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Cosa racconta il Rapporto Istat sulla scuola italiana?

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 4 hours ago
  • 6 min read

di Stefano Ambrosino.


Il Rapporto Istat 2026, presentato il 21 maggio a Roma, restituisce l'immagine di una scuola e di un'università attraversate da tendenze contrastanti. Da un lato aumentano gli iscritti agli atenei, diminuisce l'abbandono scolastico e il numero dei giovani che restano esclusi da percorsi di studio e lavoro è in costante calo. Dall'altro, persistono forti divari territoriali, cresce la dispersione scolastica implicita e il successo educativo continua a essere strettamente legato alle condizioni familiari e socioeconomiche di partenza.


Nel 2024 la spesa pubblica per l'istruzione ha raggiunto gli 88,95 miliardi di euro, sostenuta anche dalle risorse del PNRR. Si tratta di un aumento rispetto agli 84,38 miliardi del 2023, ma il dato continua a collocare l'Italia al di sotto della media europea: l'investimento nazionale corrisponde infatti al 4,0% del PIL, contro il 4,8% registrato mediamente negli altri Paesi dell'Unione.


Eppure i numeri mostrano con chiarezza quanto l'istruzione continui a rappresentare uno dei principali fattori di inclusione nel mercato del lavoro. Nel 2025, a livello nazionale, il tasso di occupazione tra i laureati e le laureate è pari all’85,3%, valore che scende al 74,6% tra i diplomati e al 56,1% tra coloro che possiedono al massimo la licenza media. Dunque, un primo punto fondamentale è il seguente: il titolo di studio continua a incidere in modo determinante sulle opportunità professionali e sulla stabilità occupazionale. L'effetto positivo dell'istruzione emerge con forza anche nell'analisi delle differenze di genere. Tra le laureate il tasso di occupazione raggiunge l'82,5%, contro l'89,0% dei laureati: un divario ancora presente, ma relativamente contenuto. La distanza aumenta invece tra i diplomati, dove l'occupazione femminile si ferma al 64,0% contro l'84,8% di quella maschile, e diventa ancora più marcata tra chi possiede soltanto la licenza media, con un tasso del 37,8% per le donne e del 71,7% per gli uomini. Il rapporto evidenzia così come l'istruzione non favorisca soltanto l'accesso al lavoro, ma contribuisca anche a ridurre le disuguaglianze (quantomeno in termini di accesso al mondo del lavoro) che continuano a caratterizzare il mercato occupazionale italiano.



L'università cresce, ma resta indietro rispetto all'Europa

La crescita delle iscrizioni universitarie rappresenta uno dei segnali più incoraggianti emersi dal Rapporto Istat 2026. Nell'anno accademico 2023-2024, i 92 atenei italiani hanno superato i due milioni di studenti iscritti, un dato in netto aumento rispetto agli 1,7 milioni registrati dieci anni prima, nell’anno accademico 2014/2015. Tuttavia, nonostante tale crescita e nonostante avere una laurea favorisca l’ingresso nel mondo del lavoro, l’Italia continua ad occupare le retrovie europee per livello di istruzione terziaria. Soltanto il 31,6% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea o un titolo equivalente, contro una media europea pari al 44,1%.

I benefici della formazione accademica emergono con particolare evidenza anche dal punto di vista della diseguaglianza territoriale. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione delle persone con al massimo la licenza media si ferma al 42,6%, ben al di sotto dei livelli registrati nel Nord-est (66,9%) e nel Nord-ovest (65,8%). La distanza supera quindi i venti punti percentuali (un divario rispettivamente pari al -24,3% e al -23,2%.

Tra i laureati, invece, il divario si riduce sensibilmente. Pur rimanendo una differenza tra le diverse aree del Paese, il vantaggio occupazionale del Nord rispetto al Sud scende a poco più di dieci punti percentuali. Un dato che conferma come l'istruzione universitaria continui a rappresentare uno dei principali strumenti di mobilità sociale e di riduzione delle disuguaglianze territoriali.



La fuga di cervelli

Se da un lato l'istruzione continua a rappresentare un fattore decisivo per l'inserimento lavorativo, dall'altro l'Italia fatica ancora a trattenere e valorizzare una parte significativa del proprio capitale umano più qualificato. Il fenomeno emerge con particolare evidenza tra i dottori di ricerca. Nel 2025, a distanza di quattro-sei anni dal conseguimento del titolo, il 10,4% lavora all'estero. Le ragioni della scelta sono soprattutto professionali: oltre otto su dieci (l’81,7%) dichiarano di aver trovato opportunità maggiormente coerenti con il proprio livello di qualificazione, mentre quasi tre quarti (il 73,7%) indicano nelle migliori retribuzioni una delle principali motivazioni del trasferimento.


