DISIMPARARE L'8 MARZO: "la festa della donna" come giornata di rivalsa e consapevolezza
- Koinè Journal

- Mar 7
- 9 min read

la redazione di Fuori Rotta.
In una società che fa gli auguri alle donne, solo in quanto donne, quest'anno, noi di Fuori Rotta, sezione di Koinè dedicata ai diritti civili, tentiamo di analizzare questa giornata in maniera più consapevole, disimparando l'8 marzo, ragionando su tutto quello che l'8 marzo comporta: una “festa” nella quale a suon di mimose, sconti e benefici per le donne, si svilisce il senso di questa giornata.
Buona lettura e buona giornata internazionale della donna.
RI-SIGNIFICARE L’8 MARZO A PARTIRE DALLA SUA STORIA RIVOLUZIONARIA
di Sofia Lazzarini
La Giornata internazionale della donna nasce da una lunga serie di iniziative promosse dalle donne a livello mondiale tra la fine dell’Ottocento e il corso del Novecento. Furono in particolare i movimenti operaisti-socialisti, emancipazionisti e, successivamente, femministi a organizzare congressi, mobilitazioni e scioperi per rivendicare diritti - primo tra tutti quello di voto - e migliori condizioni di vita. Ma a distanza di molti decenni, e poiché molte delle problematiche legate alla condizione femminile restano tutt’altro che risolte, è necessario chiedersi quante persone conoscano davvero le origini rivoluzionarie di questa ricorrenza.
Disimparare ciò che oggi sembra restare dell’8 marzo - celebrazioni superficiali, vuote commercializzazione o “auguri” di circostanza - aiuterebbe a recuperarne il significato politico e il valore storico-memoriale. Per farlo occorre tornare alle origini di questa giornata e ricollocarla nel suo contesto storico così da comprenderne meglio cause, obiettivi ed eredità di lungo periodo.
Le prime mobilitazioni furono promosse dai movimenti suffragisti ottocenteschi, composti in gran parte da donne istruite, borghesi e progressiste. Tra le organizzazioni più importanti si ricordano la National American Woman Suffrage Association (Stati Uniti, 1890), la Women’s Social and Political Union (Regno Unito, 1903) e, in Italia, la Lega promotrice degli interessi femminili, fondata da Anna Maria Mozzoni e Paolina Schiff nel 1880, insieme all’Unione femminile nazionale e al Comitato Socialista per il suffragio femminile creato nel 1911 e guidato da figure come Anna Kuliscioff. Tra gli eventi che contribuirono alla nascita della Giornata internazionale della donna - ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite nel 1977 - quattro risultano particolarmente significativi: il VII Congresso della II Internazionale socialista di Stoccarda nel 1907; il “Women’s Day” organizzato dalle socialiste statunitensi a Chicago (1908); la Seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen (1910); lo sciopero delle operaie di San Pietroburgo dell’8 marzo 1917, il quale diede avvio alla Rivoluzione russa. In queste mobilitazioni la richiesta del diritto di voto femminile si affiancò ad altre rivendicazioni fondamentali - come migliori condizioni di lavoro e istruzione o una maggiore partecipazione alla vita politica - nonché alla proposta di istituire una giornata internazionale dedicata alle donne.
Liberiamo dunque l’8 marzo dalle derive più superficiali, commerciali e a-storiche, ricordandone le vicende rivoluzionarie e le rivendicazioni ancora attuali nonostante, come vedremo, il compito appaia oggi più complesso che mai.
PINKWASHING: LE LOTTE FEMMINISTE NON SONO AL SERVIZIO DEL MERCATO di Alessia Di Lorenzo
Il mercato capitalista si appropria indiscriminatamente delle lotte femministe, rendendo la giornata di rivendicazione dei diritti delle donne un pretesto non solo per continuare a vendere ciò che non ci è utile, ma anche per svilire la portata storica e politica di questa data.
