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Global Sumud Flottilla II: l'ennesimo schiaffo di Israele al Diritto Internazionale

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • May 4
  • 4 min read

di Francesca Grendene.


Nelle prime ore del mattino di venerdì 2 maggio 2025, la Conscience, nave della Freedom Flotilla Coalition, è stata colpita da due droni mentre si trovava in acque internazionali, a circa 13 miglia nautiche al largo delle coste di Malta. Questo attacco rappresenta una netta violazione (l'ennesima) del diritto internazionale da parte israeliana. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, infatti, attaccare o sequestrare imbarcazioni che trasportano materiale umanitario in acque internazionali è illegale. I blocchi navali sono previsti in contesti bellici, ma fermare chi li supera — dal momento che queste imbarcazioni trasportavano aiuti umanitari — è contrario al diritto internazionale e al Manuale di Sanremo che disciplina i conflitti in mare.


Si tratta della seconda missione prevista dalla Freedom Flotilla, dopo quella dello scorso autunno, anch'essa fermata illegalmente in acque internazionali dopo vari tentativi di sabotaggio da parte della marina di Tel Aviv tra cui l'utilizzo di droni militari.

A bordo di questa seconda missione, partita per cercare di mostrare il sostegno del mondo alla popolazione civile palestinese portando aiuti umanitari, si trovavano operatori provenienti da vari paesi, tra cui l'Italia. Nella stiva vi erano beni di prima necessità destinati alla popolazione della Striscia di Gaza: cibo, medicine e attrezzature sanitarie. Nulla di rivoluzionario, dato che l'atto è più che altro dimostrativo, e punta a catalizzare l'attenzione sul blocco navale illegale imposto da Israele, che da 18 anni limita drasticamente l’accesso della popolazione palestinese a beni essenziali e nega diritti fondamentali, tra cui la libertà di movimento, l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Nessuna ambizione di risolvere la carestia a Gaza, come qualcuno ha scritto per screditare la missione, ma tentare di forzare pacificamente un blocco navale illegale, di modo da costringere di nuovo l'opinione pubblica mondiale ad interessarsi alla questione palestinese.


Come detto, alune delle navi impegnate in questa nuova missione sono state intercettate e fermate al largo di Creta, in acque internazionali di competenza greca. I 175 attivisti a bordo sono stati costretti a sbarcare sull’isola, mentre due di loro sono stati arrestati e portati in Israele per sospette attività terroristiche. Ora, già è preoccupante far passare una missione umanitaria disarmata come operazione terroristica, ma a preoccupare ancora di più è il trattamento che solitamente Israele riserva ai propri prigionieri. Molti dei deportati della prima Flottila, al momento della loro liberazione (tra cui anche parlamentari e politici italiani che hanno confermato la ricostruzione) hanno parlato di torture fisiche e psicologiche da parte delle guardie israeliane, che più volte avrebbero mostrato comportamenti altamente problematici (per usare un eufemismo).


Tra i detenuti più "illustri" di questa seconda ondata ci sono sicuramente Thiago Avila e Saif Abukeshek. Come riferito dall’organizzazione Adalah, il centro legale che rappresenta i due membri della Global Sumud Flotilla, la detenzione dei due attivisti è stata prorogata fino a martedì 5 maggio dopo l'audizione davanti al tribunale di Ashkelon, che dovrà pronunciarsi sul loro destino.


Intanto, il ministero degli Esteri israeliano ha replicato alle affermazioni degli attivisti della Flotilla, arrestati e trasferiti in Israele, che hanno parlato di vessazioni e trattamenti disumani da parte dei militari israeliani: «Contrariamente alle false e infondate affermazioni preparate in anticipo, Saif Abu Keshek e Thiago Avila non sono mai stati torturati. A seguito di un violento scontro fisico contro i membri dell’equipaggio israeliano, quest’ultimo è stato costretto a intervenire per fermare tali azioni», si legge in una dichiarazione. «Durante il trasferimento dei passeggeri alle forze greche, alcuni passeggeri si sono rifiutati e hanno iniziato a protestare violentemente. Per sedare la violenza e completare il trasferimento, un’unità di polizia a bordo di una nave delle Forze di Difesa Israeliane è intervenuta».


Nelle scorse ore, il ministero degli Esteri spagnolo Sanchez, molto sensibile alla questione, ha chiesto il «rilascio immediato» dell’attivista palestinese con cittadinanza spagnola Saif Abukeshek. Il ministero degli Esteri, invece, ha affermato di ritenere che l’attivista sia «detenuto illegalmente» e che debba essere rilasciato. Una presa di posizione netta quella del premier spagnolo, che continua il suo muro contro muro con Tel Aviv, raccogliendo plausi dalla comunità internazione.


Ieri, intanto, i legali di Thiago Avila e Saif Abukeshek hanno denunciato che i due attivisti sono stati oggetto di «violenze fisiche e detenzione prolungata in posizioni forzate da parte delle forze militari israeliane durante i due giorni trascorsi in mare». Lo hanno riferito dopo una visita al carcere di Shikma, in un comunicato diffuso dalla Global Sumud Flotilla.

Avila ha riferito di essere stato «sottoposto a estrema brutalità da parte dell’esercito israeliano durante il sequestro delle imbarcazioni. È stato trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato così violentemente da perdere conoscenza due volte». Presenta «lividi visibili sul volto, inclusa l’area intorno all’occhio sinistro, e riferisce limitazioni nei movimenti e forti dolori alla mano». Dal momento della cattura fino al trasferimento al Servizio Penitenziario israeliano, avvenuto oltre due giorni dopo, «è stato tenuto in isolamento e bendato».


Saif Abukeshek ha invece riferito «di essere stato tenuto con le mani legate e bendato, e costretto a rimanere sdraiato a faccia in giù sul pavimento dal momento della cattura fino a questa mattina, riportando lividi al volto e alle mani». Dopo l’arrivo al centro di detenzione di Shikma, ha riferito di essere stato informato di essere sotto interrogatorio da parte dello Shabak con il sospetto di «affiliazione a un’organizzazione terroristica». Inoltre, secondo quanto riportato nel comunicato, gli avvocati di Adalah hanno richiesto informazioni sulle accuse, ma «le autorità israeliane hanno rifiutato di fornirle».


Anche Giorgia Meloni, a furor di popolo, visto il coinvolgimento di cittadini italiani, ha condannato (a parole) l'operazione israeliana, affermando che tutti gli attivisti italiani fermati illegalmente a bordo devono essere liberati immediatamente. Si tratta, però di parole abbastanza vuote a cui non fanno seguito azioni concrete di rottura con Tel Aviv, che negli scorsi mesi (è bene ricordarlo) ha ripetutamente bombardato anche le postazioni ONU della missione UNIFIL tenute da soldati italia, trovando solo la melliflua presa di posizione del ministro degli Esteri Tajani, che si è limitato a "protestare" con l'ambasciatore israeliano. Parole, quelle di Meloni, che sembrano solo un tentativo di gettare acqua sul fuoco per scongiurare un'altra enorme mobilitazione di piazza come quella che lo scorso autunno aveva pacificamente invaso Roma, con oltre un milione di persone in corteo per la Capitale. Corteo che, al di là dei tentativi di becera strumentalizzazione, ha preoccupato e non poco Palazzo Chigi, costringendolo a cambiare il tipo di comunicazione rivolto verso Israele.


Sta di fatto che quello della scorsa settimana, è stato solo l'ennesimo vergognoso atto di bullismo israeliano verso un diritto internazionale sempre meno rispettato e sempre più a rischio.




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