Il fenomeno dei NEET

Accanto a chi investe nella formazione e nella mobilità, permane però una quota significativa di giovani che resta ai margini dei percorsi educativi e lavorativi. Nel 2025 i NEET – i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi di formazione – rappresentano il 13,3% della popolazione di riferimento. Il dato è in netto miglioramento rispetto al 25,7% registrato nel 2015, ma continua a collocare l'Italia al di sopra della media europea, ferma all'11%. Anche in questo caso emergono profonde differenze sociali e territoriali. La quota di NEET raggiunge il 14,9% tra le donne, contro l'11,8% degli uomini, mentre il divario geografico appare ancora più marcato: nel Mezzogiorno il fenomeno coinvolge un giovane su cinque (20,2%), a fronte dell'8,7% registrato nelle regioni del Nord. Numeri che evidenziano come l'accesso all'istruzione e al lavoro continui a dipendere in misura significativa dal territorio di provenienza e dalle condizioni socioeconomiche di partenza. 

 

Diminuisce l’abbandono scolastico, ma aumenta la povertà educativa

Tra gli aspetti più positivi evidenziati dal Rapporto Istat 2026 vi è la costante riduzione dell'abbandono scolastico. Oggi in Italia soltanto l'8,2% dei giovani lascia precocemente il percorso di istruzione o formazione, un dato inferiore alla media europea del 9,1% e ben distante dal 22,1% registrato nel 2005. Grazie a questo miglioramento, il nostro Paese ha già raggiunto l'obiettivo fissato dall'Unione Europea per il 2030, che prevede di mantenere il tasso di abbandono al di sotto del 9%.

Dietro questo risultato, tuttavia, si nascondono disuguaglianze profonde che continuano a influenzare il percorso educativo di molti ragazzi e ragazze. Il rischio di abbandonare precocemente gli studi rimane più elevato tra gli uomini (10,1%) rispetto alle donne (6,2%) e raggiunge livelli particolarmente critici tra gli studenti con cittadinanza straniera, per i quali il tasso sale al 26,2%, contro il 6,7% registrato tra gli italiani.

Ancora più marcato appare il peso dell'ambiente familiare. Tra i giovani che provengono da famiglie nelle quali i genitori possiedono al massimo la licenza media, l'abbandono scolastico raggiunge il 20,7%. La quota scende al 3,9% quando almeno un genitore è diplomato e si riduce ulteriormente all'1,1% in presenza di almeno un genitore laureato. Più che una semplice statistica, questo dato racconta quanto le opportunità educative continuino a essere influenzate dalle condizioni di partenza. Il livello di istruzione dei genitori rimane infatti uno dei fattori più strettamente associati al successo scolastico dei figli, segnalando come la scuola, pur contribuendo a ridurre molte disuguaglianze, fatichi ancora a compensare pienamente gli svantaggi culturali e sociali che accompagnano una parte degli studenti fin dall'infanzia.



Se il calo dell'abbandono scolastico rappresenta uno dei principali successi degli ultimi anni, i dati del Rapporto Istat mostrano anche una criticità meno visibile ma altrettanto rilevante. Nel 2025 il 36% degli studenti dell'ultimo anno delle scuole superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica, mentre l'8,7% si trova in una condizione di dispersione scolastica implicita, in aumento rispetto al 6,6% dell'anno precedente. Con questa espressione si indicano gli studenti che completano il proprio percorso di studi e conseguono un titolo, ma senza aver acquisito le competenze fondamentali necessarie per affrontare con successo il proseguimento degli studi, il lavoro o la vita adulta. In altre parole, se la dispersione scolastica esplicita riguarda chi lascia la scuola prima del tempo, quella implicita riguarda chi resta nel sistema ma non riesce a trarne pienamente beneficio.Anche in questo caso emergono profonde differenze sociali e territoriali. La dispersione implicita interessa il 10,7% degli studenti, contro il 6,7% delle studentesse. Sul piano geografico, il fenomeno coinvolge appena il 3,6% degli studenti del Nord-Est, ma raggiunge il 13,7% nel Mezzogiorno. Analogamente, tra i giovani provenienti da famiglie con una condizione socioeconomica più fragile il tasso si attesta al 12,4%, quasi tre volte superiore rispetto al 4,5% registrato tra i coetanei provenienti da contesti più favoriti.

 

È proprio da questi dati che emerge il tema della povertà educativa. Non si tratta soltanto della mancanza di conoscenze o competenze, ma dell'insieme delle opportunità educative, culturali e relazionali a cui bambini e ragazzi possono accedere durante il loro percorso di crescita. Le condizioni familiari, il contesto territoriale, la qualità dei servizi educativi e delle reti sociali contribuiscono infatti a determinare le possibilità di sviluppo di ciascun individuo fin dai primi anni di vita.

In questa prospettiva, la scuola non è chiamata soltanto a trasmettere conoscenze, ma anche a svolgere una funzione di riequilibrio delle disuguaglianze. Quando le condizioni di partenza sono molto differenti, il rischio è che il percorso educativo finisca per riflettere e riprodurre le stesse disparità presenti nella società.

I dati del Rapporto Istat 2026 raccontano dunque una realtà complessa. Da un lato, l'Italia ha ridotto in modo significativo l'abbandono scolastico e ha raggiunto gli obiettivi europei con diversi anni di anticipo. Dall'altro, persistono profonde differenze legate al territorio, all'origine sociale e al contesto familiare, che continuano a influenzare le opportunità educative delle nuove generazioni.



N.B. Tutti i dati inseriti nei grafici derivano da elaborazioni su Dati ufficiali ISTAT


Image Copyright: Il Giorno

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