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"Il pallone è mio e decido io." Benvenuti al Mondiale di Trump

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 4 hours ago
  • 3 min read

di Davide Cocetti.


Con queste parole Gianni Infantino presentava, ormai più di due anni fa, il calendario della Coppa del Mondo 2026: la prima edizione allargata a 48 squadre, con un programma di ben 104 partite "spalmate" tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Due anni dopo, di quell'inclusività sbandierata ai quattro venti pare rimasto ben poco. Gli USA, sulle cui spalle gravano i maggiori oneri organizzativi - in termini di gare ospitate e di città coinvolte - sembrano aver scelto un'altra direzione.


Lo ha provato sulla sua pelle Omar Artan, arbitro di punta del movimento calcistico africano e, proprio per questo, designato per la prestigiosa rassegna iridata. Ma Artan è somalo, e la Somalia è soggetta a un travel ban totale per volere dell'amministrazione Trump. Così, dopo lunghi controlli e un interrogatorio di svariate ore, l'arbitro è stato bloccato e respinto e riaccolto tra fiori e bandiere, come un eroe, a Mogadiscio.

Il caso di Artan non rappresenta un'eccezione, ma solo l'episodio più controverso di una lunga serie. Ne sa qualcosa Ayman Hussein, autore del gol decisivo per la qualificazione del suo Iraq, che è stato sottoposto a un interrogatorio di sette ore e alla confisca del suo cellulare. Quantomeno, però, a Hussein è stato concesso l'ingresso negli USA; non altrettanto fortunato è stato il fotografo ufficiale della nazionale irachena.


Hanno poi fatto molto discutere anche i rigorosi controlli aeroportuali toccati a varie nazionali, tra cui Belgio, Uzbekistan e Senegal. Nulla a che vedere, tuttavia, con il surreale caso della nazionale iraniana, che, dopo un lungo tira e molla, si è vista costretta a pernottare in Messico e recarsi negli USA solo per le sue gare - mentre numerosi membri della delegazione restano esclusi dai visti statunitensi.

La vicenda assume contorni ancora più paradossali se si considera che nello scorso Mondiale la selezione iraniana, con il suo rifiuto di cantare l'inno, era diventata un simbolo del dissenso contro il regime degli ayatollah.

I disagi hanno colpito anche molti tifosi provenienti da ogni parte del mondo, i quali hanno dovuto fronteggiare problemi con il rilascio dei visti, oltre che con prezzi a dir poco proibitivi per biglietti e trasporti. A tal proposito, ha generato molta polemica l'adozione di un sistema di dynamic pricing: come nei più grandi concerti, il costo degli ingressi varia - tendenzialmente al rialzo - in base alla domanda.


È bene notare che sulle questioni logistiche persino Russia e Qatar, organizzatori delle ultime due rassegne, avevano dovuto fare importanti concessioni, come pacchetti comprensivi di visto, biglietto della partita e trasporti.


Secondo il governo statunitense, la parola chiave attraverso cui giustificare tutti i controlli e le procedure imposte ad atleti, staff e tifosi è «sicurezza». Un requisito che però sembra messo in discussione da problemi ben più gravi, come testimonia la sparatoria avvenuta a pochi passi dal ritiro dell'Inghilterra, a Kansas City.


In questo quadro sconcertante, fa ancora più rumore il silenzio della FIFA, la quale già da tempo sembra aver scelto una linea di sostanziale sudditanza all'amministrazione Trump. A certificarlo è stata anche l'assegnazione del neonato FIFA Peace Prize al presidente americano, una sorta di surrogato calcistico del più celebre Nobel tanto desiderato dal tycoon.


Non che il massimo organo calcistico mondiale si sia mai posto troppo problemi ad assegnare i Mondiali ad autocrazie e paesi in situazioni sociopolitiche quanto meno controverse. Tuttavia, forse per la prima volta, la questione appare ribaltata. Non siamo più di fronte a regimi che cercano di ripulire la propria immagine mostrandosi più aperti e inclusivi. Assistiamo oggi alla «più grande democrazia del mondo» che rivendica, senza alcun imbarazzo, l'esclusività del "suo" Mondiale. Non tutti sono i benvenuti, lo sport non deve necessariamente unire. L'ennesimo paradosso, proprio in quello che doveva essere il Mondiale «più inclusivo di sempre».



Image Copyright: Corriere

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