manciata di mesi fa, con regioni appena rivinte come Marche e Calabria che hanno scelto di votare NO. Addirittura città-fortino come Ascoli sono cadute, lasciando il governo (e soprattutto FDI) con un pugno di mosche in mano, e tante riflessioni interne da dover compiere.

 

Messi da parte i numeri, bisogna ora capire cosa ci racconta mediaticamente e politicamente questo referendum. Partendo dal campo largo, la prima considerazione da fare passata la sbornia della vittoria, gira attorno al quesito: “come possiamo parlare con 3 milioni di italiani che hanno detto no a Meloni ma non hanno mai detto sì a noi?” Già, perché un referendum non è un’elezione politica, e non è possibile sperare di traslare questo pacchetto di voti nelle casse del campo largo in appena un anno. Ci sarà un lunghissimo lavoro da fare per cercare di ricostruire la fiducia di un elettorato che pur condividendo a grandi linee lo stesso patrimonio ideale, fugge piuttosto che mettere una x su uno qualsiasi dei partiti del campo largo. Il NO, infatti, ha vinto, anche perché nessuno tra Schlein, Conte e Fratoianni, ha scelto (saggiamente) di metterci troppo la faccia, lasciando che gli elettori si concentrassero sul contenuto, più che sul portatore.

 

Passando all’altro lato della barricata, il risultato è un’ecatombe. Non lasciatevi ingannare da Bocchino, Cerno, Sechi, Porro e compagnia cantante, che si affrettano a ridimensionare la scoppola presa. Un referendum perso in questo modo finisce nei libri di storia, e manda in frantumi le speranze di un governo che dopo aver gigioneggiato per tre anni e mezzo, senza portare a casa uno straccio di riforma, sperava di consegnarsi alla storia lasciando mettere le mani sulla costituzione a Nordio, Delmastro e compagnia cantante. L’aspetto più negativo, però, riguarda lo scarso giudizio mostrato da Meloni stessa nel prestare la sua immagine ad una accozzaglia di impresentabili che in tre mesi ha disintegrato un vantaggio che nei sondaggi è arrivato a sfiorare la forbice del 15-18%. A differenza dei suoi avversari, che non si sono prestati, Meloni ha sentito il dovere di calarsi anima e (soprattutto) corpo in questa sfida, forse nel tentativo di usare il suo prestigio (è l’unica in tutto il governo ad averne) per cercare di invertire una tendenza che vedeva il NO crescere proporzionalmente alle castronerie dette da tutti coloro che ha scelto di portare a Palazzo Chigi. Come si può, infatti, pensare di dare ascolto alle indicazioni di voto di Tajani (ad esempio) che in tre anni e mezzo alla guida della Farnesina (non del circolo delle bocce della Farnesina, proprio della Farnesina intesa come Ministero) è riuscito a dire tutto e il contrario di tutto. Come si poteva pensare che le gaffe di Nordio, Bartolozzi, i casi Delmastro e Santanchè non avessero influenza nel momento in cui si chiedeva al popolo di votare una riforma su cui questi qui avevano anche preteso di metterci le mani?

 

Per una volta, dunque, è andata come era giusto che andasse. Ora non bisogna certo aspettarsi che il 2027 sia la passeggiata che (purtroppo) qualcuno già vuole presentare.

Le politiche sono semplicemente state riaperte dopo tanto tempo.






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