Gemitaiz e Nas scacciano la Christmas music
- Koinè Journal

- Jan 23
- 6 min read

di Antonio Bosco.
Nas & Dj Premier – Light-Years
Pubblicare album a dicembre significa soccombere al mercato natalizio. Qualunque cosa sia, sarà sempre meno ascoltato degli Wham!, di Mariah Carey, di Brenda Lee. Di solito significa anche essere ignorati da buona parte delle riviste, che in questa parte dell’anno amano prodigarsi in classifiche (quasi sempre uguali) sui migliori album, i singoli più esorbitanti, i grandi ritorni e i sorprendenti debutti, prima di mandare la redazione in un meritato riposo. Eppure questa scelta merita un ascolto critico come tutti gli altri, e c’è di più: il nome di Nas & Dj Premier, al confronto di altri più noti e più popolari, sarebbe stato facilmente ignorato, per questo siamo felici di poter parlare di un album, ascoltandolo in maniera critica, di cui probabilmente si saranno accorti soprattutto gli appassionati di East Coast hip-hop.
Non è semplice far percepire l’attesa che si portava dietro su un disco come questo, ultimo della serie “Legend Has It…”, una vera e propria celebrazione dell’hip-hop newyorkese promossa da Mass Appeal, e che ha aspettato quasi vent’anni per venire alla luce: era il 2006, quando alcune delle registrazioni di Light-Years hanno preso vita, il momento in cui si è iniziato a parlare di una collaborazione su disco tra due mostri sacri quali il rapper newyorkese Nas e il producer Dj Premier. Poi, nel 2024, il singolo “Define My Name” ha riacceso le aspettative, e ha fatto sì che questa collaborazione ricominciasse a far parlare di sé. A prescindere dalla bellezza del disco in sé, è importante già perché esiste. Nell’hip-hop, vent’anni sono un’era geologica. E questo album, che da un punto di vista tecnico è un vero manuale di East Coast hip-hop, contiene tanti elementi che già nel 2006 sembravano d’epoca, ma la novità è questa: il vinyl crackle, lo scratch e i pause-tapes non hanno qui un look da sessantenni a un brat-party, ma sono parte di un linguaggio ben preciso, perfettamente al loro posto. Questi elementi ribadiscono che, quando un genere ha lasciato un’impronta culturale così profonda in tutto il mondo, puoi permetterti di suonarlo in qualunque momento storico, se sei un maestro.
Dj Premier, che un maestro di sicuro lo è, non riscrive le regole dell’hip-hop, ma le ribadisce più che mai, in maniera consapevole. Writers è il brano manifesto di questo album, che restituisce tutta l’east-coast in un connubio perfettamente riuscito tra elementi sonori e riferimenti visivi ai Graffiti writers, figure centrali in tutto il panorama hip-hop, un omaggio sentito. Shine Together e Madman sono due tra i pezzi più significativi in cui questo genere prende vita, e ci permette poi di poter godere delle maestrie di Preemo, che qui produce due tra i picchi migliori dell’album. It’s Time, invece , con l’innesto della Steve Miller Band, gioca un po’ più sul sicuro.
Nas, dal canto suo, non ha più vent’anni e il suo punto di vista è cambiato. Dunque, quale espediente migliore dei ricordi per dare vita a una narrazione che si pone l’obiettivo di essere senza tempo? Non si tratta di un album nostalgico, uno sterile richiamo a tempi ormai andati. Questo è un album vero anche se cauto, spinto da un’intenzione a tratti quasi didattica sull’importanza che questa cultura ricopre ancora oggi. Stonatura evidente è data invece da brani come GiT Ready, che contiene momenti di self-brending con riferimenti alle crypto, di cui non si sentiva il bisogno. Welcome to the Underground (nonostante affiori il Nas business man) e Pause Tapes (che esplora la tecnica sonora del ricavare dei loop manualmente dalle audiocassette), insieme alla già citata Writers, sono perfetti esempi in cui l’urgenza di far capire alle nuove generazioni l’importanza di ciò che è stato costruito negli anni ’90 da altri diventa manifesta. In NY State Of Mind, Pt.3 si affronta per esempio il tema della gentrificazione, un brano che evidenzia come questa cultura si scontri oggi con una città cambiata, con un mondo diverso. L’utilizzo del campione di Billy Joel, che viene subito spaccato da un beat switch, sottolinea ed evidenzia questo senso di estraneità verso casa. È un Nas prudente, analitico, consapevole, come tutto l’album, ma sarebbe stato ingenuo aspettarsi il contrario. Un disco che non vuole essere un capolavoro eterno, e gioca sulla chimica tra due maestri che non hanno più nulla da dimostrare, ma che ribadisce un concetto: l’hip-hop è una cosa seria, e ha ancora tanto da insegnare.
