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Gesù: Ebreo del I secolo

Updated: May 17


di Andrea Pipponzi.


Sin da quando, a metà Ottocento, gli studi sulla figura del Gesù storico hanno iniziato a farsi via via più articolati (Strauss 1835-1836; Renan 1863), la critica non dedicava particolare interesse al contenuto testuale degli studi, bensì agli autori, interrogandosi anzitutto su quale fosse la loro professione di fede. È necessario riconoscere che, per quanto si voglia provare, è arduo – se non addirittura impossibile – portare avanti qualsiasi ricerca avulsi da pulsioni ed idee personali, tanto più percorrendo terreni scivolosi come questo. In queste righe, ci tengo a specificarlo, non parleremo del portato messianico di Gesù di Nazareth, bensì di Yehoshua ben Yosef, un (comune?) ebreo del I secolo, denudandolo di qualsiasi aspetto sovrannaturale. Mettendo quindi in atto un approccio puramente storiografico (sui criteri metodologici della storia delle religioni si consiglia la visione di questo link), le soggettive credenze non possono e non devono intaccare il lavoro di chi tenti di distinguere, sul sentiero della Storia, le orme vere da quelle false. L’affascinante mondo della storia delle religioni rientra perfettamente nella definizione data dal Maestro, Marc Bloch. Se davvero la Storia è «scienza degli uomini nel tempo» (Bloch 2009: 23), le religioni non possono essere ridotte ad asettica teologia. Credo piuttosto convintamente che ogni professione di fede vada punzecchiata secondo metodologie e crismi d’indagine del tutto differenti: è cultura, mentalità, tradizione, folklore – lo dimostrano ampiamente le ben radicate usanze popolari che attorniano le festività cristano-cattoliche (sul tema, ancor più data la viscerale cattolicità dell’autore, Cardini 2016). In altri termini, siamo di fronte ad un fenomeno antropologico-culturale ed etnologico, perfettamente inserito in quel favoloso contenitore che è la Storia dell’Uomo. «[…] il cristianesimo è, per essenza, – scrisse Bloch – una religione storica: nel senso che i suoi dogmi fondamentali poggiano su avvenimenti» (Bloch 2009: 26). E Yehoshua ben Yosef fu un semplice granello di sabbia nel tempo del mondo. Furono i suoi seguaci, e in maniera determinante la narrazione paolina, a renderlo un qualcosa di altro. 1. Antico e Nuovo. L’usurpazione cristiana delle Sacre Scritture Per analizzare la figura di Yehoshua ben Yosef è doveroso cominciare da un assunto ben preciso: stiamo parlando senza ombra di dubbio di un ebreo a pieno titolo. Un dato non così scontato dopo due millenni di letture esclusivamente ‘cristianizzanti’ del galileo. Non a caso, il mondo teologico e storiografico filo-cristiano è per secoli rimasto riluttante nel riconoscere questo dato; ci si è al contrario arroccati nel presentare il predicatore come un assoluto innovatore del suo tempo, distaccandolo – ed ecco l’onta ideologica – dal proprio presente. Il rifiuto dell’ebraicità del messia cristiano – del tutto comprensibile, aggiungerei – si inserisce in una più generale volontà di separazione tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’ credo, tra ebraismo e cristianesimo. Ad esempio, una delle principali costruzioni concettuali elaborate nel corso dei secoli fu quella di ‘Antico Testamento’, con il quale oggi definiamo segnatamente le Sacre Scritture giudaiche. Tra III e IV secolo, quando le comunità cristiane iniziarono a riscontrare una primordiale maturità, le problematiche iniziarono ad essere evidenti. Nacque così l’idea di previdenza dell’Antico Testamento, i cui passi avrebbero contenuto esplicite prefigurazioni della figura e della venuta di Gesù. Ne fa esplicito riferimento Origene, difendendo l’unità dei due Testamenti sulla base dell’idea che entrambi fossero stati prodotti per opera dello Spirito di Dio. E con la venuta di Gesù, i caratteri divini e spirituali della legge di Mosè sarebbero stati rivelati (Princ., pref. 8). Ma in primo luogo – e qui rivendico l’utilizzo del termine ‘usurpazione’ – le Sacre Scritture nulla hanno a che vedere con il mondo cristiano. Già lo storico ebreo Giuseppe Flavio (37-38 c.a.-100 c.a.) rivendicava questo principio: «libri nostri» (Ant., VIII, 159), «scritture ebraiche» (Ant., I,5). Basterebbe aprire la cara copia casalinga della Bibbia per comprendere quanto esse siano proprietà storica, religiosa e culturale di un unico popolo, quello eletto. Per essere ancor più chiari, l’opera di Dio non si muove su orizzonti universali, ma solo ed esclusivamente al servizio – nel bene e nel male – del popolo giudaico, e di nessun altro. 