Così, invece di scendere in piazza, il marketing delle più grandi aziende di moda, di cosmetici o del “benessere femminile” in senso ampio, che millantano di essere vicine ai diritti delle donne e della comunità LGBTQ+, ci convincono che sia più utile riempire la nostra coscienza di oggetti inutili, di cene tra donne e di serate in discoteca.
La giornata internazionale dei diritti delle donne ne esce svilita nel significato, diventando una festa in cui bisogna celebrare “la donna” canonica piuttosto che un momento di ricongiunzione collettiva attorno a rivendicazioni comuni.
Un esempio lampante dello svuotamento di significato di questa giornata operato dal marketing consiste infatti nella vendita insistente e martellante di mimose, fiori che prima di essere regalati in occasione della “celebrazione” di questa presunta festività, sono il simbolo storico sovversivo e di resistenza di una lotta comune.
Siamo dunque stanche di vedere le lotte per i diritti delle donne essere ridotte alla pura accumulazione del capitale. La narrazione proposta dal pinkwashing inoltre restituisce un tipo di femminismo semplice nel linguaggio, ma vuoto nel significato e che aderisce a determinati canoni estetici e di classe: non è un femminismo per tutte.
Non ci facciamo ammaliare dalle “battaglie” di alcune aziende – che spesso e volentieri si concludono ciclicamente il 9 marzo – che promuovono un femminismo pop, ma che poi nel concreto non adottano politiche volte a sanare il gap salariale e l’instabilità lavorativa della donna. In più molte di queste multinazionali sono presenti in territori di paesi imperialisti, che violano sistematicamente i diritti della donna – e non solo – rendendone l’esistenza estremamente precaria e segnata da violenze e soprusi.
Disimpariamo quel femminismo da formule semplici e spendibili sul mercato, volto all’acquisto sfrenato e superficiale nelle sue istanze. Rivendichiamo invece un femminismo intersezionale, in cui la lotta è quotidiana e di tutt*, e non si conclude nel giro di una giornata.
DISIMPARARE L'ESCLUSIONE: IL FEMMINISMO DI TUTTƏ
di Denise Capriotti
Se il problema non è solo come il mercato celebra le donne, ma quali donne sceglie di celebrare, la domanda diventa inevitabile: chi resta fuori dall’immagine rassicurante dell’8 marzo?
Parlare di femminismo oggi significa interrogare il soggetto che quel discorso presume. Per lungo tempo, anche all’interno dei movimenti emancipatori, la categoria “donna” è stata trattata come universale, neutra, implicitamente bianca, cisgender, abile, cittadina. Ma quell’universalità era una costruzione. Le esperienze di donne trans, sex worker, migranti nei CPR e donne con disabilità mostrano che genere, classe, razza, status giuridico e abilità non sono variabili secondarie: si intrecciano, generando condizioni materiali e forme specifiche di esclusione. I dati sulla violenza contro le persone trans – che colpisce soprattutto donne trans, spesso migranti e impegnate nel sex work – evidenziano come le oppressioni non si sommino in modo lineare, ma si rinforzino reciprocamente, producendo marginalità complesse e sovrapposte.
Un femminismo che ignora queste intersezioni rischia di parlare in nome di tutte, ma solo per alcune. Disimparare significa mettere in discussione l’idea stessa di centro, accettare che non esista un’unica esperienza femminile e che la liberazione non possa essere selettiva. Non si tratta di aggiungere soggetti a un discorso già scritto: si tratta di riscriverlo a partire da chi ne è rimasta fuori.
Questo comporta anche una responsabilità concreta: ascoltare senza sovrapporsi, riconoscere i propri privilegi, accettare che alcune rivendicazioni possano mettere in crisi certezze che davamo per acquisite. Dobbiamo interrogare le nostre pratiche quotidiane: chi invitiamo ai tavoli di discussione? Chi viene citata? Chi resta sullo sfondo?
Intersezionalità significa comprendere chi paga il prezzo più alto delle disuguaglianze e partire da chi subisce discriminazioni multiple, significa ripensare pratiche e strategie di liberazione capaci di includere tutte. Disimparare l’esclusione è quindi un processo collettivo: trasforma il modo in cui concepiamo potere, rappresentazione e solidarietà. Una politica che seleziona chi merita visibilità non è emancipazione: è amministrazione delle differenze. Una lotta che non attraversa le proprie contraddizioni rischia di riprodurre, al proprio interno, le stesse gerarchie che dice di voler abbattere.