Gemitaiz – Elsewhere
Restiamo sull’hip-hop, per il mese di dicembre, anche sul versante italiano, per celebrare il ritorno di Gemitaiz, tre anni dopo Eclissi. E che ritorno.
Se di questo disco non si parlerà molto, Davide De Luca (al secolo Gemitaiz) se ne farà una ragione molto facilmente. La dichiarazione d’intenti è chiara: questo disco si colloca altrove rispetto al mercato discografico e ai trend. Sebbene da artisti che hanno alle spalle una carriera come quella di Gemitaiz ci si aspetterebbe sempre dei dischi veri, coerenti e pensati, qui siamo ben oltre il semplice compitino. È un lavoro con un’identità precisa, a partire dai suoni, che rappresentano un punto cardine attorno al quale ruotano i temi trattati, sia quelli sociali che quelli personali. È un rap suonato da musicisti veri (figurano nomi quali Rodrigo D’Erasmo e Fabio Rondanini), non parliamo di beat come accessorio per il flow, ma di arrangiamenti funzionali ai testi, al mood, alla voce di De Luca. Altro che hit, questo album chiede tempo per essere assorbito. Per capirne i temi, bisogna dare una definizione vera al concetto di altrove: come si evince anche da alcune interviste rilasciate dal rapper romano, non è un allontanamento eremitico da un mondo che non offre più nulla, ma uno spazio di resistenza ritagliato proprio all’interno di questo mondo, uno spazio abitabile e in cui agire e parlare.
Partiamo dai punti di forza assoluti del disco: Flowman, con produzione di MACE, è il brano manifesto dell’album: la tesi anti-industria discografica qui è diretta, incisiva, e la base è superlativa. Probabilmente, molti rapper (e non solo) contemporanei potrebbero rivedersi nel discorso portato avanti dal brano: il problema è che ciò che funziona, nella musica, non è più l’emozione, quanto la viralità e l’immediatezza, che sono gli ingredienti che portano un album a essere dimenticato incredibilmente presto. Gemitaiz resiste, e già nella title-track dichiara le proprie intenzioni: mettersi al servizio di chi vuole ancora rivedersi nei testi del proprio rapper di fiducia, vuole imparare, emozionarsi, sentirsi rappresentato, non semplicemente consumare. Oltre alle tematiche anti-industria, non possono mancare i brani sociali, tra cui Vieni Te, in cui in Gemitaiz schiva i giudizi facili e parla di empatia e immedesimazione, in maniera non semplicistica ma nemmeno criptica. Non c’è particolare mordente, a dire il vero, e tutte le critiche sembrano educate, discrete, ma non significa che sia debole. Tra le nuvole, invece, è il momento emotivo personale del disco, in cui affronta la malattia di suo padre e ribadisce la scelta di stare dalla parte di chi soffre lontano dai riflettori. Pensa è uno degli episodi più validi musicalmente: c’è ricerca, c’è un arrangiamento valido ed efficace già di per sé, oltre ad essere funzionale a uno dei testi più inquadrati e interessanti dell’album. La conclusione del disco, Apatia, indica il vero male a cui Gemitaiz fa la guerra, cioè la convinzione sul fatto che niente possa incidere su un presente, e l’unico altrove da ricercare sia all’interno di sé stessi e lontani dal mondo.
Il disco presenta alcuni feat superflui, come quello con Salmo (francamente le sue barre sono deboli e non sembrano reggere il confronto con il livello dell’album) in Old School, o quella con Coez in Brother & Sister che appesantisce con del pop dimenticabile e stucchevole una produzione musicale piuttosto raffinata. I feat femminili sono tutt’altra storia. La voce di Meg in La notte sembra essere un tutt’uno con l’immaginario che il brano porta alla luce, nativa nell’intenzione e nella creazione del brano, così come quella di Mathilde Fernandez in L’altro mondo, che buca in maniera esemplare, portando un reale valore aggiunto al disco.
In conclusione, già solo la scelta degli arrangiamenti è un gesto che si fa bandiera delle idee dell’autore. La lucidità e l’educazione di Gemitaiz in questo album può essere vista come un limite, se consideriamo l’hip-hop a cui siamo stati abituati negli ultimi vent’anni in Italia, ma potrebbe anche significare che ci sia una svolta. Esprimere le proprie idee spesso è più gratificante per sé stessi rispetto al vincere un dissing. Questo rende Gemitaiz, nel 2026, più necessario rispetto a molti dei suoi colleghi.
Image Copyright: Rolling Stone








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