2. Per la ricostruzione di un Gesù storico: le fonti Parlare di fonti su Gesù, risponde implicitamente alla ‘primordiale domanda’, che per rigorosità ed ampiezza d’indagine è di per sé obbligatoria: è davvero esistito Yehoshua ben Yosef? Sì. Anzitutto, nel caso di Gesù non possediamo testimonianze materiali che possano esserci di supporto, vincolandoci ai soli testi scritti. Le fonti narrative presentano però due principali limiti. In primis, quelle che ci forniscono maggiori informazioni sono prodotte dai seguaci stessi di Gesù, alzando indiscutibilmente il ricorso ad interpolazioni assolutamente favorevoli. Questo non le delegittima di certo nella loro totalità, ma ne ridimensiona il portato storico, obbligandoci a servircene criticamente e a farle dialogare con le coeve, seppur sporadiche, testimonianze ‘non cristiane’. In secundis, la maggior parte di esse si concentra ampiamente sulla morte di Gesù e sui suoi ultimi anni di vita, mettendo in ombra la nascita e la giovinezza. Analizzeremo problematiche e rigorosità storica delle fonti, prendendo a modello le due dimensioni di maggior spessore: i Vangeli e Giuseppe Flavio. a. I Vangeli Il primo livello di classificazione delle fonti risponde ad un principio strettamente religioso: scritti cristiani e scritti non cristiani. Tra i primi, con specifico riferimento ai Vangeli, adoperiamo comunemente un’ulteriore distinzione: i quattro canonici (Marco, Matteo, Luca e Giovanni) e gli apocrifi. Per la teologia solo quelli canonici sono in grado di restituirci con autenticità la figura di Gesù. La canonizzazione, però, pecca di una mancata metodologia critica di base. Non si è infatti valutata la reale attendibilità di ogni singola opera; l’unico ‘pregio’ che hanno, a differenza degli altri vangeli, è di essere stati tràditi integralmente. In barba al metodo scientifico… Inoltre, i canonici parrebbero rivolgersi ad una comunità – al cui stesso interno erano nati e che ha chiaramente ben noto il proprio credo religioso – per rafforzare l’ideologica entità salvifica del presunto messia (Bermejo-Rubio 2021: 22-27, 517), e non interessati a fornire una testimonianza storica di Gesù. È quanto viene esplicitamente dichiarato in Luca 1,4: l’autore non si propone di analizzare criticamente l’opera di Gesù, ma di esaltarne e cementarne la propria memoria, rimarcando, contestualmente, l’assoluta validità della tradizione cristiana. Ed è quanto, analogamente, persegue anche Giovanni: riportare le azioni di Gesù «perché crediate che Gesù è il messia» (Gv 20, 30-31). Non vi è perciò alcuna ragione per limitare la ricostruzione storica ai quattro canonici. Diventa invece più utile cercare di comprendere quanto, ognuno di essi, possa fornirci plausibili spaccati della vita di Gesù. Ma ancora una volta, le problematiche non svaniscono. I Vangeli si ‘imputano’ vicendevolmente con molteplici anacronismi, facendo riferimento a realtà e contesti posteriori di quasi mezzo secolo rispetto all’avvenimento dei fatti. Per quanto le ‘sviste’ evangeliche non annullino di sana pianta il loro valore storico, di certo ne sfumano l’affidabilità. b. Giuseppe Flavio Espliciti riferimenti alla figura di Gesù emergono dalla lettura delle già citate Antichità Giudaiche. I passi rivelerebbero un giudizio alquanto positivo dello storico ebreo sulla figura di Gesù, posizione che, data l’esplicita filo-romanità dell’autore, ha condotto molti filologi a ridiscutere la corretta tradizione di questi stessi frammenti. Ma anche Giuseppe Flavio, cui la tradizione cristiana sembrerebbe fortemente debitrice per l’interesse riservatole dallo storico, è suo malgrado passibile di non fornire nessuna consistente informazione utile alla ricostruzione della figura storica di Gesù. Una condizione, questa, in cui finiscono per scadere tutte le fonti ‘non cristiane’. E quando sembrano essere in grado di aiutarci, le interpolazioni cristiane, dirette o indirette, appaiono purtroppo insormontabili, come nel caso dello stesso Giuseppe Flavio (Bermejo-Rubio 2021: p. 44). Analizzando le Antichità Giudaiche, Bermejo-Rubio offre un interessante spunto di riflessione. L’interpolazione del testo rivelerebbe l’espressione di un originale sprezzamento nei confronti di Gesù, di un Gesù, cioè, assai diverso da quello che la tradizione cristiana avesse cercato di trasmettere, spingendo inevitabilmente gli autori cristiani a corrompere i passi originali per stroncare sul nascere una possibile decostruzione del loro Messia (Bermejo-Rubio 2021: p. 44). 