E quando alcune vite restano ai margini del discorso pubblico, non scompaiono, ma diventano oggetto. È qui che l’esclusione si salda alla spettacolarizzazione.
MERCIFICAZIONE DEI CORPI: LA DONNA E I MASS MEDIA
di Anja Rizzardi
Il passaggio da essere umano a contenuto è un processo di scomposizione chirurgica che i media contemporanei hanno elevato a forma d’arte: una capitalizzazione sistematica della figura femminile. Dalle rivelazioni scandalistiche alla "pornografia del dolore" dei femminicidi, assistiamo a una mutazione del giornalismo. La notizia non serve più a informare, ma a nutrire un algoritmo bulimico che trasforma la vittima in un feticcio da consumare. Abbiamo accettato che il corpo femminile — vivo, violato o spento — sia un territorio di conquista mediatico dove il confine tra cronaca e sciacallaggio si dissolve in nome del business.
L'oggettivazione sistematica passa attraverso un intrattenimento che è pura sorveglianza. Lo sguardo dei media — un male gaze evoluto in algoritmo — rivendica una proprietà fisica sulla donna. Attraverso la spettacolarizzazione dell'assurdo, la donna esiste solo in funzione della narrazione a cui è sottoposta. La vittima di uno scandalo non è più titolare della propria immagine; diventa contenuto fluido, manipolabile secondo uno storytelling tossico che cannibalizza la realtà per alimentare il mito del trash come norma culturale.
La stessa inchiesta giornalistica cede spesso il passo a un voyeurismo necrofilo. La vittima di femminicidio viene degradata attraverso dettagli irrilevanti che solleticano la curiosità morbosa. È una violenza postuma: invece di interrogarsi sulle radici strutturali del fenomeno, il media preferisce sezionare il cadavere, trasformando l'orrore in una narrazione seriale da binge-watching. Nulla è troppo intimo per non essere sacrificato all'altare di un’audience che consuma adrenalina a buon mercato.
L'aspetto ulteriormente inquietante è l'assuefazione. La mercificazione della donna non appare più come un crimine, ma come un rumore di fondo. È la vittoria del mercato sulla cultura: quando il corpo diventa contenuto, la sua degradazione diventa una metrica di successo. Siamo immersi in un acquario mediatico dove sangue e scandalo sono l'ossigeno per restare a galla.
Riconoscere questa mercificazione non basta più: il pubblico silenzioso, seppur passivo, è attore primo di un paradigma che vede la donna umiliata e disumanizzata. Siamo noi stessi a permettere che la soggettività e la dignità umana prima ancora che femminile venga sacrificata. Se la cronaca non vuole che alimentare un business, siamo noi a nutrirci di cadaveri.
STEM E ACCESSO AL SAPERE: SE SIAMO BRAVƏ, NON DOBBIAMO RINGRAZIARE NESSUNO
di Emanuela Francesca Carbone
Disimparare il patriarcato nelle aree STEM significa smontare una narrazione tenace: quella che trasforma ogni successo femminile in un’eccezione sospetta, attribuita a “aiutini”, favori o coincidenze fortunate.
È una retorica elegante nella forma e brutale nella sostanza, perché insinua che le donne siano ospiti dove, invece, sono titolari di diritto.
Guardare i dati con onestà è parte di questo processo: secondo Eurostat, l’Italia registra una quota relativamente alta di donne laureate in discipline STEM (circa il 40% nel 2026), superiore alla Francia, alla Germania e alla media UE. Ma il dettaglio incrina l’autocelebrazione: nell’Unione Europea tra i 25 e i 34 anni, le laureate STEM sono il 16,8% contro il 37% degli uomini, secondo dati diffusi anche da Save the Children e istituti statistici nazionali. Non si tratta di una contraddizione, bensì della fotografia di un sistema che permette l’accesso ma ostacola la permanenza, che conta le presenze ma non redistribuisce il potere.