3. Il contesto storico Di Yehoshua ben Yosef sappiamo che visse gran parte della propria vita in Galilea, per poi spostarsi, nei suoi ultimi anni, in Giudea. Qual era, quindi, la situazione di questo pezzetto di mondo, entro cui Gesù mosse i propri passi? Pur dovendo ricorrere alla categoria del ‘probabile’, la data di nascita di Gesù è da collocarsi tra l’8 ed il 4 a.C., ovvero tra il censimento di Erode e la morte del sovrano. Presumendo che l’episodio della crocifissione possa aver avuto luogo negli anni 30 del I secolo – i 33 anni sarebbero da ricondurre, come prassi nelle Scritture, ad un portato esclusivamente simbolico – l’attività del galileo si collocherebbe cronologicamente sotto i principati di Augusto (27 a.C.-14 d.C.) e Tiberio (14 d.C.-37 d.C.). Individuare gli sfumati estremi cronologici della vita di Gesù nella cronistoria istituzionale romana è, come vedremo, assolutamente determinante. Sul piano religioso, il polimorfismo della religione ebraica nel I secolo ci fornisce, nonostante l’apparente disordine, spunti di riflessione decisivi. Giuseppe Flavio suddivideva il giudaesimo in quattro principali correnti: farisei, esseni, sadducei, Quarta Filosofia. Una divisione scarna ed approssimata, poiché, nella realtà dei fatti, la religione ebraica si era spezzettata in così tante correnti che ad oggi ci riferisce ad essa col termine «giudaismi», esaltandone l’indiscutibile pluralità del fenomeno (Bermejo-Rubio 2021: 98). Nella Giudea del I secolo, la cui classe sacerdotale aveva cessato di essere garanzia di credibilità e in cui si era venuto radicando il dominio romano, iniziarono a proliferare in larghissima misura sette di stampo escatologico, predicando l’arrivo del messia annunciato nelle Scritture. Solo lui sarebbe stato in grado di annientare il dominio straniero, ristabilire le 12 tribù e restaurare la pace in Israele. È in questo contesto che si inserisce la figura di Giovanni detto il Battista: un profeta popolare d’ispirazione escatologica, la cui predicazione deve obbligatoriamente destare una certa attenzione. Attenzione perché, stando ai racconti evangelici, alle sue visioni aderì lo stesso Gesù. Il battesimo del galileo, oltre a rappresentare la purificazione dell’anima in preparazione all’imminente arrivo di Dio (Mc I, 4-5 e Mt 3, 1-2; 7-10), costituisce, a mio avviso, un vero e proprio rito di passaggio, un atto di ‘iniziazione’ al movimento di Giovanni, in cui alla matrice escatologica si univa un forte sentimento politico di stampo nazionalista. Nonostante Marco presenti la precoce morte del predicatore avulsa da qualsivoglia ragione di sicurezza (Mc 6, 17-19), come sostiene Giuseppe Flavio (Ant. XVIII 118-119) il messaggio del Battista fu teso ad una vera e propria restaurazione nazionale. Il progetto fu capace di attirare a sé una molteplicità di seguaci, destando preoccupazione alle autorità filo-romane. L’arresto e l’uccisione del Battista da parte del tetrarca Antipa sembrano, in quest’ottica, un passaggio inevitabile. 4. Una crocifissione di gruppo. Gesù dissidente politico? Le scarse informazioni generali su cui possiamo confidare per la ricostruzione del Gesù storico, si fanno moderatamente più cospicue qualora volessimo concentrarci sulla sua morte. I Vangeli, Giuseppe Flavio e Tacito ci riferiscono di un tale Yehoshua ben Yosef, di professione artigiano (téknon, riferiscono le fonti), che negli anni 30 del I secolo trovò la morte a Gerusalemme per ordine del prefetto romano Ponzio Pilato. I Vangeli, oltre ad essere pieni di incongruenze, peccano di mancata rigorosità storica. La scena del Golgota viene infatti miticizzata e costruita, giocando sulla riproposizione di passi biblici (emblematiche le corrispondenze tra il racconto di Marco ed il Salmo 22) nella narrazione degli eventi. Di tutti gli elementi – iniziamo qui a delineare chi realmente potrebbe esser stato Yehoshua ben Yosef –, colpisce la pena capitale assegnata al galileo. La crocifissione non era infatti perpetrata a danno di semplici criminali, bensì esclusivamente contro ribelli e agitatori, i nemici dell’Impero (Bermejo-Rubio 2021: pp. 107-108). La tesi sembra essere ulteriormente avvalorata dal fatto che Gesù non trovi la morte da solo, essendo attorniato da due lēstaí (sulla plausibile simbolicità delle 3 croci sul Golgota, Légasse 1994; Tommasi 2014), lemma generalmente traducibile con «briganti», ma che designerebbe in maniera specifica chiunque