A livello globale, UNESCO stima che solo un terzo della comunità scientifica sia composto da donne, con divari che si ampliano nei ruoli apicali. Nell’industria dell’intelligenza artificiale, oggi snodo strategico di economia e geopolitica, le professioniste rappresentano circa il 22%. Non è un problema di vocazione: è una questione di strutture le cui barriere non sono solo esterne, sono interiorizzate: stereotipi appresi presto, assenza di modelli, aspettative di genere che trasformano il talento in dubbio.
Eppure, l’84% delle giovani donne italiane definisce le carriere STEM stimolanti, quasi la metà, però, le associa ancora a pregiudizi e ostacoli di conciliazione.
Disimparare il patriarcato significa rifiutare l’idea di essere eccezioni e nominare ciò che accade: il merito femminile non è un’anomalia statistica da spiegare, è l’insieme di competenze consolidate e potenziale realizzato; disimparare significa smettere di difendersi da accuse implicite e iniziare a interrogare le strutture che le producono.
Non basta aumentare le percentuali, occorre cambiare l’architettura simbolica e materiale della scienza: le STEM non sono una cittadella neutrale; sono spazi di produzione di sapere, pensiero e potere che, se escludono o marginalizzano, rinunciano a una parte della loro stessa capacità innovativa.
Il sapere non è un privilegio concesso, è uno spazio da abitare senza chiedere permesso e disimparare il patriarcato significa entrarci senza abbassare la voce.
SABOTAGGIO DELLA “FESTA DELLA DONNA” COME PRATICA POLITICA
di Lucrezia Passarelli
L'8 marzo non è una festa e non celebrarlo è una scelta di libertà.
In un'Italia in cui la politica si disinteressa dei corpi e della vita delle donne, disimparare a “festeggiare” la “festa” della donna, diventa un atto non solo politico, ma di libertà: non siamo solo mogli e madri, non siamo corpi e “carne” per gli uomini, siamo persone con specifiche esigenze spesso ignorate.
Solo nell'ultimo anno possiamo ricordare alcuni esempi di come la politica continua a dimostrare la sua inadeguatezza rispetto al fattore femminile: dalla modifica del reato di violenza sessuale proposto nel DDL Buongiorno che determina passi indietro rispetto al concetto di “consenso”, alla recente scelta di bocciare il congedo parentale paritario che dimostra come la donna sia costretta nel ruolo di genitrice a differenza del padre che non può scegliere di stare maggiore tempo con il proprio figlio, ma deve produrre, lavorare.
Festeggiamo la femminilità solo quando conviene, solo quando non deve essere nascosta.
Sanremo ci dimostra che ancora fa scalpore la scelta di una maestra d'orchestra, Carolina Bubbico, che voglia essere definita al femminile perché utilizzare correttamente la grammatica italiana, utilizzando il femminile rispetto a dei nomi femminili, sembra una pratica scorretta quando bisogna mostrarsi competenti: essere definita al maschile, nonostante tu sia una donna, secondo molti, è sintomo di maggiore professionalità.
Impariamo, invece, a farci definire per quello che siamo, al femminile.
Neanche se sei una campionessa olimpica potrai scappare da questa visione delle cose: Francesca Lollobrigida, campionessa di pattinaggio sul ghiaccio, è stata definita una “mamma d'oro”. Insomma, potrai anche vincere una medaglia olimpica, ma il tuo ruolo è sempre, prima di tutto, quello di madre.
Non vogliamo festeggiare le donne in quanto madri e mogli.
Se proprio dobbiamo festeggiare, allora festeggiateci come professioniste, lavoratrici e persone che danno un contributo alla società non solo perché dotate di utero e quindi addette alla procreazione.
Disimparare l'8 marzo significa scollarsi dall'idea di festa.
Significa riappropriarsi del proprio spazio e allontanarsi da un ruolo imposto.
Significa comprendere la propria posizione e lottare per i propri diritti.




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