attuasse violenza politica ed insorgesse contro l’autorità di Roma (Bermejo-Rubio 2021: 127-128). Ad avvalorare ancor di più l’idea dell’esecuzione di un gruppo dissidente, o di una parte di esso, è la totale inesistenza ­– stando alle testimonianze – di esecuzioni per crocifissione a danno di singoli. Siamo di fronte ad un passaggio decisivo, seppur apparentemente nebuloso. Ulteriore elemento a sostegno del ‘Gesù politico’ è quello del titulus crucis, la tabella esplicativa posta, seconda quanto riferitoci dal solo Vangelo di Marco (Mc 15,26), sulla croce. Il testo ha un chiaro significato politico, rimarcando, e credo a ragione con una certa verve ironica, la regalità del galileo morente. Un re alle cui rivendicazioni, quasi per contrappasso, era stato riservato il più ignobile dei supplizi. Analogo scherno trapela dalla scena della flagellazione. Gesù è a tutti gli effetti vittima del dileggio delle truppe romane, le quali lo sbeffeggiano acclamandolo «re dei giudei» (Mc 15,15b-20; Gv 19,1-5). Ed ecco allora che il presunto Messia viene vestito di color porpora – il colore della regalità in età antica – ed adornato di una corona di spine. 5. Conclusioni Chi fu, quindi, Yehoshua ben Yosef? La stragrande maggioranza delle informazioni suggerisce una risposta ben precisa: un dissidente politico.Un leader carismatico, capace di attirare con la sua chiamata non solo i dodici, ma una multitudo di genti che pareva essere insofferente al governo romano della provincia. Lungi dal criticare chi riponga nel Cristo la propria professione di fede, preme rimarcare sulla problematicità dei Vangeli come fonte attendibile. Privandoli di tutte le loro superfetazioni bibliche e coadiuvandoli con la scienza storiografica, Gesù è collocabile perfettamente nel polimorfismo religioso della Giudea del I secolo. Fu, per così dire, un ebreo del suo tempo. Non fu certamente uno qualunque, ma, indubbiamente, uno dei tanti, che come lui avevano trovato nell’interlocuzione con le masse la possibilità di esprimere il portato, quasi sempre di stampo escatologico, del ‘proprio’ giudaesimo. Si è fatto riferimento al Battista, mancando però la citazione di Giuda. Sobillatore di popolo ed animoso oppositore del regime straniero – Giuda mette a principio della resistenza anti-romana l’illegittima richiesta di un tributo –, fu seguace di prim’ordine di Gesù. Questo non farebbe altro che avvalorare, alla luce del fervente connotato politico della sua vita, un ritratto storico del Cristo completamente desacralizzato. La sua morte decreta il fallimento del progetto politico-nazionalista. Si pone così per i discepoli – dodici, non a caso, come le tribù di Israele – la necessità di un auto-convincimento psicologico della validità degli insegnamenti del maestro. Gesù diviene allora, con la sua resurrezione, il primo israelita a rinascere nel Regno dei Cieli, legittimando a pieno titolo la sua predicazione. La tradizione cristiana, quindi, inventa Gesù di Nazareth. Beninteso, non si sta negando l’esistenza di Yehoshua ben Yosef. Bisogna però essere consapevoli che l’immagine del Cristo sia un prodotto culturale stratigrafico, pregno di elementi mitologici, leggendari e a tratti grettamente supereroistici, la cui finalità è quella di esaltarlo a portatore di una nuova religiosità, più matura e, nell’ottica cristiana, più ‘vera’ di quella ebraica. Eppure, la realtà è che proprio nella ‘falsa’ religione Gesù si era mosso e ad essa rivolto, senza distaccarsene minimamente.


BIBLIOGRAFIA Strauss D. F. (1835-1836), Das Laben Jesu kritisch bearbeitet, 2 voll., Tubingen Renan E. (1863), La Vie de Jésus, Paris Légasse S. (1994), Le procès de Jésus. L’histoire, Paris Bloch M. (2009), Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino: Einaudi Tommasi F. (2014), Non c’è Cristo che tenga. Silenzi, invenzioni e imbarazzi alle origini del cristianesimo: Qual è il Gesù storico più credibile?, Lecce: Manni Cardini F. (2016), I giorni del sacro, Novara: De Agostini Pesce M. (2018), Il cristianesimo, Gesù e la modernità. Una relazione complessa, Roma: Carocci Bermejo-Rubio F. (2021), L’invenzione di Gesù di Nazareth. Stori e finzione, Torino: Bollati Boringhieri

Scritti generali, dei quali è accettabile qualsiasi edizione: Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche Origene, Principi Vangelo di Marco Vangelo di Matteo Vangelo di Luca Vangelo di Giovanni





Image Copyright: "Jesus cleaning the Temple" di Carl Heinrich Bloch

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